11/9 e movimenti no war: cosa rimane 20 anni dopo

Condividi articolo tramite:

Nelle settimane passate, guardando le immagini del caotico
ritiro delle truppe statunitensi e dei loro alleati dall’Afghanistan, tante/i hanno
ripensato alle grandi manifestazioni contro la guerra che hanno attraversato il
Pianeta nel primo decennio del nuovo millennio. In questi giorni in cui ricorre
il ventennale dall’attacco alle Torri Gemelle al quale sono seguite le guerre
in Afghanistan e  in Iraq, molti post e
commenti hanno rivendicato ragioni tanto giuste quanto scontate, ma anche
sottolineato quel senso di impotenza che prova chi, pur avendo tutte le ragioni
dalla propria parte, non è riuscito a cambiare la traiettoria di scelte esplosive
prese da alcuni governi per ribadire la propria supremazia globale, compiacere
le lobby degli armamenti e assicurarsi l’accesso a risorse scarse.

Una mobilitazione di cui oggi si fatica a vedere le tracce,
ma che poco meno di vent’anni fa portava in piazza milioni di persone in tutto
il mondo per opporsi prima all’invasione dell’Afghanistan (nel 2001) e poi
all’attacco all’Iraq (nel 2003), quando il New York Times definì il
movimento pacifista la seconda potenza globale. La prima, ovvero gli Stati
Uniti, impose comunque la propria prepotenza, con due guerre che, vent’anni
dopo, hanno drammaticamente dimostrato quanto gravi siano le conseguenze
dell’’esportare la democrazia’ in punta di baionetta.

Negli anni successivi, il movimento pacifista ha perso la
capacità di una mobilitazione globale, ma una parte delle sue energie ha contribuito
a esperienze territoriali che hanno rimesso in discussione l’apparato militare
funzionale a queste e altre guerre. È il caso del movimento No Dal Molin, a
Vicenza, che per alcuni anni ha coinvolto migliaia di persone nel contestare la
scelta statunitense di costruire una nuova base militare all’ombra della
Basilica Palladiana per ospitare la 173^ Brigata Aerotrasportata, ovvero il
‘pugno d’acciaio’ a stelle e strisce per controllare Africa e Medioriente. Ma
anche delle mobilitazioni siciliane contro il MOUS, o quelle di Cameri contro
la realizzazione degli impianti per la produzione degli F35; dell’opposizione
alla presenza statunitense a Camp Darby e dell’orgogliosa difesa della propria
terra da parte delle e dei cittadine/i sarde/i che da decenni vedono la propria
isola trasformata in poligono militare.

Anche di queste eccezionali esperienze, oggi, si fatica a
vedere segni tangibili nella nostra quotidianità e nelle discussioni dei
movimenti. Eppure, a ormai più di dieci anni da quando queste mobilitazioni riaccesero
il dibattito nazionale sulla guerra e sugli armamenti, appare un filo che ci
porta fino all’oggi.  Pur usando una
terminologia diversa, e spesso con un punto di vista parziale e limitato al
territorio in cui si affermavano, quelle mobilitazioni hanno iniziato ad
affrontare il nesso tra la guerra e la crisi climatica; un legame che allora
appariva sfocato, ma che oggi si concretizza come uno dei nodi intorno ai quali
riaprire una riflessione anche sugli armamenti e sui conflitti armati.

Nel primo decennio del XXI secolo la crisi climatica, per
essendo già chiaramente riconosciuta tanto dalla scienza quanto dai movimenti,
non era ancora percepita come l’emergenza che riconosciamo oggi.  Tuttavia, quelle mobilitazioni territoriali
hanno approfondito la discussione su guerra, democrazia e beni comuni, avviando
una riflessione che faceva dell’apparato militare non soltanto uno strumento di
violenza verso altre popolazioni, ma anche un meccanismo di aggravamento della
crisi climatica di cui oggi vediamo dispiegarsi i primi annunciati quanto
devastanti effetti.

Ripartire dalle riflessioni che ci hanno lasciato sul nostro
tavolo quelle esperienze rappresenta dunque una chiave di lettura utile ad
affrontare le tante sfaccettature della crisi climatica. Che, come sappiamo,
non è una questione puramente ambientale, ma investe anche le dimensioni
sociale, economica e politica che caratterizzano le nostre comunità. E, in
questo senso, la guerra, oltre a essere ripudiabile, è paradigmatica, perché il
suo scatenarsi porta morte e distruzione, ma altera anche gli eco-sistemi e
immette tonnellate di inquinanti nell’atmosfera, nell’acqua e nel suolo, oltre
a consumare sproporzionate quantità di materie prime ed energia per la
produzione di ordigni e armamenti.

La guerra è anche lo strumento per controllare e
accaparrarsi risorse sempre più scarse in un Pianeta sempre meno vivibile, e
per “difendere” chi vuole continuare a vivere senza mutare i propri consumi da
chi vorrebbe sopravvivere fuggendo dalla siccità, dalle alluvioni, dalla
desertificazione e dall’innalzamento del livello delle acque, oltre che da
fame, carestie e persecuzioni.

La crisi climatica rappresenta oggi la più grande sfida che
l’umanità abbia mai dovuto affrontare. Le guerre scatenate negli ultimi
vent’anni ne sono parte, così come lo sono la corsa al riarmo che coinvolge
tanti Paesi e la ricerca di soluzioni militari sempre più sofisticate per il
controllo dei territori.

Se le ricorrenze hanno un senso, è quello di porci di
fronte alle domande che esse, e le esperienze che quegli avvenimenti hanno
generato, ci propongono. Vent’anni dopo l’avvio di un ciclo di guerre che,
dietro l’etichetta della ‘lotta al terrore’, nascondeva soprattutto gli
interessi delle lobby economiche e militari, e a distanza di più di un decennio
da quelle mobilitazioni territoriali che hanno provato a indagare e riaffermare
i nessi tra guerra, ecosistema, natura e risorse essenziali alla vita, può
essere utile riprendere le chiavi di lettura che quei movimenti territoriali
hanno prodotto, e che ben si rappresentavano nello slogan ‘Difendere la Terra
per un futuro senza basi di guerra’. Beni comuni, democrazia, guerra: tre
dimensioni che hanno molto a che fare con la giustizia climatica.

Fonte e diritti articolo

Per rimuovere questa notizia puoi contattarci sulla pagina Facebook GRAZIE!.

Notizie H24! Il portale gratuito di tutte le attuali notizie e curiosità in tempo reale. Nel sito puoi trovare le notizie verificate e aggiornate h24 provenienti da siti autorevoli.
Tramite un processo autonomo vengono pubblicati tutti gli articoli di oggi da fonti attendibili (Quindi non fake news) così da poter cercare in modo facile ogni notizia che più ti interessa.
Non ci assumiamo nessuna responsabilità sui diritti e dei contenuti pubblicati, il sito Notizie H24 è solo a scopo informativo. Seguire la fonte dell’articolo per avere maggiori informazioni sulla provenienza e per leggere il resto delle notizie.

Vuoi rimanere sempre aggiornato su tutte le notizie di oggi e domani che vengono pubblicate?
Seguici tramite i nostri Social Network:
Piattaforma di Google News
Facebook

Condividi articolo tramite: