Alessandra Zorzin, il padre del killer: ‘Sapevamo che si frequentavano, sono sconvolto’

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Sono le 21.57 di una serata che stravolge per sempre la vita della famiglia Turrin. Al civico 18 di via don Lorenzo Milani il parcheggio buio viene illuminato all’improvviso da un lampeggiante blu. È la macchina da cui scendono tre carabinieri per comunicare al signor Adriano quello che un padre non dovrebbe e vorrebbe mai sentirsi dire. La morte del figlio. Marco Turrin, guardia giurata di 39 anni, è morto suicida dopo aver ammazzato con un colpo di pistola la mamma ventunenne Alessandra Zorzin a Montecchio Maggiore (Vicenza).

 

 

Tre militari scendono, mascherina indosso e sguardo cupo, per poi suonare il campanello. «Carabinieri, dovremmo entrare».

Ad attenderli c’è un anziano padre in lacrime, sconvolto, che ha già capito tutto. A lui devono dare formalmente la notizia del decesso di Marco e a lui dovranno chiedere cosa può essere scattato nella testa del figlio. Saranno trentacinque minuti lunghissimi, mentre nel cortile del condominio un gruppetto di vicini si raduna senza bisogno di parlare. Testa bassa, cagnolini al guinzaglio e tante domande senza risposta.

 

“CHIEDO PERDONO”

«Siamo distrutti e chiedo perdono anche all’altra famiglia – ha detto Adriano Turrin – Mio figlio era un ragazzo tranquillo, lavorava alla Civis e al mattino era uscito come sempre di casa lavato e profumato. Non aveva dato segni di nervosismo. Frequentava questa ragazza da diversi mesi, almeno sei o sette. Lo sapevamo e non era un mistero. Non era venuta qui a casa a Vigodarzere ma sapevamo bene dell’esistenza di questa ragazza e quando ho letto su internet della tragedia ho fatto subito il collegamento con mio figlio».

 

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I VICINI Il silenzio si è impadronito del quartiere di Vigodarzere già alle otto di sera, quando la notizia della tragedia di Montecchio Maggiore rimbalza ormai su tutti i siti web e i telegiornali. Nel grande condominio di via don Milani, dove Turrin abita con il papà Adriano e la sorella, i vicini non si danno pace ed escono di casa per condividere lo sgomento. Al citofono si fa forza di rispondere un’amica della famiglia Turrin. È lei a proteggere un padre stravolto dal dolore. «Non è il momento, non è il momento» ripete senza voler aggiungere altro davanti a un fatto così terribile e improvviso. Poche parole, ma colme di angoscia, le tira fuori invece un uomo di mezza età che alle dieci di sera porta a spasso il cane. «Marco l’ho visto crescere fin da quando era bambino, è sempre stato una persona gentile e tranquilla. Era tornato a vivere qui dopo un po’ di anni fuori, è un dolore enorme anche per noi». «Sapevo che Marco era una guardia giurata – racconta un ex carabiniere, abbracciando la compagna per tranquillizzarla – Amava il suo lavoro e con noi era sempre tranquillo e gentile. Vedo sempre anche suo padre con il cagnolino, non ci sono davvero parole».

 

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L’EPILOGO Verso le 20.30 Marco Turrin si è tolto la vita, sparandosi con la pistola che aveva utilizzato per commettere il delitto. Sull’uomo si era da subito concentrata l’attenzione dei carabinieri, che sin dalle prime battute avevano acquisito nei suoi confronti numerosi indizi. Immediatamente erano scattate le ricerche del sospettato, che nel frattempo aveva fatto perdere le sue tracce. Nel corso della giornata era stato più volte individuato il suo passaggio in auto in provincia di Vicenza, ma anche nel Veronese e in Emila Romagna, senza però che le numerose pattuglie riuscissero ad intercettarlo. In serata, l’auto è stata rilevata nella zona di Creazzo, nel Vicentino. Di lì a breve la vettura è stata intercettata nella zona di Vicenza Ovest da carabinieri e polizia. A quel punto Turrin è crollato, vedendo e pattuglie, sentendosi ormai in trappola, si è sparato. Immediatamente soccorso, nonostante i tentativi di rianimazione del personale sanitario, è morto poco dopo. Questa è la cronaca, ora restano tante domande. Già nella notte i carabinieri hanno iniziato a cercare le risposte.


Ultimo aggiornamento: Giovedì 16 Settembre 2021, 15:45

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