Altro che Draghi: così la sinistra vuole inondare l’economia di debito “cattivo”

Debito buono contro debito cattivo, come li aveva definiti Mario Draghi. O, per meglio dire, libertà individuale contro diritti, spesso arbitrariamente definiti. Questa è la cifra del confronto programmatico che vede contrapposti il centrodestra da una parte e l’asse Pd-M5s dall’altra. «Asse» non è un termine errato poiché i due progetti-Paese coincidono per molti versi: dalla progressività della tassazione, all’erogazione di bonus e sussidi, dalla prevalenza del pubblico sul privato alla cannabis libera. L’unica reale divergenza è sull’ambiente: il Pd non è contrario ai termovalorizzatori (anche perché governa Roma ormai travolta dai rifiuti), i Cinque stelle sì.

Ma è in tema economico che i due programmi hanno notevoli punti di contatto. Il partito di Enrico Letta è sicuramente più aggressivo e sin dall’introduzione promette guerra alla flat tax liquidata con un «avvantaggia solo i redditi più alti e sottrae risorse per il welfare». Si comprende da subito che il leitmotiv è la «redistribuzione». La proposta di riforma fiscale del Pd intende ridurre l’Irpef per i redditi medi e bassi e razionalizzare le agevolazioni fiscali, trasformando quelle di valenza sociale (spese sanitarie, scolastiche, etc.) in erogazioni dirette ai contribuenti. Questo significa, ipotizzando un’invarianza di gettito per evitare nuovo deficit, che qualcuno pagherà di più, cioè coloro che vengono considerati ricchi. Anche se non compaiono mai le parole «immobili» e «patrimoniale», è chiaro che il Pd vuole toccare quel tasto. Tant’è vero che la dote di 10mila euro ai diciottenni con Isee basso finanziata con l’incremento dell’imposta di successione sui patrimoni superiori a 5 milioni di euro è rimasta.

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Sì, il Pd non ama la libertà, non ama il fatto che qualcuno abbia potuto accumulare ricchezze lavorando sodo. Lo Stato deve livellare queste disparità e deve garantire tutto a tutti. Cioè, alcuni (e non pochi) devono campare sulle spalle di tutti gli altri. Almeno il Movimento di Giuseppe Conte nel suo programma lo scrive apertamente: «Passare da un sistema corporativo fondato sui privilegi e sulle rendite a un sistema che offra a tutte e tutti le stesse opportunità». Questo significa aumentare le imposte sui patrimoni per finanziare la miriade di bonus inclusi, a partire dal rafforzamento del reddito di cittadinanza alla diminuzione dell’orario di lavoro a parità di salario. Ovviamente, con il salario minimo a 9 euro lordi l’ora che tanto piace anche al Pd. Insomma, anziché puntare sulla produttività dei fattori si punta sulle garanzie universali.

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Lo fa anche il Partito democratico che vuole aumentare gli stipendi netti fino a una mensilità in più con il taglio del cuneo fiscale e contributivo (garantendo comunque il versamento di contributi figurativi). In questo caso, si dice dove saranno prese le risorse: potenziando il contrasto all’evasione fiscale, cioè aumentando a dismisura il potere di quel Grande Fratello fiscale che può spiare le vite di ognuno di noi. L’esatto contrario della proposta del centrodestra. Quest’ultimo non solo punta sulla flat tax, che taglia le unghie allo Stato sottoponendolo a una cura dimagrante, ma intende pure ridurre l’invadenza dell’Agenzia delle Entrate. Ma d’altronde sia Pd che Cinque stelle vogliono dare il via a progetti di edilizia pubblica, aumentare gli stipendi degli insegnanti e potenziare la sanità pubblica (su questi due ultimi temi il Pd punta 20 miliardi). Da qualche parte le risorse bisognerà recuperarle, cioè salassando chi lavora.

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