AMAZON & SINDACATI/ La vittoria storica negli Usa e la caccia al sistema TOT

La più grande società di e-commerce al mondo ha chiuso il 2021 con vendite per 470 miliardi di dollari, in crescita del 21,7% rispetto ai 386 miliardi del 2020, anno in cui la crescita era stata del +37,6% rispetto ai 280 miliardi del 2019 e così via. Un’escalation strabiliante, non c’è che dire. A cui gli altri operatori del mondo e-commerce (e non solo loro) guardano con ammirazione. Ma oltre che eccezionale, quello di Amazon è anche un modello di crescita sostenibile? Non secondo i suoi dipendenti, come dimostrano le azioni di protesta che stanno infiammando la costa Est degli Stati Uniti.

Ma andiamo con ordine. Il 1° aprile 2022 Chris Smalls, ex-dipendente Amazon e neopresidente del primo sindacato interno alla società, usciva dall’ufficio del National Labor Relation Board di Brooklyn lasciandosi alle spalle sei (incazzatissimi) avvocati di Amazon e portandosi in tasca una vittoria storica: la nascita dell’Amazon Labour Union (ALU). Risultato di una battaglia difficile, portata avanti per due lunghi anni da un manipolo di dipendenti con il sostegno dei 120mila dollari raccolti sulla piattaforma di crowdfunding GoFundMe. Dall’altra parte, c’erano i quasi 4,3 milioni di dollari investiti da Amazon che, pur di stroncare il sindacato sul nascere, avrebbe concesso aumenti di salario, assicurazioni sanitarie e permessi retribuiti ai suoi dipendenti e che, tuttavia, ha perso con 2.654 voti a favore e 2.131 contro.

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Il perché questa vittoria sia così importante è presto detto: con i suoi 1,61 milioni di dipendenti, di cui quasi un milione negli Usa, Amazon è il terzo maggior datore di lavoro al mondo e il secondo in America. E per questa ragione “le sue politiche di produttività hanno conseguenze su centinaia di migliaia di lavoratori”, scrive il portale d’informazione Vice in un articolo datato 8 giugno in cui indaga, nel dettaglio, in merito a una delle pratiche di controllo della produttività più “oscure” e dibattute messe in atto da Amazon: i TOT, acronimo di “Time Off Task”. Sono i momenti di pausa che un dipendente fa nel corso della giornata e che Amazon traccia, in modo sistematico, grazie agli scanner a frequenze radio portatili che le persone usano per tracciare i pacchi. La pratica non è certo nuova, ma ora una serie di documenti interni divulgati da Motherboard/Vice fa luce sul funzionamento di questo “grande fratello” che avrebbe fatto impallidire Orwell stesso.

I documenti, depositati presso il National Labor Relations Board nel contesto di una disputa al magazzino di Amazon di Staten Island JFK8, dove lavorano 8.300 persone, rivelano che “i lavoratori possono ricevere un primo avvertimento scritto se accumulano 30 minuti di pausa in un giorno nel corso di un anno”, mentre “possono essere licenziati se accumulano 120 minuti di pausa in un giorno solo o se hanno accumulato 30 minuti di pausa su tre giorni in un anno”. Amazon tiene traccia di ogni singolo minuto speso per andare in bagno o per compiere “infrazioni orarie”: “18:22-18:37 – [il lavoratore] è andato al piano 1 ed è stato mandato al piano 2”, “21:13- 21:23 – [il lavoratore] stava parlando con un altro [lavoratore] senza motivi individuati”, o ancora “23:04: 23:15 – [il lavoratore] non ricorda”.

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Motherboard ha anche ottenuto una lista interna di 18 lavoratori del magazzino a JFK8 che sono stati licenziati per aver accumulato più di due ore di TOT in un solo giorno tra il 1° gennaio 2020 e il 25 febbraio 2020. Una fuga di documenti che sta peggiorando la brand reputation dell’azienda nello stato di New York che, proprio in questi giorni, ha varato una legge (il Warehouse Worker Protection Act) che impone più trasparenza rispetto a simili “quote di produttività”. La legge imporrebbe anche l’attuazione di politiche che non impediscano o disincentivino i lavoratori dal fare pause per andare al bagno o riposarsi. E non a caso: uno studio condotto dalla Occupational safety and health administration (Osha) dimostrerebbe infatti che i magazzinieri Amazon hanno quasi il doppio delle probabilità di incorrere in gravi infortuni rispetto, per esempio, ai magazzinieri di Walmart. Il rapporto ha rilevato che, per ogni 100 dipendenti, ci sono stati 5,9 infortuni segnalati da Amazon nel 2020 rispetto ai 2,5 di Walmart. Nel 2021, la quota di Amazon è salita a 9,0 (+64%).

Il paragone con Walmart calza poi a pennello. Proprio in questi giorni, infatti, un’analisi condotta da Edge by Ascential prevede che Amazon diventerà il primo retailer degli Stati Uniti (e quindi del mondo) entro il 2024, scalzando Walmart dal gradino più alto del podio. “Non possiamo permettere che Amazon, o qualsiasi altra azienda, tragga profitto da lavori massacranti”, ha detto Jessica Ramos, senatore dello Stato di New York. “Un’economia sana necessita di una forza lavoro sana, non possiamo consentire alle grandi aziende high-tech di portare la questione della sicurezza sul lavoro fino al punto di rottura”. E tra picchetti e fughe di notizie, la protesta, in America, continua.

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