Amazzonia: l’attivismo delle donne per l’ambiente – BRAVE


Continua la petizione per sostenere Salomé Aranda, leader del popolo Kichwa, minacciata per aver protetto l’Amazzonia dagli interessi economici delle compagnie petrolifere e minerarie.

Elezioni in Ecuador (il futuro dell’Amazzonia)

Proteggere l’Amazzonia è l’obiettivo di Yaku Pérez, candidato ambientalista indigeno che, con il 19,38% è arrivato terzo alle elezioni tenutesi in Ecuador la prima settimana di febbraio. Pérez è rimasto escluso dal ballottaggio (11 aprile) per stabilire il successore del presidente Lenin Moreno, ma è stata comunque una prova di forza per l’alleanza tra indigeni, movimenti contadini, dei lavoratori, ambientalisti e femministi.
A contendersi il posto sono Andés Arauz, candidato di linea correista (già ministro per l’ex presidente Rafael Correa, che volle scommettere sull’estrattivismo) e Guillermo Lasso, imprenditore di destra e sostenuto dagli USA che vuole aprire il paese allo sfruttamento delle risorse energetiche, minerarie, petrolifere da parte del settore privato.
Nel breve futuro per la foresta amazzonica non si prevede la fine dello sfruttamento delle risorse, a discapito delle popolazioni indigene che abitano quei territori.

Amazzonia: risorse svendute

La foresta amazzonica è la più grande foresta pluviale della Terra con i suoi 7 milioni di chilometri quadrati. Una foresta ricchissima di biodiversità: è stato calcolato che su un singolo albero vivano 400 tipi di insetti diversi e ogni anno vengono scoperte fino a 300 nuove specie (Info).
Ecco, questa ricchezza è messa a rischio, giorno dopo giorno, da deforestazione per pascoli e colture, ma soprattutto per lo sfruttamento minerario e l’estrazione di petrolio e gas.
Queste ultime in particolare sono in grado di arrecare gravi danni all’ambiente e alle salute dell’oltre mezzo milione di indigeni che abitano questi territori.

I popoli degli Ecuador stanno mettendo i bastoni tra le ruote a giganti del settore petrolifero e minerario, come l’italiana Eni. Un decennio fa, la corte ecuadoriana ha stabilito una revisione dei confini e di tempo di estrazione, garantendo un ulteriore 10 anni di concessione ad Eni (fino al 2033). L’Ambasciatore italiano a Quito, Emanuele Pignatelli, commentava così la decisione di Rafael Correa, presidente dell’Ecuador:

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La nuova legge di regolamentazione, approvata dall’Assemblea Nazionale lo scorso anno, dovrebbe aprire le porte ad uno sfruttamento più efficace e anche più sostenibile sotto il profilo ambientale, anche se manca ancora dei necessari regolamenti applicativi“. (Notiziario Farnesina de Il Sole 24 ore)

Definiva lo sfruttamento da parte delle grandi compagnie come più efficace e sostenibile, commentando allo stesso tempo come l’estrazione fosse stata, fino a quel momento, di carattere semi-artigianale, quindi difficilmente più impattante e meno sostenibile di una grande compagnia. Proprio queste popolazioni indigene e artigiane, riunite in una Confederazione delle Nazionalità Indigene dell’Ecuador (CONAIE) accusarono le compagnie di inficiare la sovranità delle comunità indigene e di non tutelarle nei danni provocati a seguito delle estrazioni, come l’inquinamento delle risorse idriche. Da anni, per esempio, è in corso una battaglia legale contro il gruppo Chevron-Texaco, accusato di aver provocato un disastro ambientale pari a un valore di 27 miliardi di dollari.

Proteggere l’Amazzonia…

Iniziano così una serie di battaglie legali contro compagnie petrolifere e minerarie. Nel 2019 il popolo Waorani ha vinto la sentenza contro il governo ecuadoriano. Leader della tribù, prima donna a rivestire questo ruolo, Nemonte Nenquimo (inserita tra le 100 personalità più influenti nel 2020). “Il popolo Waorani è sempre stato protezionista, ha difeso il proprio territorio e la propria cultura per migliaia di anni“, racconta Nenquimo alla BBC. E spiega come nel suo popolo il ruolo delle donne è fondamentale: “Quando si tratta di prendere delle decisioni non battono i pugni sul tavolo. Parlano, spiegano con calma e tutti gli altri ascoltano“.

In questi giorni Peréz ha organizzato, insieme alle popolazioni indigene, una marcia fino a Quito (capitale dell’Ecuador) per protestare contro i risultati delle ultime elezioni. Allo stesso tempo è portata avanti l’iniziativa Amazon Sacred Headwaters, per la protezione di 35 milioni di ettari della foresta Amazzonica e per mantenere le riserve di combustibili fossili nel sottosuolo. Infine pochi giorni fa (22 febbraio) alcune delle maggiori banche europee, che finanziavano le attività estrattive in Amazzonia, hanno annunciato la sospensione del business estrattivo.
Tutti piccoli passi che puntano a diminuire l’influenza delle compagnie petrolifere e garantire autonomia alle popolazioni native.

Donne indigene - Photo Credits: web
Donne indigene – Photo Credits: web

… e le donne

Proteggere l’amazzonia e le donne sono due battaglie legate tra loro. L’esempio di questa unione si trova nella figura di Salomé Aranda, leader del popolo Kichwa. Nel 2018 Salomè ha denunciato pubblicamente le compagnie e l’ex presidente Moreno degli impatti ambientali dovuti all’astrazione del petrolio e altri materiali. In particolare le conseguenze sul bacino del fiume Villano, nella provincia di Pastaza. I Kichwa hanno vinto il processo contro il governo equadoriano per aver permesso, senza informare gli abitanti locali, l’ingresso delle compagnie petrolifere.

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Le donne leader hanno raccontato le minacce e le violazioni dei trattati internazionali che subiscono. Salomè Aranda è stata minacciata per aver criticato l’Eni. La leader ha dichiarato: “Questo attacco è la loro risposta alla mia lotta in difesa della vita e dei nostri territori dalla minaccia dello sfruttamento del petrolio“.
Ma nonostante la denuncia, le autorità ecuadoriane non hanno portato avanti le indagini, né hanno protetto la famiglia di Salomè. A due anni dai fatti Amnesty International denuncia nuovamente gli attacchi agli attivisti in Ecuador. Firma la petizione per garantire il proseguimento delle indagini sulle violenze subite da Salomé e la sua famiglia.

Ecuador sulla giustizia alle donne

Salomè ha denunciato anche gli abusi sessuali dei quali sono vittime le donne indigene. Nei dettagli della petizione di Amnesty International si possono leggere le numerose testimonianze di altre donne attaccate e minacciate.
L’Ecuador ha un problema con le donne. Ricordiamo le parole di Lenin Moreno quando era ancora in carica come presidente: “Gli uomini sono sotto attacco da donne tormentatrici che li accusano di molestie“, disse. Ma non tutti gli uomini, solo quelli “bruttini”, perché, secondo l’ex presidente: “Si tratta di molestie se a compierle è un uomo brutto“.
Non solo, secondo Human Rights Watch, l’Ecuador ha un alto tasso di violenza sessuale nelle scuole. Moreno aveva proclamato “tolleranza zero”, ma oltre un servizio di monitoraggio delle denunce, poco si è fatto. Non si è incentivata la denuncia di abusi e, in caso una denuncia esista, spesso è ostacolata da una burocrazia lenta e superficiale.

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Le elezioni sono state un freno per la battaglia degli indigeni, non la loro conclusione. Protezione del territorio ancestrale e delle leader delle tribù sono gli obiettivi comuni e indivisibili degli attivisti in questi giorni di marce e proteste.

Altre informazioni nel documento: “European banks financing trade of controversial Amzon oil to the U.S“.

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Articolo di Giorgia Bonamoneta.

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