‘Ariaferma’ scuote il Festival del Cinema di Venezia: in scena l’assurdità del carcere

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Fosse vero … Se i prossimi italiani attesi nel concorso principale (in ordine di apparizione, Qui rido io di Mario Martone, Freaks Out di Gabriele Mainetti e America Latina di Damiano e Fabio D’Innocenzo) dovessero fare bella figura al Lido, allora le parole pronunciate dal direttore Alberto Barbera, lo scorso luglio alla presentazione della corrente 78esima Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (per una volta, il suo lungo nome scritto per esteso. Anche per dare un’idea della portata), culminerebbero in una totale compiutezza. Barbera — semper laudatur — dixit: il cinema italiano attraversa «un momento di grazia, in cui cineasti affermati si confermano al meglio e altri si definiscono come prospettive per il futuro».

Oltre agli scroscianti applausi che hanno accompagnato i primi due titoli nazionali in gara, i bellissimi (e per pregi diversissimi) È stata la mano di Dio di Paolo Sorrentino e Il buco di Michelangelo Frammartino, l’onore al merito va anche a due dei tre “fuori concorso” visti finora: Ariaferma di Leonardo Di Costanzo e La scuola cattolica di Stefano Mordini. Il terzo è Il bambino nascosto di Roberto Andò, atteso l’11 per la chiusura. Dopo alcuni piccoli e preziosi lavori (L’intervallo, L’intrusa) con Ariaferma Di Costanzo gioca bene la carta, che la produzione gli permette. Per la prima volta insieme, due grandi interpreti napoletani. Silvio Orlando è un ergastolano («Niente di più lontano da me. Ho provato panico a interpretarlo»), Toni Servillo una guardia («affascinante essere un personaggio di decorosissima bontà, che crede nel suo lavoro. Tra responsabilità e compassione»). Oggetto di sceneggiatura è l’esperienza di vita, passata in un carcere prossimo alla dismissione, di due gruppi di distinta umanità. «Penso sia un film sull’assurdità del carcere — commenta il regista —. Abbiamo visitato molti penitenziari. Ovunque abbiamo trovato grande disponibilità a parlare, a raccontarsi. Fra agenti, direzione e detenuti, era facile si venisse a creare uno strano clima di convivialità, durante i nostri incontri. Poi, ognuno rientrava nel proprio ruolo. Quando gli uomini in divisa riaccompagnavano gli altri in cella».

Ambrogio Crespi, il regista condannato a sei anni di reclusione per concorso in associazione di tipo mafioso, oggi libero dopo avere ricevuto la grazia dal presidente della Repubblica Sergio Mattarella, offre al film un suo giudizio. Che gli conferisce un mai banale — in un’opera di finzione e per giunta d’autore — attestato di veridicità. «Io che in carcere ci sono stato — spiega Crespi —, ritrovo nel film le stesse luci, gli stessi colori. Mi è venuta la pelle d’oca». Altro capolavoro, tecnico e artistico, dell’autore della fotografia Luca Bigazzi. «Gli interpreti — continua Crespi — sono pazzeschi. In carcere il rapporto umano esiste, anche tra detenuti e guardie». Con La scuola cattolica, Stefano Mordini sintetizza abilmente in due ore scarse e di buon ritmo, le oltre 1200 pagine dell’omonimo romanzo di Edoardo Albinati, Premio Strega nel 2016. Il regista semplifica ma non banalizza, la materia incandescente del libro. Le vite di giovani e ricchi borghesi, si intrecciano con il delitto del Circeo. Cronaca nerissima, datata 1975. «Volevamo spostarci verso i giorni nostri. Perciò, non abbiamo mostrato il conflitto politico dell’epoca», commenta Mordini. Ma gli aguzzini Andrea Ghira, Gianni Guido e Angelo Izzo, nel film «si muovono da fascisti, prendendosi spazi inaccettabili di violenza». Il cast è immenso. Impiega i volti noti (Cervi, Gifuni, Golino, Scamarcio, Trinca) a piccolissime dosi e lascia ampio spazio alle nuove leve. Racconta Valeria Golino: «Vedi giovani di talento e ti chiedi: ma chi è? Da dove esce questo?». Benedetta Porcaroli interpreta Donatella Colasanti, sopravvissuta al massacro in cui ha perso la vita Rosaria Lopez (Federica Torchetti, nel film). «Da subito ho provato empatia, con la luce e la purezza di queste due ragazze — ricorda Porcaroli —. C’era bisogno di un film così, per affrontare un tema tanto complesso».

Si tace poi, sulle tante produzioni italiane presenti nelle sezioni collaterali. Ma solo perché, non si può vedere tutto. Comunque, una menzione a Il paradiso del pavone di Laura Bispuri (in gara a Orizzonti). L’autrice gira una storia famigliare con mano riconoscibile e dirige bene i suoi attori e le sue attrici (Rohrwacher, Sanda, Sansa). Ecce Leone d’oro (?). Capita sempre, durante il festival, al buio di una sala, di avere la sensazione di vedere scorrere le immagini del film destinato al premio più prestigioso. A volte, spesso, la sensazione è sbagliata. Comunque andrà a finire, quando sabato la giuria presieduta dal regista Bong Joon-ho emetterà i suoi verdetti, L’envement della regista francese Audrey Diwan — passato ieri nel concorso principale — è un film bello, coraggioso, orgogliosamente disinibito. Duro? Certo. Ma non poteva essere altrimenti, per mostrare la disgraziata vicenda, personale e sociale, di una ragazza che nella Francia del 1963, si ritrova incinta e senza la possibilità di abortire legalmente. Provare a farlo, significava rischiare la galera. O addirittura perdere la vita, a causa delle eventuali complicazioni di una operazione rischiosa e sotterranea, fuori dal circuito ospedaliero.

Tenere il bambino, avrebbe comportato una forzata rinuncia agli studi universitari, dunque al sogno di un futuro migliore. Tratto dal romanzo autobiografico L’evento di Annie Ernaux, l’opera seconda di Diwan ha un piglio sincero e raro, nell’affrontare i dolori. Rispetto al singolare (Il dolore) Marguerite Duras, Ernaux è costretta a combatterne le molteplici forme: la decisione di non tenere il bambino, l’emarginazione sociale, la fisicità messa alla prova, il futuro a rischio, il presente distrutto. La 22enne franco romena Anamaria Vartolomei, protagonista, è uno spettacolo. Tematiche simili, negli anni hanno già portato ottimi film ai maggiori trofei. Il maestro inglese Mike Leigh, trionfatore a Venezia con l’autorale Il segreto di Vera Drake nel 2004. Il parigrado maestro romeno Christian Mungi, Palma d’oro a Cannes nel 2007 con l’iperrealista 4 mesi, 3 settimane, 2 giorni. Altro merito della Diwan è di essere riuscita a ripristinare per immagini, la raffinatezza narrativa propria di Ernaux. In un evidente e proficuo scambio di sensibilità femminili. Ieri in gara si è visto anche, dal Venezuela, La caja di Lorenzo Vigas. Il titolo spagnolo rimanda alla scatola, che conterrebbe le ceneri del padre di un ragazzino orfano, puro di cuore e nelle intenzioni. L’incontro con un uomo, molto somigliante al genitore defunto, spingerà il giovane verso una pericolosa deriva.

Il dickensiano Oliver Twist, contemporaneo e sudamericano, parte da un ottimo spunto di scrittura. Poi si accomoda su un neorealismo piatto e prevedibile. Vigas, l’unico dei registi in concorso a potere nuovamente rivincere il Leone (già aveva conquistato Venezia nel 2015, con Ti guardo) non pare destinato al bis. Oggi, Martone con Qui rido io (titolo internazionale The King of Laughter, dove il re della risata è Toni Servillo nei panni di Eduardo Scarpetta) apre il forcing italiano, per il finale di Mostra. Domani Freaks Out di Mainetti. Giovedì America Latina dei D’Innocenzo. La gioia sarebbe per una conferma, di positivissima tendenza del cinema nostro. Non vuole essere da meno la filmografia dell’ex blocco sovietico. Oggi, l’Ucraina di Vidblysk anticipa i titoli da Russia e Polonia. E poiché i festival non sono “giochi senza frontiere”, speriamo siano belli. Anzi, bellissimi.

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