Ascoltare Schiavi del Sesso dei Volosumarte, oggi, è un balsamo necessario. E non dipende dalla mia “educazione anconeta


Tu da che parte stai?

Dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?

Nel 1992 dentro quello che a tutti gli effetti si può definire l’ultimo album riuscito appieno di Francesco De Gregori, Canzoni d’amore, si trovata una canzone dal titolo Chi ruba nei supermercati.

Da quella canzone sono tratte le prime righe di questo mio capitolo del diario del secondo lock down. Lo sono per un motivo semplice, che a breve vi sarà chiaro, quando ieri ho chiesto, quasi preteso, che la sindaca di Ancona mi intitoli la piazza principale del capoluogo marchigiano, mi è stato fatto notare che un artista per essere tale deve anche avere delle ombre. Non per tornare sull’argomento Sfera Ebbasta, parliamo di artisti, ma perché i chiari per essere chiari devono essere contrapposti a scuri. Mi è stato proprio fatto notare come Caravaggio, si finisce sempre per citare lui quando si parla di artisti con scuri, uno che porta il nome del paese che gli ha dato i natali, per intendersi, fosse un assassino, oltre che uno dei più importanti pittori che abbia vissuto nel nostro paese.

Ecco il perché del capitolo di oggi, a breve capirete meglio. Mi ha aiutato anche il fatto che con mia moglie si stia cominciando a seguire Good Girls, su Netflix, i meriti vanno condivisi.

Tu da che parte stai, quindi?

Dalla parte di chi ruba nei supermercati o di chi li ha costruiti rubando?

Quando all’epoca uscirono, proviamo a contestualizzare, mi sono ritrovato tra i tanti, almeno tra i tanti tra quanti avevano ascoltato le nuove canzoni del Principe, che non avevano dubbi su da che parte stare.

Erano anni strani, per l’Italia. Tangentopoli era nel pieno del suo vigore. La Prima Repubblica si stava sbriciolando, senza ancora lasciar del tutto intravedere lo sfacelo che la sarebbe andata a sostiutire.

Io ero un giovane anarchico che si apprestava a fare l’obiettore di coscienza presso un dormitorio per senza fissa dimora, un capellone che suonava in una band punk e che di lì a poco avrebbe trovato nella scrittura, non nella scrittura di canzoni, ma nella scrittura di racconti e romanzi, prima di romanzi e racconti e saggi e articoli, poi, la propria vena artistica, il proprio modo per continuare a punkeggiare. Ero soprattutto un giovane irrequieto, curioso di conoscere il mondo attraverso tutto quello che mi capitava a tiro, la vita, i libri, i dischi, tutto.

Un giovane anarchico con ambizioni artistiche si muoveva nella sonnacchiosa provincia marchigiana, lo spauracchio della destra che comincia a paventarsi, gli  ultimi partigiani lì a raccontarci della loro gioventù passata in montagna a sparare ai fascisti.

Il capitalismo, il muro di Berlino non era caduto da troppi anni, ci sembrava ancora un nemico da picconare.

Le giornate passavano tutte uguali, seppur il panorama che si trovava alle nostre spalle poteva in qualche modo variare, impercettibilmente.

La compagnia era varia, una trentina di persone con gli stessi ideali, gli stessi gusti musicali, la stessa voglia di pensare a un futuro che fosse migliore del presente, e non ci volevamo molto a ambire a tanto.

Ci vedevamo in sala prove, al primo piano di una fabbrica di sparachiodi per tappezzeria dalle parti del porto di Ancona.

Ci vedevamo in piazza Cavour, in centro, davanti a una panchina che era anche il punto di ritrovo dei nostri altri amici, quelli coi quali poi si usciva nei fine settimana, si andava al mare in estate, al Quadrato, si facevano scampagnate e anche le vacanze.

Con altri ci vedevamo al negozio di Marco, a pochi passi da Piazza Cavour, davanti alla chiesa di San Cosma, la chiesa nella quale mio padre svolgeva il suo incarico di diacono. Sopra il negozio, l’unico che tenesse anche musica alternativa in città, c’era la sede dell’MSI, il Movimento Sociale, il partito fascista che poi ha dato origine a Alleanza Nazionale e, oggi, a Fratelli di Italia. All’epoca, bei tempi, in Ancona i fascisti si contavano sulle dita di una mano, oggi il governo regionale è in mano proprio a Fratelli di Italia, ma quei pochi ci credevano davvero. Non perché facesse figo crederci, figuriamoci, quattro gatti come erano finivano sempre per essere presi a calci nel culo. E neanche perché ne traessero un qualche vantaggio, non avevano mai ricoperto incarichi pubblici, né sembrava possibile ipotizzare un giorno si sarebbero trovati a ricoprirlo. No, ci credevano davvero. Al punto che, ogni qual volta qualcuno rompesse a sassate l’insegna luminosa del partito, all’epoca c’era ancora Almirante, e presto sarebbe arrivato Fini, la sostituivano prontamente. E tenete conto che questo succedeva quasi tutte le settimane, una sassate e via, l’insegna luminosa andava in mille pezzi, poco contava che fosse al primo piano, non in strada, eravamo diventati di una precisione quasi chirurgica, una sassata e via. Al peggio, se capitava che sbagliavamo mira, rompevamo il vetro della finestra dietro l’insegna, amen, avrebbero dovuto sostituire pure quella.

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Noi del resto passavamo del gran tempo lì nel negozio di Marco, a ascoltare le nuove uscite, a parlare delle riviste musicali che li anticipavamo, da Rockerilla a Jam, passando per Rumore, normale che ci stesse sul cazzo vedere quell’insegna con la fiamma tricolore lì sopra.

Ora, è proprio di quei pomeriggi che voglio parlare. O almeno a quella versione di quei pomeriggi che, a così tanti anni di distacco, è rimasta dentro di me. Sarà capitato a tutti, immagino, di ripensare a dei momenti dando sfogo alla fantasia, io quegli anni li ho infilati dentro tre romanzi, figuriamoci, li ho proprio riscritti, romanzati, e quando si ripensa troppo a qualcosa si finisce per credere più ai ricordi che ai fatti per come si sono svolti, li si confonde, non sapendo più esattamente quali siano i sogni a occhi aperti e quali i reali acccadimenti.

Ma veri o ricostruiti nella mia mente che siano è di quei pomeriggi che voglio parlarvi.

Già il fatto che esistesse un negozio di dischi, per di più di un negozio di dischi con chiaro orientamento underground, sembra oggi qualcosa degna di finire in un racconto storico, come se si parlasse di streghe arse vive su una pira di legna o di accampamenti di barbari devastati dalle truppe di Giulio Cesare, il fatto che poi lì ci si ritrovasse una band che avrebbe provato prima in una cantina e poi in una fabbrica, beh, è pura poesia. Michele, il nostro batterista, poi ne avrebbe aperto uno suo, di negozio di dischi, ma questo sarebbe avvenuto anni dopo, e sarebbe anche durato assai poco, e non è parte della storia che voglio raccontarvi.

La storia che voglio raccontarvi è di come noi, lì, per noi intendo me stesso e alcuni di quelli che all’epoca frequentavo, annoiati e anche piuttosto scazzati, del tutto intenzionati a fare del nostro credo anarchico qualcosa di più del segno di uno spirito giovanile irrequieto, che iniziamo a pensare a una rapina. Erano gli anni de Le iene di Quentin Tarantino, capitemi, niente di serio, si parlava per parlare. Abbiamo iniziato a pensare a una rapina, e a una rapina fatta con le stesse intenzioni della Banda Bonnot, erano anche gli anni di In ogni caso nessun rimorso di Pino Cacucci, per intenderci. Una rapina proletaria, quindi, con l’intento magari di finanziare la registrazione del nostro primo album, o magari solo per condividerlo con chi ne aveva bisogno, come tanti piccoli Robin Hood.

Niente di serio, ripeto. Assolutamente niente di serio, non fraintendetemi, e non fatemelo ripetere più. Un pomeriggio ci siamo messi a fingere di essere loro, Mr Blu, Mr Pink, Mr White, e abbiamo iniziato a pensare come avremmo mai potuto organizzare una rapina. Un modo per passare il tempo, sognando a occhi aperti, fingendoci altro da quel che eravamo, andare nel lato selvaggio della strada. Così abbiamo iniziato a pensare a come avremmo potuto rapinare il Joyland, questo il nome del centro commerciale della nostra città, ben sapendo che nessuno di noi avrebbe mai fatto rapine. Figuriamoci, eravamo talmente scemi da essere stati tutti schedati alla prima comparsa pubblica di Berlusconi come candidato alla presidenza del consiglio, nell’autunno del 1993, lui a arrivare alla Fiera della Pesca di Ancona, a pochi passi dalla fabbrica nella quale provavamo con la band, in elicottero, e noi a manifestare di fronte, senza neanche la possibilità di incrociarlo. Una manifestazione con più forze dell’ordine che partecipanti, e noi tutti schedati come anarchici nel finale, vedi a voler fare gli splendidi, figurati se avremmo mai anche solo pensato seriamente a commettere un crimine.

Però ogni tanto, quando non c’era un buon disco nuovo da ascoltare, o una recensione di Rumore da commentare, tornavamo a parlavare di come fare una rapina al Joyland.

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Si parlava come si parla da ragazzi, si fantasticava. A ogni passaggio il nostro piano si ingigantiva. Entravano nuovi dettagli, spesso campati in aria, figli più delle mie letture di romanzi noir o dei film che vedevamo al cinema. Sembrava quasi qualcosa di plausibile, parlarne, tanto quanto prendere a sassate l’insegna dell’MSI o, d’estate, andare a fare zucchetti, così si chiamano in Ancona i tuffi, al Quadrato, d’estate.

Poi quei pomeriggi saltuari a parlare di rapine sono finiti nel mio romanzo Questa volta il fuoco, non sono neanche troppo sicuro siano davvero esistiti, e non siano piuttosto solo il frutto della mia fantasia poi passata dalle pagine di un libro alla camera dei ricordi, poi diventati realtà attraverso il filtro fallato dei ricordi, Questa volta il fuoco, uno dei tre romanzi nei quali ho raccontato quegli anni, non a caso diventato a suo modo un piccolo caso editoriale in Spagna, il giovane scrittore anarchico che attacca Berlusconi e racconta di manifestazioni e rapine progettate e mai andate in porto.

Romanzare la realtà è parte del lavoro del romanziere, mi sembra anche pleonastico suggerirlo, lo sto facendo anche ora.

Il fatto è che l’altro giorno hanno rapinato la farmacia davanti alla scuola che frequentano i miei figli piccoli, i gemelli. Una rapina avvenuta in pieno giorno, tre ragazzi a volto coperto dalle ormai comunissime mascherine, un lungo cacciavite come arma contundente, due calci e quattro schiaffi dati al povero farmacista. Niente di particolarmente organizzato, si sarebbe detto. Tre ragazzi a volto coperto entrano in farmacia, picchiano il farmacista, distruggono la cassa e si portano via centocinquanta euro. Tempo pochi minuti e vengono arrestati. Tempo e qualche ora il video diventa virale. Benvenuti nel 2020.

Tu da che parte stai?

Ecco vedendo quel video, quella rapina avvenuta in un luogo che frequento abitualmente, c’ero stato un paio di giorni prima, mi è tornata in mente quella serie di pomeriggi passati a blaterare, più che fantasticare è blaterare che dovrei dire, di come rapinare il centro commerciale di Ancona, noi che pochi anni prima, per avere un centro sociale nostro, all’altezza del Forte Prenestino di Roma, del Leoncavallo di Milano o dell’Isola nel Kantiere di Bologna avevamo ben pensato di andare a occupare l’ex caserma della Polizia Stradale, a Posatora, l’occupazione più breve della storia dell’umanità, pensa che idioti occupare un’ex commissariato di polizia. Ricordo ancora la faccia di mio padre quando sono finito in prima pagina sul Corriere Adriatico, il quotidiano della mia città, io in piedi in cima alle gradinate della Sala del Consiglio Comunale, le mani appoggiate ai fianchi, un po’ come faceva Mussolini, il cappello di rasta che all’epoca portavo per contenere i miei capelli lunghi fin sopra al sedere, la posa da capo della rivolta, ruolo che non ho mai neanche vagamente avuto, quel mio essere lì era in realtà dovuto solo al fatto che ero appena arrivato, in ritardo per assistere alla seduta nella quale il comitato organizzativo dell’occupazione, di cui neanche facevo parte, chiedeva al sindaco di cederci temporaneamente quell’ex caserma abbandonata dopo la Frana del 1983. Quegli anni erano così, fiammeggianti.

Questi sono invece come quello che si vede in quella rapina, nel video preso dalle telecamere interne della farmacia davanti alla scuola dei miei figli. Violenti, improvvisati, atti a procurare un danno fisico e psicologico altissimo per un bottino irrisorio. Senza alcuna poesia. Nessun pomeriggio passato a parlarne in un negozio di dischi, immagino. Anche per questo, suppongo, loro hanno fatto una rapina e noi no. Nessuna poesia, solo violenza cieca, disperata, magari, ma comunque cieca.

Lo so, so bene di essermi descritto come fossi uno dei protagonisti di Romanzo Criminale, quando per come ero partito sarei dovuto al più essere uno che ambiva a finire dentro La grande truffa del rock’n’ roll di Julian Temple, ma la sensazione, questa sì asfissiante, di vivere in un’epoca che ha tolto ogni briciolo di ambizione poetica a tutto, dalla musica alle rapine, mi attanaglia.

Non dico che vorrei un mondo abitato da rapinatori che portano il mitra dentro custodie di violino, a parte le suggestioni di aver consumato i romanzi di Pelecanos e Mosley non ho mai avuto una particolare propensione a simpatizzare con chi fa uso di violenza contro chi è inerme, non state a prestare troppa attenzione alla veridicità di tutto quel che scrivo, ma sicuramente vedere quelle scene così crude e inutilmente violente non mi ha messo a mio agio. Come, con le dovute differenze, non mi mette a mio agio pensare che non ci siano più cantine con porte coperte da custodie di uova, pronte a esplodere di rumori dissonanti che qualcuno chiamerà musica, come non mi mette a mio agio pensare che non ci siano più negozi di musica underground che diventano punto di ritrovo di ragazzi insofferenti, destinati nella vita a realizzare i propri sogni nel più disparato dei modi.

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È cambiato il mondo. E visto con gli occhi filtrati da una nostalgia figlia sia della pressione cui un po’ tutti siamo sottoposti in questi mesi, sia dell’incedere implacabile del tempo, mi sembra un posto decisamente meno piacevole da abitare. Non sto più dalla parte di nessuno, oggi, questo quel che mi verrebbe da concludere, sicuramente non dalla parte di chi deruba un farmacista armato di cacciavite.

Ma siccome non mi piace lasciare chi mi legge con l’amaro in bocca, e in questo caso sarebbe davvero un gusto di quelli che non riesci a toglierti neanche contrastandolo con sapori altrettanto forti, voglio chiudere questo mio assai poco lucido scritto con una segnalazione. Di quelle che magari non cureranno le ferite dell’anima, ma quantomeno ci terranno compagnia mentre cerchiamo di superare la notte. Alla mezzanotte tra giovedì e venerdì è uscito il nuovo singolo dei Volosumarte, dal titolo Schiavi del sesso. L’ho ascoltato in anteprima e da che l’ho ricevuto continuo a ascoltarlo. Schiavi del sesso, quindi. Titolo che in qualche modo potrebbe andare in contrasto con la notizia circolata ripetutamente in questo periodo, cioè che questa costante pressione cui il mondo intero è sottoposto stia assestando colpi mortali alla nostra libido, ma che in realtà gioco proprio un altro campionato andando a stigmatizzare uno dei mali reali del nostro tempo, il cosiddetto patriarcato, e di conseguenza il ruolo di sudditanza cui spesso è sottoposta la donna, e di conseguenza il discorso relativo al body shaming, mai come oggi attuale. Il tutto in una canzone pop, sì, ha del miracoloso. Schiavi del sesso è una canzone pop, un mid-tempo electropop di quelli che ci fanno muovere il piede a tempo, con la voce di Martina Catalfamo che brano dopo brano si fa più a fuoco, quanto di più sensuale sia in circolazione in questo momento nel nostro panorama musicale, e non si legga queste mie parole in contrasto con quanto appena scritto o con quanto la canzone vuole veicolare, tutt’altro, credo che la sensualità della voce di Martina, qualcosa di potentissimo, semmai rafforzi proprio il personaggio estremamente libero che la canzone racconta, una donna libera come tutte dovrebbero essere.

Una voce solida, non solo per l’intonazione, ma per una capacità, dovuta a talento e mestiere, certo, ma anche a quel famoso X Factor assente ingiustificato dal programma tv che porta lo stesso titolo. Ascoltare i Volosumarte, oggi, è un balsamo necessario, e presente, grazia a Dio. Ecco, se mai la mia vecchia band riuscisse davvero a portare a termine ora, dopo ventisei anni dallo scioglimento, le registrazioni di quel disco che all’epoca non abbiamo inciso, troppo impegnati a mandarci a cagare l’un l’altro, un feat di Martina ce lo vedrei bene, anzi, benissimo, segnatelo in agenda, abbiamo altri ventiquattro anni di tempo prima che ricorra il cinquantennale dallo scioglimento, noi ce la prendiamo con calma, si sarà capito.

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