Attentato in Afghanistan: ecco a chi stiamo lasciando il Paese

L’attentato in Afghanistan delle ultime ore dimostra in maniera lampante tutta una serie di cose. Nessuna di esse è edificante per l’Occidente. La prima cosa che viene in mente è che con il ritiro delle truppe internazionali questo è il livello di “sicurezza” in cui lasciamo il popolo afgano. A partire dall’inizio del ritiro i talebani avevano provato a creare una narrazione secondo cui la comunità internazionale si sarebbe potuta fidare di loro e della capacità di controllare il territorio e allontanare qualsiasi minaccia terroristica.

L’evidenza che drammaticamente ha messo in risalto l’attacco di oggi all’aeroporto dimostra come i nuovi padroni dell’Afghanistan abbiano tutt’altro che il controllo dell’intero territorio nazionale. E qui si apre un doppio scenario che emerge dall’attacco e che affonda le sue radici nella torbida composizione dei talebani. Questi ultimi si sono affrettati a condannare l’attentato dicendo che avevano avvertito le autorità statunitensi del pericolo e scaricando la colpa sull’Isis-K, la propaggine dello stato islamico nel Paese.

Gli scenari dopo l’attentato in Afghanistan

Il primo scenario è che i talebani, come detto non possono già avere il controllo del territorio e che soprattutto non possono controllare i gruppi estremisti che non vogliono stringere nessun accordo con l’Occidente. Siano esse frange dello Stato Islamico o addirittura gruppi interni ai talebani stessi, è veramente difficile rimestare nel torbido delle organizzazioni armate che orbitano all’interno e all’esterno dell’Afghanistan e credere di averne il controllo. D’Altronde finora al tavolo delle trattative con gli Stati Uniti si sono seduti solo i “talebani 2.0”, coloro cioè che stanno provando ad accreditarsi come i più moderati tra i fondamentalisti.

Alcune frange più oltranziste tra loro, oltre che altre organizzazioni più o meno pericolose non sono state invitate al tavolo dei negoziati e quindi della torta da spartire delle materie prime di cui dispone il Paese. Si tratta per esempio del litio di cui i giacimenti minerari del Paese sono ricchi a dispetto della scarsità del minerale in questione nel resto del pianeta. Un asset fondamentale per l’intera industria tecnologica mondiale su cui i talebani “riformisti” vogliono mettere da soli le mani.

Una trattativa che non sta bene alle frange più estreme che, di facciata blaterano di intransigenza rispetto al nemico occidentale, ma che nei fatti sono state lasciate senza una fetta della torta. Dello stesso avviso sono gli uomini dell’Isis-K che, agitando il vessillo dello Stato Islamico, in realtà non vogliono essere messi da parte. O almeno sperano di fare abbastanza rumore e creare tali problemi da essere chiamati al tavolo delle trattative. Di fatto, se fossero loro gli autori dell’attentato, sono riusciti a indebolire la narrazione talebana secondo cui il Paese sarebbe al sicuro e non diventerà mai la base per organizzazioni terroristiche.

Il secondo scenario, quello più torbido, potrebbe vedere i talebani come autori, se non in prima persona come facilitatori o per interposta persona o gruppo fondamentalista, dell’attentato. Una sorta di mandante occulto che darebbe loro la possibilità di risedersi al tavolo delle trattative e prospettare uno scenario molto peggiore rispetto al fatto che ci siano loro al potere. Di fatto potrebbero dire: “Guardate cosa può succedere se ci sarà qualcun altro al posto nostro. Potrebbero arrivare fondamentalisti molto più pericolosi di noi”. Un’ipotesi più remota ma possibile anche grazie al fatto che già all’interno della galassia talebana ci sono già frange più intransigenti che non vedono l’ora di far scorrere sangue infedele. Non sarebbe stato per nulla difficile armarli e potrebbe capitare ancora.

Il ruolo degli Stati Uniti e l’accordo con i talebani

Conferme di questo scenario però potrebbero avvenire solo a lungo termine. Per ora la versione ufficiale basta e avanza per tracciare un quadro abbastanza inquietante. L’ultima drammatica evidenza che quest’attentato ha messo in risalto è che al governo americano non frega più nulla dell’Afghanistan. Semmai in questi giorni le risposte di Biden avessero lasciato qualche dubbio, le ultime dichiarazioni hanno dimostrato che gli Stati Uniti non vedono l’ora di scappare da lì e dedicarsi ad altre priorità dell’amministrazione. I marines morti oggi saranno probabilmente le ultime vittime che il presidente americano vuole giustificare di fronte all’opinione pubblica.

Ma c’è di più e questi giorni l’hanno dimostrato. Gli Stati Uniti sono costretti a lasciare l’Afghanistan per onorare gli accordi fatti con i talebani. Risulta chiaro ormai che la presa del potere da parte degli “studenti coranici” fosse completamente organizzata e questo spiega anche perché l’esercito afgano non abbia minimamente combattuto. Adesso gli Stati Uniti devono tenere fede agli impegni, primo perché temono le rappresaglie, secondo perché non vedono l’ora di andare via e fare una bella parata con i militari rientrati il giorno del ventennale dell’11 settembre. Chissà se insieme a loro sfileranno le migliaia di bandiere piegate inviate alle famiglie americane e le migliaia di soldati rimasti mutilati in battaglia.

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