Caduto il governo Draghi e il Movimento cinque stelle è morto

Alla fine Mario Draghi ha visto il “bluff” di Giuseppe Conte e ne ha segnato la morte politica. Con dei sonori calci nel sedere, riservati ai grillini e alla Lega soprattutto, il premier ha deciso di staccare la spina a un governo nato per fronteggiare crisi importanti ma che a pochi mesi dal voto ormai non serviva più. Sì perché più si avvicina la scadenza elettorale e più la voglia di smarcarsi dai governi di unità nazionale cresce. Successe con il governo Monti e adesso è successo con il governo Draghi.

L’ex capo della Bce l’ha capito e ha deciso di non prestarsi a un teatrino e a una campagna elettorale lunga sei mesi. Draghi ha deciso di non prestarsi ai continui strattoni che i partiti che componevano il suo esecutivo avevano deciso di dargli. Avevano cominciato i Cinque stelle ma sicuramente l’avrebbero seguiti anche la Lega convinti che fare opposizione all’interno del governo di cui facevano parte gli avrebbe garantito dei dividendi elettorali. Il premier ha visto il bluff e ha di fatto distrutto il Movimento cinque stelle.

Conte sperava di fare sei mesi di campagna elettorale, di ricostruire una verginità ai Cinque stelle dopo tre diversi governi con praticamente tutte le forze politiche dell’arco costituzionale. Voleva rilanciare la matrice di opposizione del Movimento che li aveva portati oltre il 30%. Per farlo doveva fingere di mettere in mora il governo Draghi. Doveva fingere una crisi rimanendo saldamente attaccati alla poltrona perché serviva il tempo per fare un minimo di campagna elettorale. Nei suoi piani sei mesi sarebbero bastati a far dimenticare agli italiani i tre governi di cui avevano fatto parte. O almeno questa era la speranza.

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La fine del governo Draghi non dà il tempo ai populisti di fare campagna elettorale

Draghi lo ha capito e ha visto il bluff distruggendo di fatto il suo piano. Ora, in due mesi, Conte non potrà portarlo avanti e non avrà il tempo per ricostruire il Movimento di “lotta”. Verrà, invece, ricordato dagli elettori come colui che ha mandato a casa un governo a pochi mesi dalle elezioni senza motivo se non per un tornaconto elettorale. Di fatto è a rischio l’esistenza stessa del Movimento e forse Grillo potrebbe anche pensare di affidarlo o a Virginia Raggi o ad Alessandro Di Battista. Conte ha dimostrato ancora una volta la sua completa impreparazione politica facendo riecheggiare le parole durissime che lo stesso Grillo usò nei suoi confronti.

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Al proprio tornaconto elettorale ci ha pensato anche la Lega. Anche in questo caso Draghi l’ha capito e li ha inchiodati alle proprie responsabilità. L’idea del “centrodestra di governo” era quella di creare un nuovo governo ma soprattutto la Lega voleva far fuori il ministro dell’Interno, Luciana Lamorgese. L’obiettivo era quello di ottenere il Viminale che era valso a Salvini e al suo partito la propaganda necessaria per raggiungere il 30% alle ultime europee. Il ministero migliore per il populismo da agitare nei mesi prima delle elezioni. Non è un caso che al Senato, invece di parlare della crisi di governo, la Lega abbia già ricominciato a parlare di sbarchi di migranti e di criminalità comune (aggiungendo fatta da stranieri).

La consueta bassezza a cui un profilo come Mario Draghi ha voluto sottrarsi evitando di finire una carriera gloriosa come un burattino nelle mani dei populisti. Gente come Conte o Salvini non hanno e non avranno mai il suo standing. Figuriamoci se le capacità per usarlo. A questo punto non restano le urne con il consueto “fuggi-fuggi” generale. La consueta corsa al posizionamento e la ricerca di un posto in lista in un momento in cui posti sono meno. Inoltre sia Lega che Cinque stelle vedranno i propri parlamentari ridursi. La prima, e si spera l’ultima, legislatura dei populisti non poteva che concludersi in questo modo. Con due forze politiche che non hanno perso l’occasione di stare dalla parte sbagliata della storia.

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