Caffè chiude a Bologna: ‘Non troviamo baristi a 1.300 euro. Non rispondono neanche all’annuncio’

Il cartello con un numero di telefono appeso fuori dal chiosco del caffé in centro, chiuso ormai da un mese, ha attirato l’attenzione di qualcuno, ma non ha risolto il problema. Non si trovano baristi, nonostante i titolari siano disposti ad assumere personale regolarmente, pagando circa 1.300 euro al mese per 40 ore settimanali. L’ennesimo caso di un’offerta di lavoro apparentemente interessante, ma che non riesce a incrociare la domanda, si verifica a Bologna, al bar Terzi di piazza Aldrovandi.

 

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«Personale non se ne trova, non rispondono nemmeno all’annuncio. Da quando è apparso il cartello, una settimana fa, abbiamo avuto solo una richiesta di appuntamento, da parte di una persona che poi, però, non si è neppure presentata. Abbiamo avuto qualche telefonata, ma di baristi esperti non se ne parla. Qualcuno che cerca lavoro ci ha contattato, ma spesso sono persone che hanno fatto il barista, ma per due mesi e tanto tempo fa», racconta la titolare, Elena Terzi. «Chiuso per mancanza di personale, ma se sei barista e vuoi lavorare chiama, così potremo riaprire», è l’invito fuori dal bar, dove i gestori hanno scelto di chiudere per poter mantenere aperto almeno il loro secondo locale in centro, un bar in via Oberdan.

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Il chiosco era stato lanciato in pandemia, come luogo più informale. L’idea è quella di puntarci ancora: si offre un contratto da barista di quinto livello, secondo il contratto collettivo nazionale. Ma, per ora, niente da fare: l’impegno scoraggia i candidati. Alcuni chiedono di avere libero il weekend, altri di lavorare part time e per questo poi finiscono per non essere interessati all’offerta: «Capita anche, alcune volte, che persone con la disoccupazione o il reddito di cittadinanza chiedano di poter lavorare 5-6 ore alla settimana in nero, per arrotondare», dice Terzi.

 

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Il tema esiste, non è la prima volta che altri baristi, ristoratori o albergatori in altre zone d’Italia si sono trovati ad affrontarlo. La Filcams-Cgil, sindacato di categoria, non nega il problema. Ma fa un ragionamento sul settore: «Abbiamo dati dell’ispettorato nazionale del lavoro – spiega il segretario generale dell’Emilia-Romagna, Paolo Montalti – che dicono che nel settore il 70% delle attività presentano delle irregolarità: non corretta applicazione dei contratti, non corretto pagamento delle ore di lavoro, degli straordinari, condizioni che non vengono rispettate. Forse è questo uno dei motivi per cui lavorare in questo settore è meno interessante, meno attrattivo. Non bisogna generalizzare, ma il singolo caso può risentire della condizione generale».

 

«La difficoltà nel trovare personale – dice anche Montalti – non diciamo che non sia vera a prescindere. Diciamo però che non è legata al tema, come sostiene qualcuno, che le persone non rinunciano al reddito di cittadinanza». Inoltre dopo la pandemia «molti si sono accorti che ci sono esigenze diverse, persone lasciano con dimissioni volontarie e fanno altre scelte di vita. E poi non dimentichiamo – aggiunge Montalti – che pubblici esercizi e ristorazione hanno subito particolari restrizioni e chi lavorava lì ha subito riduzioni di reddito con ore di cig e altro». 

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Ultimo aggiornamento: Domenica 3 Luglio 2022, 19:10

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