Calenda e l’alleanza con il Pd, quanto costerebbe ad Azione? I sondaggi lo spingono a correre da solo

La deadline è tracciata: «Entro lunedì decideremo». Parola di Carlo Calenda, da giorni sospeso tra due fuochi. Andare da solo al voto, con la sua Azione a fare da terzo polo rosicchiando voti a destra e sinistra? Oppure allearsi col Pd, provando a impedire il cappotto del centrodestra (ma col rischio di dover lasciare per strada qualcosa in termini di consensi)? «Non possiamo sbagliare la decisione sulla corsa in coalizione al centro o con il Pd», twitta l’ex ministro dello Sviluppo. «Da questa decisione dipende la possibilità di contendere la vittoria, che non reputo affatto certa, alla destra e di dare al paese un governo decoroso. Le variabili sono molte e complesse».

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Calenda e i sondaggi

Calenda ha letto tutti i sondaggi di questi giorni. Ne ha pure commissionato uno dettagliatissimo, «che ci è costato un occhio della testa». E il verdetto è pressoche unanime: andare da soli, per Azione, significherebbe poter puntare alla doppia cifra. «La cosa più naturale per noi – continua su twitter “Carletto”, come lo chiamano gli amici – sarebbe il modello Roma». Ossia: corsa in solitaria. «Anche perché la decisione del Pd di tenere dentro partiti che non hanno votato la fiducia a Draghi e ex 5S non ci convince per nulla. Però la legge elettorale è quella che è, e la campagna dura un mese. Entro lunedì – conclude – decideremo». 

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Al momento il borsino delle alleanze dà l’intesa tra i dem e Azione praticamente per fatta. Nonostante la probabile presenza di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli, e della loro Alleanza verdi-sinistra (contraria ai rigassificatori, all’ipotesi nucleare e favorevole al reddito di cittadinanza). Sono proprio questi, più che la presenza di Luigi Di Maio nella coalizione, gli aspetti che – a sentire chi ha parlato con Calenda in queste ore – frenano il leader dall’abbracciare Enrico Letta. Perché Azione punta tutto sulla serietà della leadership e la credibilità del progetto. «Ma come facciamo a risultare credibili agli occhi degli elettori se mentre noi parliamo di strategie energetiche, di navi rigassificatrici, gli altri protestano al porto di Piombino?». 

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Dall’altro lato però c’è il timore di essere penalizzati dalla logica del voto utile, che potrebbe scattare all’ultimo miglio di campagna elettorale. E, andando da soli, di lasciare «un’autostrada» al centrodestra. Ecco perché alla fine, nonostante quel prevedibile calo di cui Azione potrebbe risentire schierandosi sul fronte progressista, sembrerebbe questa la strada preferita da Calenda. 

Vantaggi e svantaggi

Ma quanto potrebbe perdere la lista dell’ex ministro, alleandosi con i dem? Le opinioni divergono. Ma se oggi Azione è accreditata di un 5-6% nelle rilevazioni, molti sostengono che con una chiara scelta terzopolista potrebbe ambire almeno al 10. «Fossi Calenda – ragiona ad esempio il sondaggista di Emg Fabrizio Masia – andrei a costruire un progetto politico centrista: cercherei di fare una coalizione o una lista unica che va al centro, Calenda più Renzi più Toti, che conquisterebbe uno spazio al centro enorme e potrebbe fare un risultato tra il 10 e il 15 % con un progetto politico credibile, serio, anche perchè Toti con “Italia al Centro” vale 1,5%.  Calenda sarebbe in qualche modo il premier di quella lista/coalizione centrista». 

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E col Pd, invece? Il rischio è restare ancorati su percentuali a cifra singola. Una perdita di eletti che però potrebbe essere compensata dai collegi che il Pd potrebbe essere disposto a cedere. Anche su questo, le trattative vanno avanti. Almeno fino a lunedì. 

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