Calenda rompe l’alleanza con Letta dopo 5 giorni: gli accordi ‘legittimissimi’ sono diventati ‘una coalizione nata per perdere’

Dopo 24 ore di silenzio su Twitter, sono bastati i primi 30 secondi in tv: “Non intendo andare avanti con questa alleanza“. Con una frase Carlo Calenda ha ufficializzato la rottura del patto siglato appena 5 giorni fa con Enrico Letta, rinnegando quanto era stato deciso all’inizio di questa settimana, quando il 2 agosto i due leader seduti fianco a fianco avevano annunciato l’intesa per costruire “una proposta vincente di governo“. Dentro quel patto, 120 ore dopo, Calenda dice non sentirsi più a suo agio, perché “non c’è coraggio, bellezza, serietà e amore a fare politica così”. A Mezz’ora in più, su Rai Tre, il leader di Azione attacca il Partito democratico e il suo segretario per aver trasformato l’alleanza in “una grande ammucchiata di persone”, per non avere avuto la forza di “rappresentare la sinistra senza correre dietro a Fratoianni”, per aver creato “una coalizione che nasceva per perdere”. Il casus belli, già noto, è l’accordo del Pd con Sinistra Italiana e Verdi, ma anche con Di Maio. Per evitarli, Calenda sostiene di aver proposto a Letta “di fare un’alleanza netta, rinunciando ai collegi, avrei accettato anche solo il 10%“. Il segretario del Pd, aggiunge, “sapeva quello che sarebbe accaduto”. Eppure, anche il leader di Azione sapeva quello che sarebbe accaduto: nell’accordo che aveva firmato solo 5 giorni fa si parlava esplicitamente “dei diversi partiti e movimenti politici del centrosinistra che entreranno a far parte dell’alleanza”. Lo stesso Calenda, la sera del 2 agosto, a La7 diceva: “L’accordo è fra Pd e Azione, dopodiché il Pd ha dei suoi alleati, legittimissimi, sono fatti loro”. Dal martedì alla domenica, invece, è cambiato tutto.

“E’ una delle decisioni più sofferte, la più sofferta”, esordisce Calenda a Mezz’ora in più. “Alla vigilia di queste elezioni ho intrapreso un negoziato col Pd per costruire una alternativa di governo. Ma mano a mano si univano pezzi che stonavano – prosegue il leader di Azione – Oggi mi trovo a fianco a persone che hanno votato 54 volte la sfiducia a Draghi. Mi sono un po’ perso”. Il riferimento è ovviamente a Sinistra Italiana e Verdi, che sabato hanno siglato il loro matrimonio di convenienza con il Pd. Eppure, già martedì si sapeva che Letta avrebbe parlato con Fratoianni e Bonelli, così come con Luigi Di Maio. Proprio per questo, Calenda aveva voluto inserire la “clausola di salvaguardia” che imponeva il no ai leader di partito nei collegi uninominali. “Non un voto degli elettori di Azione andrà a Verdi e Si o a Di Maio”, era il refrain (sbagliato) di quella sera di 5 giorni fa. L’accordo infatti prevedeva che “la totalità dei candidati nei collegi uninominali della coalizione verrà suddivisa tra Democratici e Progressisti e Azione/Più Europa nella misura del 70% (Pd) e 30%, scomputando dal totale dei collegi quelli che verranno attribuiti alle altre liste dell’alleanza elettorale”. Era pacifico per Calenda, quindi, che il Pd sarebbe andato a firmare accordi anche con altri partiti, nonostante le evidenti differenze sui temi e nei programmi: dal nucleare al reddito di cittadinanza, dai rigassificatori all’agenda Draghi.

Giovedì è stato il giorno della svolta, quando il leader di Azione ha cominciato ad attaccare su Twitter. Oggi su Rai Tre rivendica quell’ultimatum: “Non c’è spazio per loro nella coalizione“. A mandare su tutte le furie Calenda era stata la frase di Fratoianni: “Agenda Draghi? Non esiste. Lo ha detto Draghi stesso. Povero Calenda, deve correre in cartoleria a comprarsene un’altra”. È il tweet che ha fatto deflagrare tutto: “La sensazione è che c’è il Pd in mezzo e poi una serie di forze, ho perso il conto. Ma c’era un punto chiaro, il fatto che entrasse in coalizione Fratoianni non implicava che esprimessero da subito il no all’agenda Draghi. Invece c’è stato un crescendo, che ha dimostrato come sarà la campagna elettorale, che non sarà contro la destra ma demolirà l’area liberale della coalizione”, protesta oggi Calenda. E aggiunge: “Questa cosa è durata anche troppo. Quando abbiamo fatto l’accordo ci siamo detti che dal giorno dopo un pezzo della coalizione non avrebbe bombardato l’agenda Draghi, sennò ci saremmo fatti ridere dietro dal Paese”.

Il motivo del dietrofront sono stati quindi gli attacchi alla fantomatica “agenda Draghi”. Ma Calenda ribadisce di non digerire nemmeno gli altri partiti e i loro leader: “A questa proposta si sono aggiunte personalità che gli italiani non vogliono più vedere“. Ora c’è “una grande ammucchiata di persone. Da parte mia non c’è stato un equivoco, ma l’ingenuità che il Pd fosse pronto a decidere di rappresentare la sinistra senza correre dietro a Fratoianni, Bonelli e domani ai 5 stelle, che Letta avesse capito che la coerenza è fondamentale. Che il Pd avesse fatto la sua Bad Godesberg. Ed ho sbagliato“, dice Calenda. Che cita lo storico congresso straordinario della socialdemocrazia tedesca (Spd) tenutosi nel 1959 nell’allora città termale. Ma le sue similitudini si allargano anche alla storia italiana: “C’erano due pulsioni, una a fare una proposta di governo una a fare un Comitato di liberazione nazionale e alla fine Enrico (Letta) è rimasto al Cln”.

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Calenda quindi fa intendere che, rispetto a 5 giorni fa, ora avrebbe voluto un accordo esclusivo, con il Pd a fare la sinistra e lui a rappresentare l’area moderata di centro. “Nei giorni scorsi sono andato da Enrico Letta e gli ho proposto di fare un’alleanza netta e gli ho detto che rinunciavo ai collegi. Avrei accettato anche solo il 10%“, racconta Calenda. Che invece martedì aveva strappato una fetta importante, il 30% degli uninominali, nonostante secondo gli attuali sondaggi la sua Azione navighi attorno al 5 per cento. Non è bastato per convincere il segretario del Pd: “Letta sapeva cosa sarebbe accaduto, già da ieri”. Lo aveva avvertito? “Assolutamente“. Questa coalizione, prosegue Calenda, “è fatta per perdere“, mentre “c’era l’opportunità di farne una per vincere. La scelta è stata del Pd e io non posso seguire una strada dove la coscienza non mi porta”.

Mentre il leader di Azione ha scelto di cambiare strada, però, Più Europa è rimasta (per ora) all’interno del tracciato imboccato 5 giorni fa. Prima che Calenda parlasse in tv, una nota del partito ribadiva l’apprezzamento per il patto siglato con il Partito democratico, ricevendo subito il plauso del Nazareno. Sul rapporto con Più Europa ed Emma Bonino, l’ex ministro ora dice: “A un certo punto di questo processo non ho più capito se l’obiettivo comune era cercare una precisa collocazione o mettere tutto e il contrario di tutto“. Nel caso in cui Più Europa decidesse di non rompere l’intesa appena raggiunta col Pd, il leader di Azione dovrebbe presentare un proprio simbolo per il quale, salvo nuovi escamotage, è necessaria una raccolta firme. “Se c’è da raccogliere firme” per presentarsi alle elezioni “le raccoglieremo e se non ce la faremo vuol dire che la proposta è ritenuta debole“, commenta Calenda. Che intanto però già pensa a un altro possibile alleato: “Matteo Renzi? Non l’ho sentito, ma gli dirò che come non si fa la politica destra contro sinistra non si fa nemmeno contro chiunque. Bisogna spiegare agli italiani come governare. Non ho parlato con Renzi, ci parlerò“. A stretto giro arriva subito l’apertura: “Tra tante difficoltà, internazionali e domestiche, ora è il momento della Politica con la P maiuscola. Abbiamo una opportunità straordinaria“, scrive Renzi su Twitter, lanciando l’hashtag #TerzoPolo.

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