Campioni d’impresa, da Italpizza a Sant’Anna quali sono le 50 aziende che trainano l’alimentare in Italia- Corriere.it

Prendete Alberto Bertone. partito dal nulla e poich, dice, non sapendo niente, niente era impossibile, riuscito a costruire il leader che nessuno si aspettava: le multinazionali che a fine Anni Novanta guardavano con sufficienza le nascenti Fonti di Vinadio e le ambizioni del suo fondatore, oggi riconoscono che lui (e con il solo marchio Sant’Anna) il re delle acque minerali italiane. Oppure, Cristian Pederzini. Si inventato Italpizza nel 1991, l’ha venduta agli inglesi nel 2008, se l’ ricomprata nel 2015. Allora l’azienda fatturava 50-60 milioni, ora viaggia sui 200. Quattro volte tanto. In sette anni. Risultato raggiunto inseguendo la qualit: s, ogni giorno dallo stabilimento in provincia di Modena esce un numero impressionante (mezzo milione) di margherita, Napoli, funghi, ma se servono 1.200 addetti perch per ogni singola pizza la pasta va tirata a mano e a mano va messa la farcitura. Che ovviamente dev’essere di prima scelta, come tutte le materie prime. Per il gorgonzola, per citarne una non a caso, Italpizza manda gli ordini a Fabio Leonardi, terza generazione della famiglia che possiede il marchio-azienda Igor e, soprattutto, l’uomo che ha portato nel mondo uno dei nostri formaggi dop.

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Pederzini e Leonardi in comune non hanno solo il rapporto cliente-fornitore, n il fatto di essere — come lo Bertone — leader nei rispettivi settori. Avere le maggiori quote di mercato non vuol dire granch, se non c’ capacit di crescere, guadagnare, investire, innovare. Che poi quello che fa la differenza tra un’azienda anche buona, ma come tante, e una che ha invece il plus dei Campioni. Sant’Anna, Italpizza, Igor il di pi ce l’hanno. Come loro, ce l’hanno gli altri gruppi indicati delle tabelle di ItalyPost per L’Economia del Corriere della Sera.

La classifica

Sono i 50 Champions dell’agroalimentare italiano. L’Economia e ItalyPost, che ha svolto la ricerca, hanno incontrato alcuni di loro qui, nella sede del Corriere (e altrettanto faremo con i Campioni di meccanica, sistema moda, chimica-farmaceutica). Con noi c’era uno dei pochi big di questo che uno dei quattro comparti-traino del Made in Italy: Gianpiero Calzolari, presidente di Granarolo, 1,3 miliardi di giro d’affari 2021. Lo toccher, nel corso della chiacchierata, il problema delle dimensioni. Gli basta una battuta, intanto, a mettere a fuoco scenario e questione-base. Non che ce l’abbia con i programmi Tv della domenica, ora di pranzo. A non andargli gi che vengano spacciate per trasmissioni che aiutano a far conoscere l’agricoltura e l’agro-industria italiane. Per favore: Quello che raccontano un mondo bucolico su cui splende sempre il sole, in cui la terra non anche fango e polvere e persino le stalle profumano. La sostanza altro. Sono le 21 mila aziende, per 385 mila addetti, che con 155 miliardi di ricavi contribuiscono a fare il 14% della nostra manifattura. l’attivo della relativa bilancia commerciale: il saldo, in rosso ancora nel 2014, salito fino ai 12 miliardi del 2021.

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I numeri

Che cosa manca, allora? Non difficile da capire. Se i 50 i Champions fatturano, insieme, 6,8 miliardi, crescono del 9% l’anno e producono utili operativi pari al 16,7%, lo stato di salute del sistema molto, molto diverso. Forse 21 mila aziende sono troppe, di sicuro ricavi medi di 7,3 milioni indicano una frammentazione esagerata. Non siamo nemmeno pi alle piccolissime imprese: siamo alle micro. Senza aggregazioni, e senza campioni nazionali capaci di fare da leader, difficile che il Made in Italy possa sfruttare tutte le enormi potenzialit. Ma, per dirla ancora con Calzolari: salvo che per candidare ministri, in campagna elettorale qualcuno ha sentito la politica parlare di agroalimentare?.

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