Carfagna, da Forza Italia a Calenda: ‘Ho scelto la responsabilità, patto nazionale per l’agenda Draghi’

Ministro Carfagna, dall’addio a Forza Italia all’alleanza con il Pd il passo sembra piuttosto lungo: come lo spiegherà ai suoi elettori?
«Alleanza è una parola esagerata. Abbiamo sottoscritto un patto elettorale, costretti da una legge che praticamente obbliga agli accordi, pena l’irrilevanza. È un patto fondato sulla continuità del Piano di Ripresa e del metodo Draghi, di cui proprio in questi giorni incassiamo i primi risultati: il 3 per cento di crescita nel primo semestre 2022, più della Germania, e i dati record sull’occupazione con 400mila nuovi assunti. È un patto per difendere la ripresa italiana messa a rischio dall’irresponsabilità del Movimento 5 Stelle, della Lega e purtroppo di Forza Italia. Dovevo scegliere se stare dalla parte di quel metodo di governo, oppure dalla parte di chi ha distrutto tutto per accelerare di pochi mesi il voto. Potevo comodamente restare sul carro dei presunti vincitori, dove un posto mi era stato assicurato. Ho scelto in coerenza con le mie idee e la mia storia liberale e moderata».

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Forza Italia l’ha accusata di tradimento, cosa pensa che le direbbe Berlusconi dopo l’accordo con Letta?
«So cosa direi io a Berlusconi: ma li hai visti i dati sull’economia? Lo hai visto il boom dei posti di lavoro? Non ti viene il dubbio che era meglio aspettare otto mesi e andare al voto alla scadenza ordinaria, dopo aver messo in sicurezza il Paese? Sarei rimasta volentieri nella mia casa, quella per la quale ho lavorato tanto tempo, se solo la mia casa avesse avuto rispetto per i cittadini, i loro bisogni e le loro speranze». 
Ma cosa l’ha convinta nella proposta di Calenda? E come giudica l’accordo con il Pd?
«Dopo il governo di salvezza nazionale all’Italia serve un patto di salvezza nazionale. Il documento sottoscritto da Calenda e Letta è un patto che ogni liberale può sottoscrivere: c’è l’europeismo, l’atlantismo, c’è il sì esplicito alle infrastrutture energetiche, la lotta alle diseguaglianze e la riduzione delle tasse. Poi, come è ovvio, il mio impegno, prima e dopo il voto sarà per rafforzare Azione che giudico a tutti gli effetti la nuova casa dei moderati italiani. In campagna elettorale, sul territorio, parlerò a nome di Azione, sul programma di Azione, sulle proposte di Azione».
E tuttavia il suo nome sarà escluso dai collegi uninominali: è rimasta delusa?
«Al contrario. Sono stata io a chiedere, per prima, l’esclusione del mio nome dai collegi uninominali. È vero che queste elezioni sono una scelta di campo – da una parte il fronte dell’irresponsabilità, dall’altra le forze della continuità del governo Draghi – ma non si può cancellare con un tratto di penna la mia storia precedente». 

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Si può battere, dopo questa alleanza, la Destra di Salvini e Meloni che rimane ancora molto avanti nei sondaggi?
«I sondaggi rivelano il punto di partenza, non quello di arrivo. E credo che gli italiani presto cominceranno a porsi una domanda: è davvero saggio affidare il nostro futuro, i nostri stipendi, le nostre pensioni, a un’estrema destra che per un modesto vantaggio di partito ha messo alla porta l’italiano più stimato del mondo e messo a repentaglio i benefici ottenuti dal suo governo? Ma dov’è il patriottismo e il senso dello Stato in un’azione così?».
Lei si è riconosciuta in pieno nei valori e negli obiettivi dell’agenda Draghi: quanto è reale il rischio di una frenata del Paese se il Pnrr e le riforme procedessero a rilento e l’inflazione strozzasse sempre più famiglie e imprese?
«Il rischio esiste, ed è alto soprattutto al Sud per due motivi: primo, era l’area più sostenuta dal Pnrr, e quindi è quella più in pericolo se il Piano non viene realizzato; secondo, la demagogia sovranista ha preso di mira i sussidi alla povertà: un conto è riformare il reddito di cittadinanza, come chiede il programma di Azione, un altro conto è dire che non serve e va abolito magari fare qualche altro regalo al Nord».
Ma Draghi tornerebbe alla guida di un governo sostenuto solo da una maggioranza di centro-sinistra?
«Quel che conta è conservare il “metodo Draghi”: i problemi si affrontano per risolverli, non per usarli a scopo di propaganda. Succede in ogni Paese europeo e negli ultimi 18 mesi è successo anche da noi. Dobbiamo dare un seguito a quell’esperienza». 

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Quanto peserà secondo lei l’astensionismo?
«Non ho elementi per giudicarlo. Credo che la qualità della sfida spingerà molti ai seggi. Il 25 settembre gli italiani saranno chiamati a scegliere tra il fronte della responsabilità e quello dell’irresponsabilità; tra chi difende i risultati di un governo che ha rimesso in piedi l’Italia e chi propone il ritorno alle politiche che l’avevano messa in ginocchio. Penso al patto Salvini-M5S che ha dissanguato le casse pubbliche senza produrre né sviluppo né occupazione».
Renzi e Di Maio lontani fra di loro ma anche dalla vostra alleanza: dialogo impossibile o c’è ancora spazio per ricomporre la galassia del Centro?
«Tra pochi giorni sapremo, inutile avventurarsi in previsioni». 
Da ministra per il Sud ha lavorato per 18 mesi senza sosta e con grande profitto. Anche ieri nel Cipess ha portato a casa investimenti per oltre 800 milioni in tutto il Sud e a Roma.
«Quando il governo è stato liquidato ho detto ai miei collaboratori: mettiamoci a correre, non possiamo lasciare il lavoro a metà e far cadere impegni presi con le amministrazioni e con i cittadini. Gli importanti investimenti varati ieri al Cipess sono il primo frutto della nostra corsa contro il tempo. Il Cis Vesuvio-Pompei-Napoli finanzia 31 interventi per oltre 214 miliardi complessivi: c’è, per citare qualche esempio, la riapertura delle Terme di Castellammare, la riqualificazione del lungomare di Ercolano e della ex-Corradini. Ma tengo moltissimo anche al Cis Terra dei Fuochi, che abbiamo incrementato con un milione di euro per la video-sorveglianza a Caivano: l’avevo promesso a Don Patriciello, ho rispettato la promessa».
Quanti margini ha il tentativo di prorogare anche al 2023 la Decontribuzione Sud che, grazie a lei, arriverà a fine 2022?
«Il margine è legato ai rapporti tra Italia ed Europa. Con Draghi era molto alto. Con un governo europeista è possibile. Con un governo euroscettico, guidato da chi ha votato contro l’attuale presidenza europea e contro il Pnrr, la vedo davvero complicata».

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