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Cronaca

Carlo Saronio, il ragazzo tradito e ucciso dagli amici che gli promettevano la rivoluzione

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«Buonasera Dott. Calabresi, la leggo con piacere perché sono legato a lei dalla perdita di una persona cara a causa del terrorismo. Mi chiamo Piero Masolo, sono prete missionario in Algeria, sono nipote di Carlo Saronio, rapito e ucciso il 15 aprile 1975. Mi piacerebbe poterle inviare una mail per chiederle consiglio su come celebrare l’anniversario dello zio. La ringrazio di cuore».
È la mattina del 3 ottobre 2019, quando Mario Calabresi riceve su Facebook questo messaggio dal deserto algerino. La ricerca ha inizio. Calabresi rintraccia rapidamente il nome e la storia: Carlo Saronio, erede di una delle famiglie più ricche di Milano, laureato in ingegneria, ricercatore all’Istituto Mario Negri, fu sequestrato nella notte tra il 14 e il 15 aprile 1975 da un banda composta da criminali comuni e militanti dell’area di Potere Operaio, movimento per cui Saronio simpatizzava. La vittima morì nelle prime fasi del sequestro, per una dose sbagliata di narcotico. Aveva 26 anni. I rapitori finsero che fosse ancora vivo e riuscirono a ottenere una parte del riscatto. Il corpo sarà ritrovato solo tre anni e mezzo dopo.

La mail del missionario e l’incontro con Marta Saronio

Il 5 ottobre 2019 Calabresi riceve la mail del missionario: «In famiglia lo zio Carlo è sempre stato un tabù, non se ne poteva parlare… Con Marta Saronio, mia cugina e figlia naturale di Carlo, abbiamo finalmente pensato di ricordarlo». Calabresi si rimette a cercare; ma da nessuna parte, neppure nel formidabile archivio del Corriere, c’è traccia di una figlia di Carlo Saronio. Mercoledì 15 gennaio 2020, «a Lodi il mondo sembra ancora normale. Nessuno può sapere quello che sta per scoppiare, che tra quattro settimane il virus sceglierà proprio questa terra per sbarcare in Europa e cambiare le nostre vite» annota Calabresi. Che quella sera a Lodi presenta davanti a 900 persone il suo long-seller «La mattina dopo». Alla fine nella grande sala resta una lettrice, con il libro in mano. Dice soltanto: «Sono Marta». Mario non capisce. «Sono quella Marta». È la figlia di Carlo Saronio: nata otto mesi e mezzo dopo il rapimento e la morte di un padre che non ha mai conosciuto. Prima della tragedia, sua madre Silvia, allora fidanzata di Carlo, era rimasta incinta: e aveva deciso di tenere la bambina. Quando nacque si chiamava Marta Latini. Fu la nonna ad andare dall’avvocato Cesare Rimini per farla riconoscere. Quando aveva tre anni cambiò cognome e divenne Marta Saronio. Ora ha due figli e una vita felice. Ma le manca il padre; e le mancano la sua memoria, le notizie su di lui, e sui suoi assassini.

Il fascino delle idee rivoluzionarie e la vergogna di essere ricco

A questo punto Calabresi, che con «Spingendo la notte più in là» ha cambiato la nostra percezione degli anni Settanta, dando la parola alle vittime dopo che troppo a lungo avevamo letto e ascoltato soltanto i carnefici, avverte come un dovere morale ricostruire la vicenda di Saronio. Ritrova la sua foto di classe, che è diventata la copertina del libro («Quello che non ti dicono», in uscita martedì da Mondadori). Legge una lettera della sua insegnante, Alba Carbone Binda, che ricorda quando i compagni lo prendevano in giro dopo aver letto sul Corriere la classifica dei contribuenti milanesi (i Saronio venivano subito dopo i Rizzoli, i Crespi, i Pirelli, i Borletti, i Mondadori). Carlo a scuola era molto bravo, pieno di talento e di fiducia negli altri, ma tormentato da un senso di colpa. In un tema di quarta ginnasio, raccontò la domenica in cui era andato a fare una gita sulla Rolls-Royce di famiglia: quando era sceso dall’auto, tutti i bambini del luogo si erano affollati intorno a lui; e Carlo avrebbe voluto scomparire. Si vergognava di essere ricco. Anche per questo, lui che al liceo Parini si era avvicinato al movimento di don Giussani (Gioventù studentesca, poi divenuto Comunione e Liberazione) crescendo sentirà il fascino delle idee rivoluzionarie. Sceglierà di andare a insegnare alle scuole serali a Quarto Oggiaro. E per finanziare i compagni di Potere Operaio arriverà a simulare il furto della Porsche che gli avevano regalato i genitori, rimpiazzata con un’Alfasud.

Le riunioni clandestine e il Professorino

Il libro è il racconto dell’inchiesta condotta dall’autore, che passa il lockdown a lavorare sulle carte che la questura di Milano gli ha messo a disposizione, e su quelle custodite in un armadio di famiglia e ritrovate grazie al missionario. Si susseguono dettagli inattesi, coincidenze impressionanti, incastri a sorpresa. E si delinea la figura del colpevole. Del traditore. Carlo Fioroni, detto il Professorino, militante della sinistra extraparlamentare, vicino a Giangiacomo Feltrinelli. È stato lui a stipulare, a nome di una persona che non ne sa nulla, l’assicurazione del pulmino Volkswagen trovato sotto il traliccio su cui è morto l’editore rivoluzionario. La polizia lo cerca, Fioroni sparisce: è nascosto nella bella casa di Carlo Saronio, in corso Venezia. La madre di Carlo non ne sa nulla. Più tardi le viene presentato come Bruno, «un amico romano». E alla Mercurina, la cascina della famiglia Saronio nella campagna tra Lombardia e Piemonte, si tengono riunioni clandestine: per due volte si incontrano di fronte al camino Toni Negri e Renato Curcio. È l’alba dell’eversione, l’inizio degli anni di piombo. È possibile che già allora Fioroni abbia proposto di inscenare un falso rapimento, per spillare soldi alla famiglia; ma Carlo Saronio ha rifiutato. La macchina che porterà alla tragedia è già avviata. Certo, Fioroni avrebbe potuto e dovuto essere fermato. E viene quasi un brivido quando, leggendo il libro, si scopre che un investigatore lo stava cercando, prima di essere assassinato: il commissario Luigi Calabresi. Il padre di Mario.

Il ricordo della sua insegnante

Grazie a «Quello che non ti dicono», la figura di Carlo Saronio torna alla luce. Ora Marta ha conosciuto in qualche modo l’uomo che le ha dato la vita. Così lo ricordava la sua insegnante: «La luminosa promessa che era in lui fu soffocata da un ottuso tampone di cloroformio»; anzi, di toluolo, contenuto in uno smacchiatore o in un solvente comprato in colorificio, scelto perché più facile da trovare rispetto al cloroformio. «Carlo sbagliò a non sospettare la malizia di chi lo tradiva mentre gli chiedeva aiuto. Spero che non lo abbia saputo, che fino all’ultimo respiro lo abbia accompagnato la sua fiducia».

17 ottobre 2020 (modifica il 17 ottobre 2020 | 22:03)

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