Carne, quanta ne mangiamo? 8,5 chili pro capite all’anno, come 60 anni fa- Corriere.it

Nel 2022 gli italiani mangiano meno carne rispetto agli anni passati: se si confrontano i dati attuali con quelli del “boom economico”, oggi ne consumiamo oltre 5 chili in meno a persona all’anno. A esporre i dati nel dettaglio ci ha pensato Luigi Scordamaglia, presidente di Assocarni, intervenuto il 29 settembre 2022 al simposio «Cow is Veg – Il ruolo dei ruminanti in una dieta sostenibile», organizzato a Roma da Assocarni in collaborazione con Coldiretti, durante il quale un parterre di scienziati internazionali si è confrontato su questo tema. «Oggi in Italia — ha spiegato Scordamaglia — mangiamo 8,54 chili di carne bovina pro capite all’anno, sono questi infatti i consumi reali, cioè quelli valutati al netto delle parti non edibili (ossa, cartilagini e grasso)». Un valore vicino alla quantità di carne che si mangiava nei primi anni ‘60 e ben lontano dai quasi 14 chili a persona del boom economico. Rispetto a quegli anni, il settore «ha visto crollare drasticamente il numero dei suoi allevamenti registrando un calo del 91%, – ha denunciato Scordamaglia prima di aggiungere – 60 anni fa erano 1 milione e mezzo, così come è diminuito il numero di capi allevati, con un calo del 35%, passando da quasi 10 milioni di unità a poco più di 6 milioni».

Oltre 135 mila aziende per un valore di 6 miliardi di euro

Numeri allarmanti per un settore che, nonostante le difficoltà, riveste ancora un ruolo importante per l’economia italiana, coinvolgendo 230 mila addetti in oltre 135 mila aziende, e che rappresenta più del 4% del fatturato dell’intero comparto agroalimentare, per un valore di oltre 6 miliardi di euro. Ma la situazione, per Scordamaglia, rischia di compromettere anche la dieta degli italiani. «La contrazione dei consumi e l’emergere di fenomeni allarmanti come l’aumento del food social gap, – ha continuato il presidente di Assocarni – dove sempre più persone devono rivedere al ribasso le proprie scelte alimentari, vedrà ancora scendere la presenza delle proteine nobili della carne nei carrelli della spesa degli italiani, con effetti preoccupanti sulla dieta delle famiglie».

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Entro il 2050 serviranno più alimenti di origine animale

Quella del settore agroalimentare è però una sfida di livello globale, visto che nei prossimi anni si dovrà garantire cibo sicuro e prodotto in maniera sostenibile a una popolazione crescente, con le previsioni che parlano di 9,7 miliardi di persone entro il 2050. In questo senso, secondo le stime presentate dalla Fao, in uno scenario sostenibile, sarà necessario garantire un aumento medio del 30% della disponibilità di alimenti di origine animale, soprattutto nei Paesi in via di sviluppo. La carne, infatti, è un’importante fonte di proteine di alta qualità e di vari micronutrienti di cui si rilevano carenze a livello globale (anche presso gran parte delle popolazioni occidentali) come ferro, zinco e vitamina B12. Come riportato da Frederic Leroy, professore nel campo della Scienza dell’Alimentazione alla Vrije Universiteit di Bruxelles, e relatore al simposio.

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La qualità della filiera della carne italiana

Si tratta dunque di un alimento che può rivestire un ruolo centrale nella lotta alla denutrizione, ma non solo. Secondo il presidente di Coldiretti, Ettore Prandini, a differenza delle credenze comuni, la carne, se prodotta in maniera responsabile come avviene nella filiera del nostro Paese, è anche sostenibile. «La carne italiana — ha sottolineato Prandini durante il simposio — nasce da un sistema di allevamento che per sicurezza, sostenibilità e qualità non ha eguali al mondo, consolidato anche grazie a iniziative di valorizzazione messe in campo dagli allevatori, con l’adozione di forme di alimentazione controllata, disciplinari di allevamento restrittivi, sistemi di rintracciabilità elettronica e forme di vendita diretta della carne».

«Il settore dell’allevamento bovino è già net zero»

Inoltre, come spiegato da Giuseppe Pulina, ordinario di Etica e sostenibilità delle produzioni animali all’Università di Sassari, «Il settore dell’allevamento bovino in Italia è già net zero per quel che riguarda i gas climalteranti, e si conferma fra i più virtuosi al mondo in termini di bilancio delle emissioni degli allevamenti bovini. Addirittura — ha proseguito il professore — con le nuove metriche (GWP*), il saldo dell’allevamento bovino è in negativo: il settore, cioè, ha contribuito maggiormente al sequestro che all’emissione di anidride carbonica». Motivo per cui, secondo Pulina, le politiche volte alla riduzione degli allevamenti bovini in Italia «non solo sarebbero nocive dal punto di vista economico e sociale, ma anche controproducenti dal punto di vista ambientale».

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