Catasto dolente

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Si sa, la riforma del catasto è criptonite per la politica. Necessaria a parole, nei fatti non si è mai andati oltre ad annunci o camouflage. Non è un caso che da 70 anni il sistema del nostro catasto sia sostanzialmente invariato. I valori sono stati corretti per una rivalutazione del 5 per cento nel 1997 e del del 60 per cento dal governo Monti che nel 2011 aumentò pure le aliquote introducendo l’Imu. Il governo Renzi tolse l’imposta sulla prima casa inserendo la riforma del catasto nella delega fiscale del 2014. Doveva essere approvata nel giugno 2015 ma non se ne fece nulla. Il fatto è che mettere mano a valori e aliquote, sebbene equo, scontenta tutti. Ed è una battaglia che difficilmente ci si vuole intestare.

Riforma del catasto: le obiezioni di Salvini

Ora sta a SuperMario. Il premier tira dritto per la sua strada, nonostante le barricate di Matteo Salvini. Il 5 ottobre il Cdm ha infatti approvato, senza il voto dei ministri leghisti, il disegno di legge delega per la riforma del fisco contenente la tanto temuta riforma. Salvini, spiegando l’assenza dei suoi al tavolo, ha detto che da un lato il governo non aveva dato il tempo sufficiente per studiare il testo – «Non è l’oroscopo» – dall’altro ha paventato un aumento delle tasse. Occasione ghiotta per il Capitano che, uscito ammaccato dalla tornata elettorale, si è trovato tra le mani un nuovo (si fa per dire) cavallo da cavalcare. Con lui si è schierata Confedilizia. Per il presidente Giorgio Spaziani Testa «si preparano le condizioni per il salasso, ma si lascia ad altri il compito di attuarlo». E poi ha aggiunto sempre su Twitter: «il Presidente del Consiglio ha evidenziato la necessità di rispettare le raccomandazioni della Ue. Tra queste vi è quella di rivedere gli estimi catastali al fine di aumentare la tassazione sugli immobili».

Anche se a dire il vero, la riforma del catasto non ce la sta chiedendo solo l’Europa ma anche l’Ocse e l’Fmi che invitano da tempo l’Italia a spostare la pressione fiscale – senza alzare il gettito – dal lavoro ai consumi e patrimoni.

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La riforma rischia di scontentare tutti

Draghi ha cercato di disinnescare la bombetta leghista: non si tratta di «una revisione del catasto, ma una riformulazione del catasto», ha spiegato il presidente del Consiglio. Insomma la riforma del catasto è un’operazione trasparenza «non è una patrimoniale», ha ribadito il premier anche dal vertice Ue in Slovenia. «Questo governo non tassa, non tocca le case degli italiani. L’ho detto fin dall’inizio: questo governo non aumenta le tasse». Nessuno dunque, per usare un’espressione tremontiana, metterà le mani nelle tasche degli italiani. O, almeno, non lo farà per ora. Le disposizioni infatti dovranno essere adottate entro 18 mesi dall’approvazione del disegno di legge delega da parte del Parlamento, ma dovranno «decorrere dal primo gennaio 2026». Cosa accadrà allora? Come ha scritto il Sole 24Ore, «se i nuovi calcoli riusciranno ad andare in porto, sarà complicato spiegare ai proprietari delle case oggi più maltrattate dal fisco che in base ai parametri legati al mercato dovrebbero pagare meno, ma che le loro imposte rimangono quelle vecchie, più alte. Chi si scoprirà penalizzato dalle rendite attuali, ovviamente, comincerà a invocare l’applicazione dei nuovi valori». E specularmente chi fino a ora è stato graziato cercherà di mantenere lo status quo.

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Il difficile compromesso di Draghi: calcolare ma non pagare

Ma allora in cosa consiste il compromesso di Draghi? Come spiega Pagella Politica, l’articolo 7 della legge delega è dedicato alla “Modernizzazione degli strumenti di mappatura degli immobili e revisione del catasto fabbricati”. L’obiettivo è individuare gli «immobili attualmente non censiti» dal catasto (i cosiddetti “immobili fantasma”), quelli che non rispettano la loro destinazione d’uso e quelli abusivi. In seconda battuta il governo potrà adottare decreti legislativi con cui «attribuire a ciascuna unità immobiliare, oltre alla rendita catastale determinata secondo la normativa attualmente vigente, anche il relativo valore patrimoniale e una rendita attualizzata in base, ove possibile, ai valori normali espressi dal mercato». Si tratta insomma di attualizzare – e mantenere aggiornate – le rendite catastali in base ai reali valori di mercato. Nel disegno di legge delega, però, viene sottolineato che le aliquote non saranno toccate quindi niente aumento delle tasse. Rimarranno in altre parole in vigore i valori di sempre. Gli stessi che, sottolinea sempre Pagella Politica, «fanno sì che il sistema sia iniquo e inefficiente». Secondo gli ultimi dati disponibili del Mef, in Italia il valore di un’abitazione è circa due volte più alto di quello utilizzato per calcolare l’Imu. Alla fine della fiera, dunque, l’operazione trasparenza voluta dal governo permetterà l’emersione degli immobili fantasma e di avere valori più corretti degli immobili allineati a quelli di mercato, valori che però per il momento non è previsto siano applicati. Se ne riparlerà nel 2026.

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