C’è qualcosa di profondamente sbagliato, di perverso nella nostra condizione, che ormai diamo per normale, o, come piace dire, di “nuova normalità”

Grande reset non si sa, grande incantesimo di sicuro. “Evviva, si ricomincia” dicono tutti. “Alla grande”, aggiungono gli entusiasti. Le 500mila aziende saltate, il milione in più di disoccupati, una famiglia su tre alla fame, un adolescente su tre sotto la soglia dell’indigenza, come da ultimo rapporto Istat, non rilevano. Alla grande, ma fino a un certo punto. I tg di servizio mostrano gli italiani felici in spiaggia come negli anni 60, del boom; poi anche quelli che, potendo finalmente tornare al tavolini, preferiscono restare in piedi, come cavalli davanti alla biada, e mascherati: “Mi sento più sicuro”. Il grande incantesimo è riuscito: non siamo più quelli di prima, non torneremo ad esserlo mai più. Depressi, paranoici, con la paura di morire che si prova a 8 anni. Il ministro Speranza, uno che solo qui poteva reggere un dicastero, annuncia: mascherine sempre, anche tra un boccone e l’altro. I virologi fallimentari ammettono a denti stretti: sì, va meglio. Ma subito si riprendono: vedrete a ottobre. Anche un olocausto, se serve, pur di spuntarla e continuare a guadagnarci. A ottobre si annunciano nuove chiusure per ragioni come sempre politiche: Draghi si prova a spezzare, almeno ad allentare i vincoli con la Cina e il PD, che con la Cina ha corrispondenza di lucrosi sensi, ha già cominciato a logorarlo secondo la strategia elementare: se richiudiamo tutto, la colpa se la piglia lui.
La libertà ritrovata, libertà condizionata, salutata con gli Osanna, come i miracoli di Cristo alle nozze di Cana. Il vivere ordinario come una concessione di cui andare grati e di cui non abusare. I vaccini, ancora non si sa se e quanto efficaci o letali, come l’elisir di Dulcamara. “Ripartiamo, alla grande”. Ma dopo 15 mesi di paralisi, e senza garanzie a cominciare dal Recovery ancora in alto mare e nell’afa ancora si discute di quando e se togliere le garze all’aperto. A molti nel governo non piace, poi la gente si abitua. Coi disadattati che ancora le tengono anche in spiaggia e perfino in mare e, per non sbagliare, si infilano i guanti di lattice. Ma che fa? Gioca l’Italia, vince pure, che volete di più? L’allenatore Mancini, che si è spianato tutte le rughe, trattato come un padre della Patria e c’è già chi lo vorrebbe al posto di Draghi, il banchiere. Siamo in libertà, non proprio, non del tutto, ma “alla grande”. Magari, ecco, un po’ sul paranoico. Sul vecchio Intercity ci sono 35 gradi, l’aria condizionata è rotta, i bagni inagibili e le porte non si aprono, però l’interfono ripete ogni dieci minuti di indossare la mascherina e stare belli distanziati. Viaggio in un vagone senza scompartimenti ed è quasi deserto ma una controllora fanatica, con due o tre mascherine, passa e ripassa e ogni volta “signore la mascherina”. Ma Dio santo, ma non vedi che ce l’ho? “Signore, la mascherina, anche il naso”. Al sedicesimo richiamo caccio un urlo, “ma allora dimmelo che mi vuoi uccidere, ma non lo senti il dannato caldo che fa?” e me la strappo la fottutissima mascherina. Quella corre via come un topolino abusivo e per il resto del viaggio non la vedo più. Ma si può campare così? Chiedendo un minimo di raziocinio, di elasticità per sopravvivere? “Ah, io mi sono vaccinato ma ho paura lo stesso e non statemi vicino”. C’è qualcosa di diabolico in questa forza che distacca, che spinge gli umani a dividersi, a restare irraggiungibili, a considerarsi a vicenda il male che infetta, che distrugge.
Sì, c’è qualcosa di profondamente sbagliato, di perverso nella nostra condizione, che ormai diamo per normale, o, come piace dire, di “nuova normalità”. Qualcosa che ci ha evirato della pietà, dell’empatia, se uno crepa non ci riguarda se non per chiedere: aveva fatto il vaccino? Era positivo al Covid? Tutto il resto non conta, non esiste più. Altro che “ne usciremo migliori”! Ne siamo usciti più stronzi e sono sempre di più quelli che dicono: se c’è una cosa che la pandemia mi ha insegnato, è che può succedere di tutto e allora meglio pensare per me e basta. E anche i più attenti, i sensibili lentamente si arrendono, si adeguano. Dite che i prossimi mesi saranno durissimi? Che i soldi non sono quasi arrivati e le scadenze fiscali e non finiranno di stroncare milioni di persone? Che l’Europa ne approfitterà per stringere le maglie, per vincolare l’Italia alle sue pretese e ai suoi ricatti? Che Draghi ha poteri pieni su tutto ma senza una visione chiara, almeno per quanto lascia capire? Ma insomma, che cosa vuoi? Non sei contento di essere tornato “alla grande”?
Quindici mesi di guerra e non è ancora finita ma oggi è il 25 aprile e dare di matto è un dovere patriottico. Anche se già dicono che la partita non è chiusa, che dovremo spararci tre, quattro vaccini l’anno, che le varianti sono infinite, che indietro dalla dad, dai lavori a distanza, dalle abitazioni trasformate in uffici, non si torna perché i padroni ci si trovano benissimo e gli schiavi possono solo adeguarsi. La ridefinizione è avvenuta, come voleva la sinistra e in fondo col pieno assenso anche della destra: nessuno contesta più niente e ne usciamo più conformati, più parassitari, abituati ai bonus e alle sovvenzioni, dipendenti anche mentalmente dal potere, assuefatti a un’idea di Stato etico e immanente, divisi tra noi, ideologizzati come non mai. Tolleranti a parole, violentemente faziosi in concreto. Inclini a spiarci, a disprezzarci, a emarginarci. Più sudditi che cittadini, più vili che responsabili, più accattoni che intraprendenti, più carogne che umani. Però alla grande.

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