Cervone come Sinatra: «Ho fatto tutto a modo mio. Zero rimpianti e coscienza pulita»


Oggi come trent’anni fa, quando era il portierone della Roma con un’apertura alare da albatros e i capelli fino alle spalle, la filosofia di Giovanni Cervone ricorda un po’ gli stoici e un po’ il Frank Sinatra di «My way»: «Ho sempre fatto quello che andava fatto. Non mi sono mai piegato e non ho mai detto sissignore, neppure adesso. Ero e sono scomodo. Ma almeno nel calcio ho zero rimpianti. Quando la sera torno a casa dopo gli allenamenti coi miei ragazzi, mi faccio una bella doccia e mi sento pulito, dentro e fuori. Vivo sereno, ho qualche amico vero: cosa si vuole di più? Non devo pensare di fare la telefonata a Natale a questo o quest’altro, non ho l’assillo di dover ringraziare chissà chi. Sono sempre gli altri che mi chiamano. Mi dicono: se non avessi mandato a quel paese tante persone, adesso saresti dentro il calcio che conta. Certo, ma preferisco così. Sai quanta gente c’è, nei grossi club, che non vale una lira e ha un passato da leccapiedi? Con tutti che gli parlano e gli ridono dietro? Parecchia, credimi. Quindi preferisco lavorare come dico io, guadagnandomi il pane divertendomi».

Otto stagioni alla Roma dal 1989 al 1997, con più presenze totali (246) che gol incassati (236), molte bufere affrontate e superate, l’addio a Trigoria quando apparve Zeman. Poi dopo il ritiro nel 2000 (ultimo anno a Ravenna, «il mio migliore») Giovanni da Brusciano (provincia di Napoli, versante nord delle pendici del Vesuvio) ha aspettato qualche chiamata di un certo livello ma già sapeva che non sarebbe arrivata, anzi gli è toccato pure allenare in mezzo alle bombe e alle mitragliatrici di Beirut. Ora è un bell’uomo di 58 anni, ancora asciutto per tutto il suo metro e novanta anche se si schermisce e dice di sentirsi fuori forma, i capelli non più lunghi e neri ma corti e brizzolati, al posto degli occhi sempre due tizzoni vivissimi e come mani sempre quei due badili, che ora usa per insegnare i fondamentali ai ragazzi, in una scuola calcio di Roma legata al Frosinone. Il grande calcio, dopo il ritiro, l’ha visto col binocolo: «Per me è stato difficile perché quando ero in attività non avevo buoni rapporti con l’ambiente. Volevo le cose giuste e non accettavo scorrettezze. Non sopportavo che mi trattassero come un oggetto, mi dovevano rispettare. Per dire, io abitavo a Latina e dopo gli allenamenti a Trigoria tornavo là. Un giorno mi chiamano: ‘Giovanni, torna qua che stasera tutta la squadra va in Rai, ospite di Raffaella Carrà’. Ma col cavolo, andateci voi, io me ne torno a casa, risposi. Ero fatto così, autonomo e libero. Accettavo le critiche, perché quando un portiere sbaglia è giusto dargli un brutto voto, ma a volte il modo era offensivo, e allora mi incavolavo pure coi giornalisti. Ero bersagliato da una banda di scacciasequestri, come si dice dalle mie parti, capitanata da un ex poliziotto, facevano trasmissioni intere contro di me… lo odiavo, tante volte l’ho cercato fuori dall’Olimpico ma non lo trovavo mai, e a volte ho aspettato anche un altro paio di giornalisti ma peccato, neppure loro ho trovato… anche se con la maggior parte di voi non ebbi problemi».

I veri intoppi arrivano al quarto anno di Roma, dopo Viola e Ciarrapico, dopo un grave infortunio che gli impedisce di partecipare ai Mondiali 1990 da terzo portiere, dopo una Coppa Italia vinta e una sfiorata. «I miei casini iniziano con Sensi e Mezzaroma, 1993. Prima delle vacanze Mazzone mi dice che conta su di me, ma a luglio torno e scopro che Sensi si è presentato con Luciano Moggi, che Moggi ha fatto acquistare Lorieri e Pazzagli e che per me non c’è posto, avevano messo in giro la voce che avessi chiesto un aumento: favole. Mazzone mi chiede di stare buono e di aspettare il mio momento, infatti mi riprendo il posto ma poi mi faccio male e al rientro il mister mi chiede di andare in panchina, di fargli un favore per poco. Sto in panchina una volta, poi dico a Mazzone: “Ma tu la faresti la panchina a Lorieri?” Mi mettono fuori rosa. A Trigoria incrocio Moggi, mi fa “Ma che è successo?” e allora lo insulto in ogni modo per la schifezza che mi aveva combinato. E me ne vado in vacanza per due mesi, in pieno inverno, a Taormina. Poi torno a Trigoria, la squadra andava malissimo, era quart’ultima, e mi rimettono dentro dopo una telefonata di Sensi, che mi chiede di tornare anche se non mi ero allenato per tutto quel tempo: ci salviamo vincendo quasi tutte le ultime partite, la rimonta parte da un drammatico 1-1 a Foggia, con pareggio di Giannini. Intanto Moggi promette Ferrara e Paulo Sousa alla Roma, poi se ne va e se li porta alla Juventus. Il secondo anno con Mazzone va benissimo, siamo una delle squadre con la miglior difesa della A, prendo pochissimi gol. Con Carlos Bianchi ricominciano i problemi: la squadra già nel ritiro di Kapfenberg mi chiede di dire a Sensi che l’allenatore proprio non va bene, Sensi ribatte che io parlo così perché sono un orfano di Mazzone, e mi rimettono fuori rosa. Voglio andarmene al Cagliari da Mazzone, è tutto pronto per il trasferimento ma Sensi lo blocca, allora mi rimettono in porta e ad aprile Sensi dichiara: “Cervone sarà il nostro portiere per molti anni ancora”. Invece a giugno mi dicono che Zeman non mi vuole, una vera cattiveria perché lo sapevano da mesi. Finirò allora a Brescia, ancora chiamato da Mazzone, solo che appena arrivo lì il mister litiga e se ne va… Sono stati anni esaltanti e difficili, spesso mi hanno messo il pubblico contro. Sapete cosa vuol dire sentire 80mila persone all’Olimpico che ti fischiano alla lettura delle formazioni, come è capitato a me in un Roma-Sampdoria? Mi dispiaceva un sacco, ma rimanevo concentrato. Ci volle del tempo per riconciliarsi. Piano piano la gente mi ha capito, anche se c’è qualcuno che rompe ancora, con tutto quello che ho dato alla Roma. Con i compagni i rapporti erano buoni, andavo d’accordo con tutti, anche se a qualche giovane bisognava insegnare le cose e qualche volta c’è stato bisogno di uno sganassone, capita. Sono ancora in contatto con Nela, Tempestilli, Carboni, veri amici».

Dopo il ritiro, le esperienze da allenatore di portieri sono state frammentarie e a volte avventurose. «Una brutta con la Sambenedettese insieme a Peppe Giannini, non si poteva lavorare, non pagavano. Poi Ancona, Teramo col povero Romano Malavolta, poi di nuovo con Peppe a Gallipoli, e facciamo la promozione dalla C alla B. Discuto anche con Peppe e me ne vado, ma lui si ricorda di me quando lo chiamano ad allenare la nazionale libanese, aveva bisogno di una spalla forte… E ci voleva, perché lì lavoravamo in mezzo alla guerra. Un attentato ogni due giorni, a volte eri in hotel e scoppiava un’autobomba duecento metri più in là, un’altra volta ci stiamo allenando e vediamo delle mitragliatrici in azione a pochi passi da noi. E la tv mostrava immagini raccapriccianti dei morti e dei feriti, mica come da noi che ci fanno vedere solo il fumo e le fiamme. Senza contare che la federazione era gestita da dilettanti, che piazzavano i convocati a loro scelta, scavalcando l’allenatore, e che pure il nostro interprete faceva il doppio gioco. Una vita molto difficile, infatti dopo un anno non ce l’ho fatta più».

Abituato a non fare sconti a se stesso, Giovanni continua a non farne al calcio, di ieri e di oggi. «Prendete Totti, un patrimonio italiano. Se ne prendono tutti la paternità, l’ho scoperto io, l’ho cresciuto io, l’ho lanciato io, ma sono fesserie. Lui è entrato in prima squadra ed era già un giocatore vero, sembrava fosse con noi da sempre, è nato così, il merito è di Madre Natura, e dire che in campo lo picchiavano di brutto: era un ragazzino sconosciuto eppure se ne andava via palla al piede, a tutti. E adesso che prova a muoversi nel calcio dopo il ritiro, la federazione che fa? Gli piazza un’inchiesta sulla sua attività di manager e gli rompe le scatole, ridicolo. Ma dico io, Figc: perché non vai a indagare su tante cose che non vanno negli arbitri, o nel sistema del Var, cioè le cose veramente gravi? E’ come le telecamere delle tv, che frugano nei primi piani e nei labiali dei giocatori, e invece non si occupano di cercare le cose vere, quelle marce sul serio. Non mi è piaciuta neppure la lite tra Antonio Conte e quelli della Juve, in Coppa Italia. Vorrei dire a Conte: sei stato nella Juve una vita, da giocatore e da allenatore, ti è andato sempre bene tutto perché tanto facevate come vi pareva, e adesso dici che sono maleducati? Come fai a parlare così contro il tuo passato, dopo che in quel piatto hai mangiato sempre? Brutto anche quell’attaccarsi con Bonucci, che è stato suo giocatore dai tempi del Bari e fino in Nazionale: dovrebbe esserci un diverso rispetto tra loro, un altro rapporto. Da giocatore si può anche esagerare per rabbia, ma da allenatore no, devi essere un gestore più attento delle situazioni. Per non parlare di quello che ha combinato Andrea Agnelli, con quegli insulti a Conte, ma si sa che pure la famiglia Agnelli non è più quella dei tempi dell’Avvocato».

Tutto è cambiato, nostalgia canaglia, compreso il calcio e persino i sentimenti di chi lo segue, ed è questo l’allarme più preoccupante. “Quelli che pagano più di tutti il cambiamento sono i tifosi. Quando giocavamo noi, uscivi da Trigoria dopo l’allenamento e le persone ti aspettavano, si facevano una foto con te, ti buttavano in braccio i bambini, per loro era una festa. Il tifoso vive di quello, del contatto possibile con l’idolo sportivo, dell’amore per il suo eroe, e i bambini non ne parliamo: adesso invece i giocatori sono inavvicinabili e pure la gente si allontana, perché si perde il valore dei sentimenti. E’ un mondo sempre più virtuale. E i giocatori sono diventati dei robottini».

14 febbraio 2021 | 11:00

© RIPRODUZIONE RISERVATA



Fonte e diritti articolo

Sei il proprietario di questo articolo e vuoi che venga rimosso? Contattaci sulla nostra Pagina Facebook.

Notizie h24 è un portale gratuito di notizie in tempo reale, nel sito puoi trovare tutte le notizie più importanti del giorno. Gran parte delle notizie pubblicate tramite un processo automatico sono prelevate da giornali online e siti verificati. Lo scopo di Notizie H24 è quello di avere una raccolta unica di tutte le notizie più importanti del giorno, così da poter dare più informazioni possibili al lettore in modo semplice. Le pubblicità presenti nel portale ci permettono di mantenere attivo il servizio.

Vuoi rimanere sempre aggiornato su tutte le notizie che vengono pubblicate?
Seguici tramite i nostri Social Network:
Piattaforma di Google News
Facebook

Enable referrer and click cookie to search for pro webber