Cesare Battisti: quando lo Stato si inginocchia al cospetto di un balordo sanguinario e bugiardo e superprotetto in aura di martire

Se c’è un perfetto esempio di dissonanza cognitiva è quello di Cesare Battisti, il terrorista. Un balordo della provincia laziale che in galera scopre una strada per scamparla, la politicizzazione e appena uscito mette su un gruppuscolo armato, i PAC, proletari armati per il comunismo, con cui si piazzano sul mercato del terrore a suon di omicidi. Quattro ne avrebbe sulla coscienza, se avesse una coscienza: due compiuti materialmente, gli altri organizzati, il più celebre all’inizio del 1979 ai danni del gioielliere Torregiani, uno che, stufo di subire rapine, un bel giorno aveva reagito freddando un bandito. Pochi giorni dopo, per strada, cade sotto una raffica di proiettili che, di rimbalzo, colpiscono anche Alberto, suo figlio adottivo, costretto quindicenne sulla carrozzina per il resto della vita. Arrivano i processi e arrivano le sentenze, tutte concordanti nella colpevolezza, ma Battisti è già uccel di bosco, può spostarsi via Messico in Francia, dove si reinventa romanziere, si dà alla vita bella dello snobismo gauche caviar, infine in Brasile, da dove saluta beffardo chi pretende giustizia. Ha goduto di appoggi, salvacondotti dai servizi, soldi e di un vergognoso appoggio da parte della subintellighenzia sempre pronta ad esaltare i farabutti ritinti di ideologia. È stato l’eroe di un appello miserabile per iniziativa di un collettivo di scrittori maoisti oggi nell’oblio, tali Wu Ming, insieme ad altri letterati per autonomina, Valerio Evangelisti, Giuseppe Genna, Fred Vargas: in millecinquecento spocchiosi aderirono, su tutti Roberto Saviano, che poi rinnegò se stesso una volta divenuto famoso. Ma questa bassezza firmaiola non è mai fine a se stessa.
Nel caso specifico, servì a propalare la leggenda del santo Battisti: le sentenze non contavano, i processi erano orientati, lui non contumace ma spaventato per la ferocia dello Stato italiano, valoroso guerrigliero comunista, romanziere raffinato costretto all’esilio, un Dante Alighieri con la P38. Ci cascavano anche galantuomini un po’ esaltati come Piero Sansonetti, assai disinvolto nell’ignorare tutti i risultati dei vari processi: Battisti eroe buono, vittima del terrorismo di Stato, come sosteneva l’ultimo protettore, l’allora presidente brasiliano Lula. Tutti a giurare e spergiurare sulla persecuzione dell’innocente, con pezze d’appoggio inesistenti o inventate. Poi, due anni fa lo vanno finalmente a prendere in Bolivia, lo sbattono in quella cella d’isolamento che lo aspetta da 40 anni e lui dopo 40 anni canta, racconta tutto, riconosce anzi rivendica la responsabilità di tutto quello che in 4 decenni gli era stato inutilmente contestato. Quattro omicidi. I tifosi a questo punto spariscono, fanno la solita figura dei topi che si nascondono – non per vergogna ma per convenienza. Del resto, non gli serve insistere oltre, il loro lavoro laido l’hanno fatto: Battisti il pluriomicida, il latitante, il protetto, il reo confesso resta in fama di innocente. “Sì, avrà anche ammazzato, ma resta uno di noi e resta una vittima”. Uno di noi, per dire uno della sinistra a parole garantista e inclusiva; coi farabutti senz’altro. Parte una oscena campagna per salvare ancora una volta il vecchio rottame alcolizzato, con argomenti che passano dal menzognero al surreale: in prigione ci sta male, non si diverte, si sente solo e poi a Rossano Calabro non accetta tutti quegli extracomunitari, per giunta islamici. Ed è la sinistra che lo dice, a partire da quella piddina! Il partito di Letta manda una della direzione nazionale, questa Enza Bruno Bossio, a chiedere udienza a Battisti nel carcere di Rossano Calabro, la incarica della propaganda: il compagno Cesare sta male, non è felice, fa lo sciopero della fame. La parlamentare piddina manda tweet a metà tra il delirante e l’inquietante: “Sono stata in carcere a Rossano, ho parlato con Cesare Battisti. È un uomo provato e sofferente, dopo 23 giorni di sciopero della fame. Ma la pena è vendetta o recupero? Ministra Cartabia intervenga!”. Sono gli stessi precisi argomenti dei tifosi della lotta armata negli anni Settanta, Ottanta. E, davanti all’imperativo categorico, la Guardasigilli Cartabia si muove, fa trasferire il terrorista pluriomicida nel carcere più gradito di Ferrara, declassandone la pericolosità. Niente più islamici, niente più mediorientali o quello che sia. Battisti ricomincia a mangiare ma, tramite il suo legale, manda a dire: è solo l’inizio.
Ma sì, è solo un debutto, come dicevano i sessantottini. La ciellina Cartabia, proiettata verso il Colle, non si fa scrupoli, poi ai parenti delle vittime si assegna una patacca e va tutto a posto. Non fa sempre così lo Stato, non induce sempre il grande osceno abbraccio tra vittime e carnefici? Poco importa se a Rossano c’erano altri detenuti in condizioni peggiori, che la ministra per il Colle poco cristianamente ma molto ciellinamente non si fila. Poco importa se la tecnica di Battisti è stata lucidamente carognesca, da terrorista come sempre: provocare gli islamici, dire che gli fanno schifo, farsi odiare e poi dire che versa in pericolo, che lo vogliono far fuori. La vicenda è oscena in quanto indicativa di come certe protezioni non vengano mai meno ad onta della verità emersa; indicativa anche di come la sinistra resti quella dei compagni che sbagliavano, ma neanche tanto: il PD, partito pro ius soli, pro immigrazione, pro politicamente corretto, pro campagne anti odio, pro battaglie umanitarie, si muove per salvare un terrorista stupratore di ragazzine disabili in gioventù poi assassino di macellai, orefici e guardie carcerarie che usa pretesti razzisti pur di farsi trasferire. Ed è solo l’inizio, manda a dire e se può dire questo vuol dire che parla con cognizione di causa. Il prossimo passo sarà la scarcerazione per pretesti di salute, poi la Grazia da Mattarella o dal successore, magari proprio la Cartabia, quindi, alla lunga, perché no un posto di potere, di governo. Colpevole ma innocente. Pluriassassino ma martire. Imbrattacarte ma romanziere: il suo romanzetto egolatrico, Ma cavade, la mia fuga, ha un incipit epico: “Corri diocane, scappa scappa diocane”. La prosa sul fumettaro demoniaco infantile che delizia i parigrado wu ming e Evangelisti e fa sognare le Bruno Bossio e le Cartabia. C’è chi dice che Battisti meriterebbe l’ergastolo solo per come scrive, ma quello che conta è che lo Stato italiano si inginocchia al suo cospetto di balordo sanguinario e bugiardo e superprotetto in aura di martire. La storia del terrorista non è dissonanza cognitiva, non è falsa coscienza, è lingua di legno.

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