Che succede se perdiamo la guerra?

Ma che succede se perdiamo la guerra? La psicosi dei vaccini, del lasciapassare, spacca gli italiani con la forza del fanatismo politico, gente che si percepiva di sinistra estrema la trovi a fianco della destra più nera nel rifiuto al siero; altri, non meno rabbiosi, esultano se chi non si buca viene trattato come ai tempi delle leggi razziali. Non c’è scampo, la faccenda di sanitario, di scientifico, di intelligente non ha più niente, è infame contrapposizione ideologica; a spanne: chi è novax è di destra, chi provax di sinistra. E le sfumature non sono ammesse, l’esigenza di libertà di chi sceglie in proprio ma non impone niente a nessuno viene archiviata nel modo più rozzo. Sullo sfondo, un significato non espresso, tanto è palese: la pletora di artisti a sovvenzione pubblica, di intellettuali a gettone, di scrivani benpensanti fuori, intossicati dentro, è scatenata in favore non del vaccino ma del governo, unita nel grido “non disturbate il manovratore”: perché il manovratore piace loro e allora il vax è solo il cavallo di Troia per tutto il resto: la transizione verde che costera 370 miliardi, tutti sulla pelle delle famiglie povere, l’auto elettrica, ineluttabile come il destino, la censura endemica, la ridefinizione sociale che non sarà il grande reset di cui favoleggiano gli ossessi ma c’è e ricorda le farneticazioni del ministro Speranza sulla pandemia ottima occasione per rispolverare il gramscismo, l’egemonia moralista. Fosse il manovratore di diverso colore, tutti questi griderebbero al fascismo; dall’altra parte c’è un sentimento speculare, dire no ad ogni cosa per dire no al governo considerato comunista, di regime coreano o cinese. Scomodare teorie, complotti, manovre come se il mondo fosse un blocco unico che dieci, venti padreterni si palleggiano anziché l’immenso casino di forze contrapposte, di mercati, di logiche cangianti che sconvolge gli uomini pazzi. Al mondo il 99% delle cose è politica, diceva Giovannino Guareschi, e la politica divide; non unisce mai, divide, sempre.
Ma fermiamoci un attimo, seguitemi un attimo. Di fronte all’indubbia erosione delle libertà fondamentali, personali, garantite da una Costituzione sempre più carta straccia, va molto di moda l’appello alla resistenza attiva, lo “scendiamo in piazza” che sa molto di happening ludico o di catarsi un po’ cialtrona. Perché chi lo sbraita, sui social, sarà il primo a non andarci e perché ritrovarsi, anzi “concentrarsi”, come si diceva negli anni ’70, in una piazza di per sé significa niente, come scoprirono i ragazzi della rivoluzione verde di Teheran, stroncati da quelli stessi social che credevano loro alleati, mentre aiutavano la teocrazia degli ayatollah a prevenirne i movimenti. La piazza, mitizzata, santificata, di per sé non è rivoluzione: è il primo passo verso una rivoluzione che poi, però, costa un prezzo altissimo. Costa sangue, e terrorismo, e guerriglia. Risultati che abbiamo già constatato tanto che oggi nessuno è disposto a scatenarli, salvo la solita sparuta minoranza di provocatori. Così che viene più comodo e utile precisare: boicottiamo chi pretende il lasciapassare, boicottiamo chi vuole il vaccino. Di solito, a questa rivolta alla cipria si votano sofisticate signorine o giovanotti con tutto l’agio di scegliere, movimentisti nell’ovatta che cercano lo snobismo ma trovano il blasé. Si percepiscono molto intelligenti, molto avanti nell’analisi, ma trascurano la più semplice delle domande: che succede se perdiamo la guerra?
Dove per guerra non si intende la guerra classica, dichiarata, combattuta “boots on the ground”, scarponi sul terreno; no, quella è obsoleta, residuo novecentesco, pochissimi sanno che un recente orientamento in ambito UE ha di fatto inserito tutele sindacali per i militari con tanto di orari regolamentati, limitazioni al lavoro notturno, garanzie più da impiegati che da soldati, e infatti lo spirito della Corte di Giustizia Europea così li considera, lavoranti qualsiasi a prescindere dalla divisa. Quanto a intendere la convinzione che ormai le guerre siano roba residua, da Paesi tribali, non da civiltà evolute dove il problema più urgente è mandare un’atleta etnogender a sbandierare il Tricolore o affidarsi a una ragazzina disagiata, ma avida, per il contenimento del clima. Del resto, basta chiamare “cambiamenti climatici” il dissesto idrogeologico che affligge l’Europa intera, dall’Italia alla Germania, e tutto va a posto.
Ma che succede se perdiamo l’altra guerra, la prossima? Diciamo quella di invasione filtrata, da combattere con le manovre finanziarie e le divise cyber, con armi spaziali, informatiche, virali in senso virtuale come reale? Che succede se la Cina, per dire, ci attacca, e forse è proprio ciò che ha fatto, per queste vie? Gli australiani il problema se lo stanno ponendo, ci sono analisi geostrategiche che dicono, testuali: “È possibile che, di fronte alla robotica e ai sistemi autonomi, il migliore utilizzo delle nostre truppe da terra non sia quello di combattere proattivamente in prima linea, ma piuttosto di rendere i centri abitati australiani ingovernabili (…) Gli Stati Uniti hanno ritirato le truppe dall’Afghanistan dopo vent’anni. La coalizione non è stata in grado di sconfiggere i Talebani, e nemmeno di assicurare che non prenderanno il controllo ora che gli americani se ne sono andati. C’è il caso di Hezbollah nel Libano meridionale, delle insurrezioni Sunnita e Sciita in Iraq, dei ribelli Houthi nello Yemen – sono solo alcuni esempi moderni di campagne militari di successo asimmetriche, come prima ancora dei Viet Cong nel Vietnam. (…) La lezione è che la tecnologia potrebbe anche vincere la guerra convenzionale, ma non decidere invece chi vince una volta che i combattimenti convenzionali sono conclusi. Il Dipartimento della Difesa Usa conferma che gli Stati Uniti sono nella più debole condizione militare dalla fine della Guerra Fredda. Se non possiamo più contare sulla capacità di deterrenza degli Usa, l’Australia deve avere un piano per quando la guerra va male”.
Gli italiani di queste sciocchezze se ne fregano, c’è da sorvegliare Chiara Ferragni che, alla modica cifra di 650 euro, si mostra mentre si spalma la crema rassodante sulle chiappe. C’è da capire dove va il PD, e con esso Burioni e la Capua, c’è da inginocchiarsi in modo compulsivo o da riscrivere l’alfabeto con le “e” rovesciate; c’è da censurare la canzone di Cochi e Renato sulla gallina “che non è un animale intelligente, lo si capisce da come guarda la gente”, se no il pennuto potrebbe sviluppare un trauma. Nella compulsione a rimuovere, accettiamo pure che siamo sguarniti, che resteremo permeabili ad ogni penetrazione, ad ogni guerra ancora da immaginare. Ma allora ha senso tentare di arginare un regime interno “scendendo in piazza”? A far cosa? A prendere il sole? A percuotere le pentole? Curiosa genia di sovversivi: sanno, capiscono, dicono addirittura che le logiche vengono di lontano, che non hanno possibilità di resistenza, ma dirottano il loro coraggio contro la trattoria sotto casa. Insomma guardano al dito anziché alla luna, come sempre fanno gli stolti. Noi siamo ancora qui a chiederci l’un l’altro se ci siamo vaccinati, che tradotto è il solito “scusi, lei come la pensa?”, ossia di che colore hai la mente. Intanto siamo già invasi, già sotto scacco, già colonizzati ed è solo l’inizio. I politici questo lo sanno e non oppongono resistenza, bastava sentire il ministro economico Giorgetti a un convegno: quel che deve accadere accade e i costi sociali non abbiamo idea di come ammortizzarli, però vi diamo il bonus per la televisione. Questi tanto esecrati politici sono semplici esecutori, burattini non di grandi reset ma di guerre inedite, sotto gli occhi di tutti; non resta loro che trarne il meglio, per loro stessi s’intende, finché dura, ossia lucrare su logiche, su dinamiche che non possono comunque controllare. Uguali a noi nell’impotenza, diversi nel cinismo che nasce dalla consapevolezza.

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