Chi paga davvero il costo della “terapia shock” sul taglio del cuneo fiscale?

A intervalli più o meno regolari, in questo povero paese si scopre l’esigenza di una “terapia shock” sull’economia. Sono gli abituali strumenti usurati di una classe politica vieppiù disperata e assediata da una crisi fiscale e demografica che rischia di diventare irreversibile, e che è stata temporaneamente interrotta dalla cornucopia del Recovery Fund.

Ora, nel mezzo di una crisi di costo della vita che rischia di essere corrosiva della coesione sociale e benzina sulle fiamme del populismo e del radicalismo fiscale, i nostri eroi hanno deciso che occorre una “terapia shock” per ridurre il cuneo fiscale e “indennizzare” i lavoratori dell’inflazione.

Dopo la proposta, non solidissima, del presidente di Confindustria finalizzata a creare “una mensilità aggiuntiva” per i dipendenti, altro venerato benchmark di disperazione, pare si stia formando un consenso sulla riduzione del cuneo. I problemi sorgono quando si devono identificare le famigerate coperture

Basta con i bonus. Degli altri

Il segretario del Pd, Enrico Letta, ha rilanciato il “taglio shock” invitando i partiti a identificare i bonus da sacrificare per recuperare risorse. Un paese che vive di tax expenditures usate dalla politica per ritagliarsi porzioni di elettorato e che diventano rapidamente “diritti acquisiti”, potrà mai agire in questa direzione?

E infatti sono iniziati i distinguo e le controproposte. A nome (forse) di ciò che è rimasto dell’entità colliquata convenzionalmente nota come M5s, si è espresso il ministro dell’Agricoltura, Stefano Patuanelli, affermando che “siamo disponibili a rivedere l’impianto complessivo dei bonus finalizzandoli tutti però al taglio del cuneo fiscale”. Non è chiaro se quel “siamo” fosse un plurale maiestatis o una posizione comune non è chiaro di chi, viste le condizioni del suo partito.

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Il mistero del “noi” si risolve poco dopo: si tratta dello staff di Patuanelli, col quale evidentemente il ministro intrattiene un’intensa dialettica, che precisa che i bonus da cancellare sono quelli inseriti ogni anno nell’iter della legge di bilancio, mentre “il superbonus e Industria 4.0 hanno già un décalage e sono già finanziati”. Quindi, basta bonus futuri.

Questa dialettica mi ricorda i vari esperimenti di flat tax, dove si deve decidere quali tax expenditures tagliare per ridurre le aliquote, salvo finire in un incastro di veti incrociati e spese intoccabili e finire a proporre di calare la scure su agevolazioni fiscali che potrebbero finanziare al massimo una pizza con gli amici.

In cerca di coperture

A questo punto, scattano le proposte di bandiera: abolizione immediata del Superbonus 110%, ridimensionamento o cancellazione del reddito di cittadinanza sono le due principali. Anche dal punto di vista contabile. Qualcuno rilancia con “abbiamo avuto un forte aumento di gettito, lo scorso anno, perché non usarlo?”.

Che poi è il modo per finanziare spese permanenti con risorse una tantum. In quest’arte spicca il malconcio segretario della Lega, Matteo Salvini, che da anni ha ereditato uno dei cavalli di battaglia di Forza Italia, la cosiddetta “pace fiscale”, cioè la rottamazione delle cartelle esattoriali. Sempre e comunque, a ciclo continuo.

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A ogni riapertura dei termini il gettito avvizzisce, spingendo il leghista a riproporre la canzoncina. Se si tiene aperta in permanenza una sanatoria, è come se avessimo una fonte di gettito altrettanto permanente. Solo aleatoria e destinata a inaridirsi.

Poi, variazione sul tema, abbiamo i leggendari fondi di recupero dell’evasione fiscale, oggi ribattezzati di compliance, che servirebbero alla bisogna. Anche qui, l’alea regna sovrana ma sono dettagli.

La lista della spesa pubblica non può certo finire con la “terapia shock” del taglio al cuneo fiscale. Per Salvini, ma non solo per lui, c’è anche la “cancellazione” della legge Fornero, con i sogni bagnati di quota 41 anni di contribuzione o in alternativa Quota 102. Sono miliardi, annui.

Nel frattempo, per usare in modo più costruttivo i soldi pubblici, pare che in Germania il Cancelliere Olaf Scholz pensi di proporre una defiscalizzazione completa per gli aumenti salariali una tantum dati dalle imprese quest’anno, per evitare la formazione di una spirale prezzi-salari sulle richieste pluriennali. Certo, se la pressione inflazionistica dovesse persistere, il problema si riprodurrebbe il prossimo anno, ma meglio tentare.

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Resta la criticità di come finanziare questo sgravio una tantum, ed evitare deficit aggiuntivo che inietterebbe domanda in un contesto già surriscaldato. Dovendo scegliere, forse meglio recuperare fondi dal taglio di accise sui carburanti, misura fiscalmente regressiva e spinge la domanda nel momento in cui andrebbe soppressa. Ma qui siamo in un mondo ideale e inesistente.

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