Chi rallenta in Aula l’iter dell’autonomia

Durante la recente campagna referendaria ed elettorale, sui social media si è tornati a parlare dell’autonomia che veneti e lombardi rivendicano da quasi 5 anni. La cosa che più stupisce è il fatto che della tuttora mancata attuazione qualcuno ritenga «responsabile» chi quei referendum consultivi li ha inventati e voluti. Da componente sin dalla prima ora della «Commissione trattante» per il Veneto, mi sembra allora doveroso chiarire da chi dipenda la fase successiva all’approvazione dei referendum.

La Costituzione italiana entrò in vigore il 1° gennaio 1948, dopo essere stata approvata con la maggioranza di 453 Costituenti su 515: l’88% dei voti di un’Assemblea composta da parlamentari con idee e sensibilità anche opposte. Il primo Parlamento repubblicano fu eletto il 18 aprile 1948, eppure la Corte costituzionale iniziò a funzionare solo nel 1956, il Csm nel 1958, le Regioni a statuto ordinario nel 1970. Quegli enti ed istituti erano previsti dalla Carta, ma mancavano le leggi ordinarie di attuazione, difficili da approvare da parte della maggioranza (semplice) che sosteneva i governi che via via si succedevano negli anni.

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Ebbene, per dare attuazione all’art. 116, (quello che concerne l’ «autonomia differenziata»), una legge ordinaria nemmeno basta, perché quella disposizione pretende una legge «a maggioranza rinforzata». Quella che si sta giocando è una delicatissima partita a scacchi, iniziata da Veneto e Lombardia, ma che non può essere chiusa solo da queste ultime. Alle mosse di una parte (le Regioni) corrispondono le contromosse del governo centrale. Il quale oggi è sorretto da una maggioranza ampia, ma politicamente assai eterogenea. Il progetto della «legge quadro» di cui all’art. 116, quand’anche fosse già pronto nelle mani del ministro competente, non sarà mai portata nelle Aule parlamentari, ad affrontare il voto, da un premier che non sia certo di non perdere, su di esso, porzioni più o meno ampie della sua maggioranza. E i partiti al governo sull’autonomia differenziata hanno notoriamente idee anche molto diverse tra loro. A ciò si aggiunge un altro dettaglio. In Parlamento siedono deputati e senatori provenienti da tutte le Regioni italiane. E anche se il fronte pro-autonomia va allargandosi, non tutte sono «concordi» nel riconoscere l’autonomia differenziata a quelle che – tra le ordinarie – producono più PIL delle altre. Per concludere, che dire della distribuzione del reddito di cittadinanza e dei fondi del Pnrr, ad oggi destinati per il 40% al Sud, per il 30% al Centro e per il 30% al Nord: dove i progetti ci sono, andranno meno soldi; dove c’è più bisogno, ma meno progetti e possibilità di realizzazione più a rischio, andranno più denari.Sono tutti questi fattori a guastare l’esito positivo dell’assai complessa partita a scacchi che il Veneto sta continuando a giocare, puntando, se non al «tutto» che aveva originariamente chiesto, quantomeno al «meglio» che può ragionevolmente ottenere.

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