Chiara Appendino: “Sulle nostre battaglie non abbiamo ambiguità, è il Pd che non sa più da che parte stare”

«In questi giorni ho letto molte cose. La verità è che ci ho pensato a lungo perché negli ultimi mesi ho avuto il privilegio di potermi dedicare principalmente alla mia famiglia. Candidarsi voleva dire ripartire. Alla fine ho scelto di farlo: per amore verso il Movimento 5 Stelle e per rimettermi al servizio di Torino; da sindaca ho toccato con mano quanto sia essenziale fare rete con Roma».

Chiara Appendino è tornata sulla scena dopo quasi un anno di vita privata: pochissime apparizioni (giusto alla scuola di formazione del M5s) e molti silenzi interrotti solo il giorno dell’assoluzione dall’accusa di falso in bilancio. Il momento in cui la politica è tornata una strada percorribile: «Quella condanna era una macchia: non solo e non tanto per le regole del Movimento; lo era per il mio codice morale».

Eppure nei giorni scorsi si diceva che stesse aspettando una modifica al regolamento su chi è stato condannato.

«Falso. Dal 2019, prima che venissi condannata, il codice etico distingue tra reati colposi e reati dolosi, che fanno scattare il divieto di candidatura. Ma io dal reato doloso sono stata assolta in appello. Quindi il problema non si è mai posto».

Si diceva anche che aspettasse la deroga per candidarsi lontano da Torino.

«E invece nella candidatura ho indicato la mia città. Non ho mai immaginato di correre altrove, né di chiederlo».

Anche se Torino è un collegio ad altissimo rischio?

«Io sono qui. Poi, come sapete, l’ultima parola spetta a Conte in qualità di capo politico».

Ai blocchi di partenza vi presentate con le stimmate di chi ha fatto cadere Draghi. Non un bel biglietto da visita.

«Ho sempre sostenuto che il Movimento dovesse stare dentro il governo per responsabilità verso i temi di cui si è fatto portavoce. Noi svolgiamo una funzione sociale a tutela dei più deboli e per questa ragione abbiamo partecipato a più governi».

Destra, sinistra, grande coalizione: non esattamente un monumento alla coerenza.

«In quei governi noi siamo stati per portare avanti i nostri progetti e per difenderli. Abbiamo portato a casa risultati importanti come il reddito di cittadinanza o i 209 miliardi del Recovery».

E allora perché ritirare l’appoggio a Draghi?

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«Tutti si chiedevano se avremmo votato la fiducia, ma Draghi aveva fiducia in noi e nelle istanza che ponevamo? Noi eravamo pronti a votarla, ma lui si è presentato in Senato con un atteggiamento di chiusura e mettendo in discussione il reddito di cittadinanza, che ha salvato milioni di persone dalla povertà, e il superbonus a cui si deve buona parte dell’incremento del Pil. La verità è che quel governo litigava da mesi e non riusciva più a dare risposte ai cittadini. Ci assumiamo la responsabilità delle nostre scelte ma è stata la destra a sfruttare l’occasione per andare al voto».

Intanto il campo largo andava in frantumi. Lei che tifava per l’alleanza progressista non avverte il peso della sconfitta di quel progetto?

«Ma è il Pd ad aver cambiato idea: hanno inserito gli inceneritori in un decreto che non c’entrava nulla ben sapendo che per noi era un punto politico. Di più: nel patto di governo del Conte II si escludeva esplicitamente la costruzione di nuovi inceneritori».

Non le pare bizzarro spalancare le porte al centrodestra per un inceneritore?

«Troppo semplicistico. E poi la narrazione del fascismo alle porte è controproducente. La destra si batte opponendole un’idea molto precisa e alternativa del Paese che si ha in mente: ambiente, salario minimo, lotta alla precarietà, aiuti ai più deboli, giovani, diritti. Tutti temi che il governo Draghi ha vissuto con crescente insofferenza».

Non le piace l’agenda Draghi?

«Più che altro mi chiedo che cosa sia. Il suo governo non è nato sulla base di un progetto per il Paese ma sul tentativo di mediare tra forze politiche con visioni molto distanti. Per questo dico – anche alla luce dello spettacolo indecoroso di questi giorni – che non servono alleanze che mettano insieme chi la pensa diversamente su tutto al solo scopo di sconfiggere l’avversario o impedirne la vittoria».

Lei non crede esista un rischio costituzionale?

«Questa destra è quanto di più lontano ci sia dalla mia idea di Paese. Ma non la si batte mettendo insieme chi si definisce ambientalista con chi è pronto a usare l’esercito per costruire un inceneritore, chi è per le energie rinnovabili e chi per le trivelle. La gente non capisce. E se non capisce non vota, o vota gli altri. Serve una narrazione alternativa: loro propongono la flat tax? Noi spieghiamo che in un Paese in cui il 40% dei cittadini detiene il 90% della ricchezza la flat tax alimenta le disuguaglianze».

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Con il Pd è una storia finita?

«Mi sembra difficile a oggi riprendere il filo di un percorso comune che si basava su pilastri che nelle ultime settimane il Pd ha messo in discussione cercando di allearsi con chi li vorrebbe abbattere. Ma nelle realtà locali dove si governa insieme manterremo gli impegni».

I sondaggi vi danno in affanno, soprattutto al Nord.

«Ho vissuto il Movimento in tutte le sue fasi: la piazza, la proposta di governo, le grandi vittorie, gli errori. Non ragioniamo guardando sondaggi o percentuali, portiamo avanti battaglie. Oggi il nostro è un progetto chiaro e senza ambiguità: giustizia sociale, diritti, donne. Così ci presentiamo agli italiani, le valutazioni le faremo dopo».

Dà ragione a Calenda: il vostro potrebbe essere il programma del Pd.

«Il Pd deve decidere da che parte stare. Nel patto con Calenda si parlava di revisione del reddito di cittadinanza. Io chiedo: cosa c’è da rivedere in uno strumento che impedisce a milioni di persone di finire per strada?».

Le risponderebbero che non le aiuta a trovare un impiego.

«Interveniamo sulle politiche attive, allora. Ma nel frattempo, li lasciamo sprofondare nella povertà? E quelli inabili al lavoro, li si fa morire di fame? Mi stupisce che forze che si dicono progressiste non abbiano il coraggio di tenere il punto senza se e senza ma su alcuni temi. Ci sono misure che sono giuste e basta».

Nelle ultime settimane avete perso pezzi.

«La scissione è stata una scelta sbagliata nel metodo e nel merito. Quando si fa parte di una comunità, se non si è d’accordo, si dà battaglia all’interno».

Alcuni transfughi, come Luigi Di Maio e Laura Castelli, sono persone a lei vicine da sempre: cosa vi siete detti?

«Niente, non ci sentiamo da tempo».

Favorevole alla tagliola dei due mandati?

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«Ci costringe a rinunciare a persone straordinarie, è una regola che ha fatto discutere ma mantenerla è stata una scelta di coerenza. E queste persone, lo stanno già facendo, resteranno nella nostra comunità e ci daranno un fondamentale aiuto».

Alessandro Di Battista non si è candidato: dispiaciuta?

«Immagino che non si ritrovi ancora a pieno nel nostro percorso ed è bene che chi decide di impegnarsi sia convinto fino in fondo. Ma resta una persona con cui c’è un dialogo aperto e con cui continueremo a confrontarci».

Dall’esterno si ha l’impressione che Beppe Grillo e Giuseppe Conte vivano da separati in casa. È così?

«La loro è una fisiologica dialettica tra due persone in ruoli diversi, con caratteri diversi e storie molto diverse che affrontano una fase di cambiamento del Movimento. Beppe è un impulsivo, Giuseppe un riflessivo: il loro è un rapporto franco, ma costante e animato dalla volontà di fare il bene del Movimento».

Tutte queste tensioni non vi hanno irrimediabilmente indeboliti?

«Sono servite a fare chiarezza. Ciascuno di noi si è interrogato sulle ragioni del suo stare dentro il Movimento. E chi ha deciso restare oggi è più convinto di prima. Da parte mia, non ho pensato un solo secondo di andarmene».

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