come il conto corrente di un super ricco- Corriere.it

Dopo la giornata di ieri che ha registrato un timido rialzo, torna a limare i valori il titolo Mps, la cui capitalizzazione, fotografata oggi in Borsa, vale 20,1 milioni. Mentre restano sempre molto deboli i diritti sull’aumento che segnano -8%. Il valore a Piazza Affari va verso l’azzeramento, riducendosi a una cifra esigua che in questo momento avvicina il valore della banca più antica del mondo a quello del conto corrente di un super ricco. Ma l’auspicio del ceo Luigi Lovaglio e di chi ha puntellato l’aumento di capitale da 2,5 miliardi, iniziato lunedì 17 ottobre per rilanciare la banca dovrebbe essere solo un momento di passaggio.

La discesa dei valori

Dopo il crollo di lunedì — quando le opzioni sono scese del 91,43% spinte dalle vendite degli azionisti che volevano abbandonare la partita e non partecipare alla ripatrimonializzazione — al terzo giorno dell’aumento il titolo Mps conferma le previsioni (anche della stessa Consob) di forti movimenti. Il prezzo dei diritti, che partiva da 7,837 euro, è crollato in due sedute di oltre il 90% arrivando a trattare sotto quota 1 euro. Mentre le azioni del titolo sono rimaste a quota 2 euro, limando in parte il valore di partenza, pari a 2,1%. Complessivamente, rispetto a venerdì scorso, la somma dei valori di azioni e diritti ha bruciato il 72,9% del proprio valore, per una capitalizzazione di Mps scesa a 21 milioni. È chiaro che il valore di mercato del Monte si sta azzerando in attesa che chi ha deciso di scommettere sul rilancio della banca entri in gioco. In pratica c’è stato un addio dei vecchi azionisti che ora dovranno lasciare spazio ai nuovi.

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Aumento diluitivo

La discesa dei valori era attesa, viste le caratteristiche iperdiluitive dell’operazione: i 2,5 miliardi di euro che verranno iniettati nella banca valgono circa 100 volte la capitalizzazione attuale della banca. È chiaro che gli azionisti che non intendono partecipare all’aumento si siano affrettati a vendere il più possibile. In questi giorni si sta registrando un trading intenso: gli arbitraggisti comprano i diritti messi in vendita dagli azionisti attuali che vogliono uscire (in larga parte il retail si disimpegna), li esercitano e vendono l’azione sottostante. Certo, il calo dei valori non aiuta, visto che lo sconto sul capitale senza i diritti è sceso dall’iniziale 8% a circa il 3%.

Chi si farà carico dell’aumento

Ma qui vale il progetto di Lovaglio che al mercato propone una logica diversa, quella dell’investitore di lungo periodo, forse più simile a quella di un fondo di private equity. Vale a dire investire in una banca nuova, destinata alle aggregazioni che creeranno valore per chi ha partecipato. Intanto, il fronte degli investitori chiave, quelli che hanno firmato la sub garanzia di 500 milioni per coprire i 900 milioni dell’aumento riservato al mercato, confermano l’interesse. In prima fila, c’è la compagnia francese Axa che ha dato garanzie fino a 200 milioni. Lo ha confermato ieri Frédéric de Curtois, direttore generale aggiunto di Axa, che conosce bene la banca per essere stato alla guida della jv Axa-Mps e poi consigliere. In linea teorica, se dovesse investirli tutti, avrebbe una quota sopra la soglia rilevante del 5%. Axa è un partner industriale e ha un accordo con Mps dal 2007 quando ha acquisito il 50% di Mps Vita e il 50% di Mps Danni. E ne è stato anche azionista. Potrà intervenire solo alla fine del periodo d’offerta e la misura dell’investimento dipenderà dalla quantità di inoptato. Come del resto gli altri investitori chiave. Da Pimco, che ha in portafoglio subordinati del Monte ad Anima sgr, che con Mps ha un accordo nel risparmio gestito, e farà la propria parte con 25 milioni. Algebris si è impegnato per 50 milioni. Poi ci sono Alberto Foà, fondatore della sgr AcomeA, e Andrea Pignataro con la sua Ion.

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L’inoptato

Se il mercato — dal quale i vertici della banca sperano in una risposta positiva – non entrerà in partita, spetterà a questi investitori — chiave coprire l’eventuale inoptato trasformando in azioni i loro impegni di 500 milioni. E se anche il loro intervento non sarà sufficiente per coprire i 900 milioni dell’aumento che spettano ai privati, allora toccherà alle otto banche del consorzio che hanno garantito l’aumento per 400 milioni, scendere in partita e accollarsi le nuove azioni.

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