Cominciano gli Europei di calcio: la nostra Nazionale rappresenta davvero la nazione e lo fa egregiamente

Toh, c’è l’Italia. Stasera, prima partita degli Europei di pallone rinviati di un anno causa pandemia. Non c’eravamo più abituati, la nostra Nazionale provenendo dalla figuraccia più mortificante di tutta la sua storia, neanche capace di qualificarsi all’ultimo torneo mondiale. Giocatori di livello mediocre, gestione federale in tono, scandali, sprechi: da allora è passata l’acqua che doveva passare sotto i ponti e l’Italia si ripresenta con una formazione vergine sotto molti aspetti. Chiaro che tutti faremo il tifo, fino a quando possibile, ma la questione non è tattica o tecnica, la faccenda assume un curioso, sgradevole retrogusto se si constata l’arietta supponente cresciuta intorno a questa squadra. “Siamo fortissimi, andiamo a vincere”. Dopo aver combattuto con Liechtenstein e San Marino. Tutto in questa rappresentativa azzurra suggerisce un fastidioso tono di spocchietta, dalla divise griffate che ricordano quelle dei cuochi di lusso alle dichiarazioni dal sen fuggite, all’atteggiamento vagamente infastidito, sorta di degnazione nobiliare, dei protagonisti. Un’aria da eletti, non diversa da quella di altre selezioni europee, d’accordo, visto che il mercato dell’apparenza impone le sue liturgie, i suoi conformismi; ma che per quel che ci riguarda infastidisce il giusto, a maggior ragione quando resta ancora tutto da dimostrare.
In questo senso la Nazionale del pallone rappresenta davvero la nazione e lo fa egregiamente. C’è stata una mutazione morfologica più che sociologica: il Paese dei paisà, imbarazzante finché si voleva nelle sue manifestazioni viscerali, superstizioso, irrazionale, legato oltre misura al campanile, per dire a una cultura contadina, preindustriale, sembra non esistere più nemmeno nella provincia profonda, e ha rinnegato tutti gli aspetti apprezzabili: quella sorta di generosità, di solidarietà anche rude ma concreta al bisogno, la spontaneità di chi alla fine è contento di quello che ha, di come lo ha realizzato e ti apre la porta, te ne rende partecipe. C’è una violenza diversa oggi, molto politicamente corretta e molto infame, c’è una indifferenza che prima non c’era, “ah, io per me, mi scusi eh, ma possono anche crepare tutti che ho già i miei guai”. E lo dicono con orgoglio, come una qualità da difendere. Al che papa Bergoglio, che sarà pure un pontefice fazioso e a volte sconclusionato, non può non disperarsi richiamando di continuo alla sensibilità del cristianesimo, alla coerenza del Vangelo.
Macché: tutti impegnati a viaggiare a un metro da terra, a porsi per quelli che non sono, a far pesare un rango magari più recitato che reale. Tutti, nessuno escluso. L’arroganza dei politici è nota ma è cambiata, c’è una maggiore strafottenza, una esibizione più impune del potere, dei suoi privilegi; tempo fa un presenzialista di un partito ha strattonato per la strada una che lo contestava, le ha sibilato “ti va bene che non sei un uomo”, poi ha fatto il giro dei giornali tra minacce e annunci di querele. Comportamenti impensabili ancora trenta anni fa. La casta dei burocrati è immutabile nel suo disprezzo per il cittadino-suddito e così quella del giudice sacerdote a dispetto del sistema, losco, infetto, che lo ingloba. Con la pandemia sono poi emerse inedite figure di insospettata tracotanza come quella dei virologi: vanitosi, irridenti, sempre pronti a pontificare, suscettibili oltre il patologico. Dei giornalisti è meglio non parlare se non per notare che anche questi si pongono come dei privilegiati, degli influencer appena più pensosi, almeno in apparenza; comunque uomini di sottopotere al servizio del potere. Artisti, cantanti, scrittori hanno la sicumera degli eletti, in senso lato: sono militari al servizio di una fazione e non si fanno nessuno scrupolo nel dimostrarlo. Ci sono personaggetti che scadono a livelli abissali, mentono, sfruttano, insultano e poi, quando si ritrovano sputtanati, non fanno una piega e i compari gli dicono: ma di che ti preoccupi, questa è casa tua. E magari stanno parlando della televisione pubblica o di incarichi istituzionali.
Più in generale, le nostre strade, le spiagge, gli uffici, gli sportelli sembrano invasi da una nuova specie umana sul genere degli emuli, i vorrei ma non posso che però ci credono, fortissimamente ci credono. Tutto, pur di non essere reali. La spontaneità, la semplicità un crimine, “onestà” è un grido di guerra che ha portato i furbi e i disonesti al potere, senza vergogna, i social impongono la narrazione di sé e la narrazione di sé impone la megalomania. Ed è abbastanza terrificante aggirarsi tra legioni di aspiranti Ferragnez o Fabrizio Corona o piccoli Saviano con l’aria da martire o simil Burioni (in ogni ospedale ormai c’è almeno un camice col ciuffo d’ordinanza e la sbruffonaggine incorporata). Un Paese che si vergogna di se stesso ma non delle proprie bassezze, non di esibirsi nelle peggio risse televisive o a cagare in un cespuglio in un’isola riempita di cialtroni sedicenti famosi. Ma tutti padroni del loro destino, come piace dire. Come se solo quello esistesse. Alla fine, tanta ybris nasconde sempre il caro vecchio soldo, l’affare, il posto o la ribalta fregata a quell’altro, la “roba” di verghiana memoria, il posto al sole, il porco all’ombra e il familismo amorale di Banfield a Montegrano. Cambiano i look, le pose, non gli obiettivi supremi che sono anche i più squallidi e i più tribali. E non cambia la strategia che è sempre quella di Bel Ami: una spregiudicatezza, un cinismo a tutta prova, e la faccia tosta di millantare talenti che nessuno vede ma ai quali, a forza di insistere, molti finiscono per credere.
Almeno ci fossero i campioni del passato. Ma i Riva, Rivera, Mazzola, pur nella loro condizione di privilegiati ci stavano attenti sapevano di dover dimostrare qualcosa anche come uomini. Oggi abbiamo una pattuglia di giovanotti che prima ancora di partire se la tirano come se il torneo europeo fosse una formalità. Ripetono tutti: andiamoci piano, dobbiamo ancora dimostrare il nostro valore. Ma se continuano a consigliarsi tra loro di andarci piano, non è il segno di una sicumera già patologica?

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