Conte, Grillo e la morte del Movimento cinque stelle

Il litigio tra Conte e Grillo scrive probabilmente l’ultimo atto del Movimento cinque stelle. Almeno per come abbiamo imparato a conoscerlo in questi anni. Più che un litigio si consumato uno strappo inevitabile dettato da una verità che solo gli attivisti a cinque stelle non vogliono vedere. Il Movimento cinque stelle è il partito personale di Beppe Grillo e aziendale di Davide Casaleggio. Non ci sarà un Conte che tenga. Il binomio Grillo-Casaleggio è e resterà sempre a capo del Movimento.

Anche in maniera occulta, un po’ più in disparte, come hanno fatto in questi anni, ma è chiaro che il Movimento è cosa loro. Se ne fregano dell’emorragia di consensi che un uomo popolare come Conte poteva tamponare. Piuttosto lo bucano il pallone, ma non lo lasceranno mai a un altro. L’ennesima conferma è arrivata non tanto dalle parole di Grillo ma soprattutto da quelle rilasciate da Conte dopo l’incontro. Basta riascoltare quella breve dichiarazione che l’ex premier ha rilasciato ai giornalisti prima di entrare in auto.

Conte ha detto chiaramente che Grillo voleva il controllo preventivo su tutto. Un controllo che ha evidentemente esercitato sin dalla nascita del M5s e che rischiava di perdere nel momento in cui un personaggio più popolare di lui in questo momento sarebbe andato al posto di guida. Quello non lo mollerà mai. In forme sempre mutevoli, liquide come ama che sia il Movimento. Inafferrabile e indefinibile perché in realtà tutto ciò che vuole è continuare a controllarlo. Come un bambino capriccioso parla di Movimento che deve continuare a essere orizzontale ma che in realtà rappresenta una delle forze politiche più verticistiche d’Europa.

Poco importa se poi offende l’intelligenza dei suoi iscritti dichiarando che Conte è un uomo senza visione del futuro e capacità manageriali. In pratica lo stesso uomo a cui ha deciso di affidare il Governo nel momento di massimo fulgore elettorale dei Cinque stelle. È chiaro che se così fosse, allora sarebbero in due visto che è stato lui a sceglierlo. La realtà è che il successo ha dato politicamente alla testa del “garante” che dal momento in cui la sua creatura è arrivata al 30% ha cominciato a sbagliare tutte le mosse in un tentativo autodistruttivo che non ha eguali nella storia repubblicana.

Come un genitore che quando si rende conto che il figlio sta diventando adulto e indipendente prova a barricarlo in casa. O come un ragazzino che prende il pallone e lo porta via quando realizza che non è più lui il più forte in campo. Da persone così dipende il destino parlamentare del nostro Paese almeno per i prossimi due anni. Da persone così è dipesa la gestione della “cosa pubblica” nel momento più difficile del nostro Paese dal Dopoguerra a oggi. È bene saperlo quando ci ritroveremo a raccogliere ancora una volta i cocci.

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