Conte si rimangia la crisi e chiede a Draghi di salvare i Cinque stelle

La pulsione “crisaiola” dei Cinque stelle, che nessuno ha preso sul serio, alla fine si risolve con quella che un senatore di lungo corso definisce «la riemersione poderosa della politica sotto forma del sempiterno e irresistibile istituto del rinvio». Si prende tempo, si rinvia. Ieri il faccia a faccia fra Mario Draghi e Giuseppe Conte è finito con la dazione di un documento da parte del presidente del movimento.

Otto punti su cui il premier ha promesso di riflettere e rispondere. Si rivedranno «entro luglio», secondo la versione di Conte. Si rivedranno sulle singole richieste, secondo l’interpretazione di palazzo Chigi. Intanto, in attesa del voto di fiducia oggi sul decreto Aiuti a Montecitorio, e di quello sul provvedimento di lunedì, Conte ha guadagnato tempo.

Il governo Draghi va avanti in una navigazione complicata. Per esempio, al punto 8 del documento, si chiede «una efficace misura di definizione agevolata dei debiti iscritti a ruolo presso l’Agente per la Riscossione», per carità «non si chiede un condono, ma una agevolazione che conceda ai contribuenti termini più lunghi per pagare le sole imposte o i soli contributi». Ma è una richiesta del M5s da sempre.

Così come che il reddito di cittadinanza (punto 1) venga difeso quotidianamente dagli attacchi delle destre. E che il «salario minimo» (punto 2) sia sul tavolo con i sindacati, convocati il 12 luglio. Da mesi il ministro del Lavoro Andrea Orlando lavora a una mediazione che prevede l’applicazione dei «contratti migliori» di ogni settore, quelli sottoscritti da organizzazioni sindacali più rappresentative, all’intero settore. Sarebbe «incomprensibile» – l’aggettivo viene dal ministero del Lavoro – interrompere la strada di una riforma avviata.

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Fino al prossimo strappo

Conte è uscito «tranquillo» da palazzo, ma poi l’insorgenza grillina è ricominciata tale e quale al giorno prima. Dunque i ragionamenti fatti a palazzo Chigi non risolvono i problemi del governo, che dovrà continuare a contenere anche le «insorgenze» uguali e contrarie della Lega, oggi primo partito della maggioranza; e neanche i conflitti interni del M5s. L’autunno sarà complicato per la crisi, l’inflazione e per la temperatura interna delle due forze.

Allo strappo si è andati più vicini di quanto i media abbiano creduto. Ieri all’ora di pranzo nelle segreterie dei partiti della maggioranza la preoccupazione era reale e persino realistica. Il presidente dei Cinque stelle non ha bluffato negli scorsi giorni quando si è sfogato con gli (ex?) alleati giallorossi: è un ex premier, quindi un leader antropologicamente governista, ma ormai guida un movimento quasi svuotato di governisti. Ed è assediato da richieste di passare all’opposizione da parte di “portavoce” convinti che, con o senza M5s, il governo Draghi andrà avanti.

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Negli stessi minuti in cui Conte è davanti alla Colonna di Marco Aurelio, il ministro Dario Franceschini è a San Gimignano davanti a una folla di preoccupatissimi sindaci progressisti riuniti dall’associazione Ali, già Lega delle Autonomie. Alle domande (non) risponde così: «Spero solo che vada bene». Il sabato precedente a Cortona, all’assemblea della sua corrente Areadem, Franceschini ha riunito Conte, Roberto Speranza ed Enrico Letta. Uno dei presenti ha riferito una frase «off» del presidente M5s che suona più o meno così: «I miei mi assediano, come faccio a tenerli?». Li tiene, per ora, ma resistere in questa scomoda postura è una scommessa quotidiana.

Al Nazareno la guardia resta alta: «Serietà», è la parola d’ordine, «Stiamo mettendo un grande impegno nella mediazione affinché si trovi una soluzione con il M5s. Una crisi al buio, con previsioni di recessione da sventare, sarebbe una mannaia per il paese. Serve un governo forte che tenga alta l’asticella sui temi del lavoro e delle politiche sociali». È il governo Draghi, a cui Letta conferma la «piena fiducia». E insiste nell’avviso ai naviganti: «Per noi questo governo conclude la legislatura, non ci sono altre opzioni possibili». E poi c’è la “questioncina” dell’alleanza giallorossa a pezzi: «Quando si mettono in moto processi di lacerazione, ci può essere tutta la buona volontà del mondo ma rimettere insieme i cocci diventa complicato», secondo Orlando. Ma il tema non è più in cima alle preoccupazioni di Conte, ormai impegnato per la sua sopravvivenza, giorno dopo giorno.

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