Continua il suk dei partiti e degli ultimatum di Conte. Ma ci sono anche gli appelli di sindaci e studenti

Nel secondo giorno, su cinque disponibili, di tempi supplementari per evitare una crisi di governo disastrosa, Giuseppe Conte e i suoi fedelissimi sono indispettiti. Ebbene sì, proprio così: indispettiti. Come se non fossero loro i primi responsabili della “rottura del patto di fiducia che impedisce di andare avanti” che ha spinto il Presidente del consiglio a dare le dimissioni. Al momento respinte e congelate dal Capo dello Stato. Se ne riparla mercoledì quando Draghi andrà in aula a spiegare le ragioni del suo “non possumus”. Per come stanno andando le cose in queste ore, non è escluso che il premier una volta fatte le comunicazioni torni direttamente al Quirinale per assegnare dimissioni questa volta irrevocabili. Non aspetti cioè neppure il voto. A quel punto il Capo dello stato non avrebbe più argomenti nè spazio per chiedere ulteriore tempo di riflessione. Le date del probabile voto sono il 2 e il 9 ottobre. Il governo Draghi resterebbe in carica con pieni poteri, non sfiduciato, fino all’insediamento del nuovo governo e, a questo punto punto, della nuova legislatura. E’ possibile ritardare di qualche giorno il decreto di scioglimento proprio per dare la possibilità, ad un governo con pieni poteri, di approvare ad esempio il decreto atteso e indispensabile entro la fine di luglio per congelare aumenti di benzina e utenze. Un’altra ipotesi possibile è invece scioglimento immediato e un governo tecnico a guida ad esempio Daniele Franco in carica fino al voto per mandare avanti il più possibile i decreti attuativi e delegati legati al Pnrr e alle due leggi delega, concorrenza e fiscale.

Il dato di giornata è che i partiti, 5 Stelle più di tutti, non hanno assolutamente capito che il motivo per cui siamo a questo punto è esattamente il suk continuato e perenne su ogni provvedimento di cui sono stati protagonisti specie da gennaio in poi e che Draghi aveva chiesto in ogni lingua di mettere da parte perchè “il governo va avanti finchè lavora” e “non si può governare a forza di ultimatum”. Ecco, appunto, e cosa ha fatto ieri Giuseppe Conte? Un altro ultimatum. 

Una giornata di riunioni e dirette social

In una pausa serale da riunioni e confronti sul dà farsi, l’ex premier rompe gli indugi e i silenzi durati circa 48 ore e decide di mandare a Draghi non una richiesta di dialogo bensì l’ennesimo ultimatum a Mario Draghi: “O il Presidente del Consiglio dà risposte concrete, fattuali, ai nostri 9 punti oppure noi usciamo dal governo”. Anzi, meglio, “ci teniamo le mani libere di votare provvedimento per provvedimento quello che riteniamo utile ai cittadini”. Incredibile ma vero, Conte quando mancano tre giorni al “mercoledì della verità” è ancora convinto di avere in mano il boccino della partita e di perseguire il suo vero e anche antico – almeno da gennaio – progetto: portare il Movimento  all’opposizione e continuare da fuori a fare quello che ha sempre fatto nell’ultimo anno: logorare la premiership di Draghi.  “In fondo – banalizza Conte – il Presidente del consiglio non è stato sfiduciato dal Parlamento ed è un suo capriccio la scelta delle dimissioni”. 

E’ che ogni tanto, osservando e analizzando la scena politica italiana, occorre darsi tanti pizzicotti per capire se si è svegli o in preda ad un incubo. Le democrazie occidentali guardano con terrore all’uscita di scena di Draghi, le autarchie brindano alla caduta di un fiero atlantista ed europeista, e i 5 Stelle dettano condizioni. Lanciano ultimatum via social. Non tutti, però. Un gruppo di una cinquantina di parlamentari tra Camera e Senato è contrario alla linea del Consiglio nazionale e dell’ex premier. Gli stessi ministri sono sempre più perplessi. D’Incà, ad esempio, è terrorizzato. Ci sono tutti i presupposti di un nuova scissione. C’è da chiedersi cosa resterà poi alla fine del Movimento. “I pasdaran alla Di Battista e i rancorosi come Conte” sintetizza un deputato passato con il gruppo di Di Maio.

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E continuano distinguo e richieste dei partiti 

Draghi sta trascorrendo il week end nella  campagna umbra. Pochissimi, forse nessuno, riescono a parlarci. Mattarella gli ha chiesto di congelare le dimissioni e di parlamentarizzare la crisi. Il premier ha obbedito. Scettico, ma lo ha fatto. Ha dato cinque giorni di tempo per vedere se e come i partiti avrebbe reagito allo shock delle dimissioni. Ne sono già passati due ma i distinguo e gli ultimatum continuano. Al netto di Giorgia Meloni che dice “al voto al voto” ma non potrebbe fare diversamente e sotto sotto ne farebbe a meno anche lei perchè stare all’opposizione qualche altro mese rafforzerebbe la sua posizione nell’alleanza di centrodestra, tutti gli altri continuano a porre condizioni. Forza Italia e Lega insistono sul “Draghi bis senza i 5 Stelle”. Il Pd vuole Draghi a tutti i costi “con dentro i 5 Stelle” che però non ci pensano neppure. Almeno un bel pezzo. Italia viva ha già raccolto centomila firme per l’appello a Draghi, “resta”. Calenda, Toti, Più Europa, tutti per il proseguimento del governo Draghi. Anche con la nuova legislatura (ipotesi del terzo tipo di cui si parla in queste ore: “Al voto subito, non vince nessuno, nuovo governo di unità nazionale, Draghi premier”). La lista dei motivi è noto: si blocca il Pnrr, i decreti attuativi di riforme appena approvate, perdiamo la terza rata di finanziamenti (dicembre 2023), l’inflazione ci mangia vivi tra spread e borse, e chi va a mettere le mani sul dossier caro energia? Farlo con uno scostamento di bilancio, nuovo debito, che Salvini e Conte hanno il coraggio di chiedere anche in queste ore, vuol dire non aver capito la gravità del contesto.   

Conte e il nuovo ultimatum

In tutto questo Conte ha pensato di rompere il quasi silenzio in cui è piombato dalle dimissioni (respinte) di Draghi  con la solita diretta Facebook per dare un nuovo ultimatum al Presidente del Consiglio. Appunto, da non crederci.

Il succo è questo: o arrivano risposte chiare alle richieste avanzate dal Movimento nel documento consegnato al presidente del Consiglio dieci giorni fa e lo stesso premier offre garanzie affinchè la permanenza dei 5 stelle nel governo possa essere confermata, a partire dal rispetto che i pentastellati pretendono dagli altri partiti, o il Movimento 5 stelle manterrà le mani libre e appoggerà solo i provvedimenti condivisi e utili al Paese. Si torna al piano originale di Conte: appoggio esterno al governo Draghi, la legislatura prosegue e loro possono stare fuori a sparare addosso per risalire nei consensi. Tutti i 5 Stelle che vogliono andare all’opposizione sono sempre stati convinti che l’interruzione della legislatura sia solo un bluff, “e figurati se andiamo a votare”. Sette, otto mesi di indennità da parlamentare farebbero comodo a tutti.

Dopo riunioni fiume dei vertici pentastellati, assemblee dei deputati annunciate e poi annullate e una nuova riunione congiunta degli eletti M5s, dove ci sono anche molte voci critiche verso la linea fin qui tenuta dal Movimento (una quindicina quelle che hanno preso la parola in assemblea), Conte prova a ribaltare la situazione e gioca d’attacco: Draghi è avvisato. Del resto, osserva l’ex premier, la fiducia al governo non è venuta meno, anzi l’esecutivo gode ancora di una ampia maggioranza. E, per di più, nemmeno i 5 stelle hanno tolto il sostegno all’esecutivo, ma si sono limitati a non votare un provvedimento che contiene norme non in linea con i valori e i principi dei 5 stelle. Il che, tradotto, significa che è Draghi che sta facendo il Papeete, non Conte nè i 5 Stelle. E’ Draghi che ha “esagerato” dimettendosi mentre “noi 5 Stelle stiamo scomodi al goberno, ecco perchè ci vogliono buttare fuori”. Quando si dice stravolgere i fatti. E’ Draghi – spiega in sostanza Conte – “a non aver dato risposte concrete ai 9 punti contenuti nel documento consegnatogli a palazzo Chigi”. Ed è stato sempre Draghi a drammatizzare un “non voto” al Senato i cui motivi, e le cui valenze – nessun intento di sfiduciarlo – gli erano state “ampiamente spiegate”.  Loro confidavano che “potesse optare per un percorso diverso” rispetto alla scelta di dimettersi. “Prendiamo atto invece che la nostra linearità è stata intesa come elemento di rottura del patto di fiducia”. Adesso, “come facciamo noi, Draghi si assuma la responsabilità della sua decisione” scandisce il leader pentastellato. Il Movimento, a differenza “dei tanti che gli fanno pressione per restare, non tirerà Draghi per la giacchetta”. Ma spetta a lui “valutare se ci sono le condizioni per garantire al Movimento 5 stelle di poter svolgere la sua azione politica in un contesto di una maggioranza poco coesa”. Insomma, 5 Stelle umiliati e offesi adesso reagiscono e pretendono rispetto. Le dichiarazioni generiche non bastano più, dice Conte, “non è più tempo di dichiarazioni di intenti, è necessario definire una agenda di governo chiara e puntuale e un cronoprogramma specifico”.

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E tornano i 9 punti 

Il minimo sindacale, secondo Conte, è conferma totale del bonus 110% e del reddito di cittadinanza, ripristino del decreto dignità, salario minimo, taglio del cuneo, lavoratori poveri. Le prime due sono  misure ad alto potenziale di truffa – 110% e reddito – che Draghi critica e sta cercando di correggere per evitare  spreco di danaro pubblico. Al momento, solo per il Superbonus siamo nell’ordine di sei miliardi sprecati. Taglio del cuneo, salario minino, lavoratori poveri fanno parte di quella “agenda sociale” che è da tempo sul tavolo del governo e non certo come conseguenza della letterina di Conte.  Stupefacente la chiusa di Conte: “Senza risposte chiare e la garanzia sulle condizioni di rispetto verso il Movimento non potremo condividere una responsabilità diretta di governo e ci sentiremo liberi e sereni di votare quel che serve al paese di volta in volta, senza alcuna contropartita politica”. Cioè Conte indossa i panni del Capo dello Stato (nella sua mente accarezza anche questa possibilità) e risolve lui la crisi con un super tattico appoggio esterno. In tutto ciò i ministri magari restano al governo, così si evita anche la rogna di doverli spingere alle dimissioni che è da 72 ore l’altro tema dominante delle infine riunioni con D’Incà, Patuanelli e Dadone che alzano barricate. 

Le comunicazioni

Purtroppo il problema di questa legislatura è proprio il Parlamento eletto nel 2018 in un’altra Italia. Conte non si rende conto che non ha più il 33% dei consensi e che, quindi, non può in alcun modo dettare alcuna condizione.

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Nel fine settimana in campagna, Draghi osserva e prende appunti per le sue comunicazioni. Che dovrebbero essere molto dirette: “Cari tutti, la legislatura finisce comunque a marzo, nel frattempo io porto avanti alcuni dossier strategici per i sistema Paese e per il nostro posizionamento geopolitico. Voi fate pure la vostra campagna elettorale ma lasciate andare i dossier che ora vi elenco: Pnrr, Fiscale, Concorrenza, lotta alla povertà, legge di bilancio. Nei modi e nei tempi che il governo, dove voi siete tutti rappresentati, deciderà”. Punto. Dovrebbero scattare gli applausi e questa storia finisce qua.

Ma non andrà così. Perchè i partiti intendono proprio fare campagna elettorale su questi dossier dove corrono soldi.

“Se fosse per il Parlamento non aspetterà neppure il voto dell’aula e salirà al Colle” confida una fonte politica di palazzo Chigi. “Anche se non c’è dubbio che Draghi stia ascoltando in queste ore con molta attenzione tutti gli appelli, dalle cancellerie straniere agli studenti italiani in piazza passando per sindaci e presidenti di regione. Questi appelli peseranno molto sulla sua scelta. Ma tutto dipenderà dal Parlamento”.

L’appello di sindaci e studenti

Si chiama Manfredi Mumolo lo studente romano di 20 anni che ha lanciato la manifestazione “per Draghi per l’Italia e per l’Europa” lunedì alle 18.30 in piazza San Silvestro. L’appello comincia così: “Mario Draghi è un vanto italiano in Europa e nel mondo. La sua autorevolezza ha rappresentato in questi mesi una sicurezza e una garanzia di affidabilità per il nostro Paese. Il nostro governo ha cambiato passo…”. Il post di lancio sta diventando virale.     

I sindaci delle più grandi città – Sala, Nardella, Bucci, Lo Russo, Di Caro,  Gualtieri, Manfredi – stanno chiedendo a Draghi di restare per portare avanti i progetti del Pnrr che con fatica stanno muovendo i loro passi. Altrettanto i governatori, anche loro come i sindaci in prima fila nella realizzazione del Pnrr e terrorizzati all’idea di un autunno col virus in ripresa senza Draghi.

Così come il premier osserva con attenzione i movimenti interni tra 5 Stelle e Insieme per il futuro. In effetti, come dice Di Maio, il Movimento non c’è più ed è stato sostituito dal partito di Conte. 

Il “problema” è che neppure Draghi riesce a governare se intorno a sè c’è un suk continuato e perenne. Di cui sono responsabili i 5 Stelle ma non solo. Ecco perchè il premier può andare avanti solo con un governo di unità nazionale: per bilanciare spinte contrarie. Se ci fosse onestà e buona fede, dovrebbe essere questo il massimo riconoscimento del ruolo dei 5 Stelle.

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