Coronavirus. Responsabilità, amore, fraternità: sui vaccini le parole chiare del Papa

Responsabilità, amore, fraternità: sui vaccini le parole chiare del Papa

Etica, responsabilità, fraternità. Tre parole chiave in un discorso che riguarda l’intera famiglia umana. Tre linee guida di un progetto da realizzare partendo dal basso, dagli ultimi. Tre punti cardinali di un cammino in cui nessuno può essere lasciato indietro. Nei suoi numerosi interventi sui vaccini il Papa si è sempre rivolto al cuore delle persone, dai semplici fedeli agli organismi internazionali. Al centro la necessità, il dovere, di tutelare la salute, propria e degli altri, a cominciare da chi si trova maggiormente a rischio, per fragilità economica e sanitaria. Non si contano le volte nelle quali Francesco ha denunciato come la pandemia presenti il conto più salato proprio a chi si trovi già in condizioni svantaggiate, soprattutto nei Paesi dove la salute pubblica è un’utopia e la disponibilità di terapie efficaci poco meno di un’illusione.

Di qui l’invito e il richiamo alla solidarietà concreta, a rovesciare almeno per una volta gli equilibri sociali, mettendo al primo posto la persona e non i profitti economici. Tradotto in parole semplici, significa accesso universale ai vaccini, a tutt’oggi l’arma più efficace messa in campo per sconfiggere il Covid-19. Molto significativo in proposito il videomessaggio inviato l’8 maggio ai partecipanti al «Vax Live: The Concert To Reunite The World», concerto benefico online con star della musica e del cinema riuniti virtualmente a Los Angeles. Un discorso in cui il Papa ha in qualche modo sintetizzato gli elementi attorno a cui si articola la sua riflessione sulla lotta al coronavirus. Punto di partenza, la pandemia come metafora del morbo, del virus che avvelena il cuore dell’uomo: «C’è bisogno di luce e speranza – spiegò allora il Pontefice –. Abbiamo bisogno di cammini di guarigione e di salvezza. E mi riferisco a una guarigione alla radice, che curi la causa del male e non si limiti solo ai sintomi. In queste radici malate troviamo il virus dell’individualismo, che non ci rende più liberi né più uguali, né più fratelli, piuttosto ci trasforma in persone indifferenti alla sofferenza degli altri».

Un discorso “morale” giocato in parallelo all’approccio scientifico, in cui il Papa tra le altre varianti che aumentano il rischio dei contagi, ne individua una particolarmente grave, chiamando in causa il cosiddetto «nazionalismo chiuso, che impedisce un internazionalismo dei vaccini». Ma le aggravanti alla malattia non si fermano qui: un’altra è quella che porta a mettere «le leggi del mercato o di proprietà intellettuale al di sopra delle leggi dell’amore e della salute dell’umanità». Un’altra ancora è credere e fomentare «un’economia che permette a pochi molto ricchi di possedere più di tutto il resto dell’umanità e consente a modelli sbagliati di produzione e consumo di distruggere “la nostra casa comune”». “Patologie” tra loro collegate, il cui rimedio non può che venire da dentro di noi, dalla conversione a «uno spirito di giustizia che ci mobiliti per assicurare l’accesso universale al vaccino e la sospensione temporanea del diritto di proprietà intellettuale». Alla base naturalmente la fiducia nell’efficacia della cura e della prevenzione anti-Covid.

«Io credo – disse Bergoglio nel gennaio scorso a Fabio Marchese Ragona, vaticanista del Tg5 – che eticamente tutti debbano prendere il vaccino, è un’opzione etica, perché tu ti giochi la salute, la vita, ma ti giochi anche la vita di altri». Ancora più chiaro un passaggio dello stesso colloquio: «C’è un negazionismo suicida che io non saprei spiegare, ma oggi si deve prendere il vaccino. Non so perché qualcuno dica “no, il vaccino è pericoloso”. Se te lo presentano i medici come una cosa che può andare bene, che non ha dei pericoli speciali, perché non prenderlo?».

Scienza e fede alleate dunque nel rispetto dei reciproci ambiti, che riguardano l’una la salute fisica, l’altra anche il benessere o, meglio, la crescita spirituale. Meta realizzabile solo nel rapporto con gli altri, nella condivisione che diventa mattone per costruire una vita comunitaria in cui nessuno venga dimenticato. «Fraternità e speranza sono come medicine di cui oggi il mondo ha bisogno, al pari dei vaccini», ha sottolineato il Papa l’8 febbraio 2021 nel discorso al Corpo diplomatico, evidenziando come la pandemia ci abbia messi di fronte ai tanti volti di una crisi di sistema che è insieme sanitaria, ambientale, economica e sociale, politica, e dei rapporti umani. Significa che non può essere la logica del profitto a guidare l’approccio terapeutico al coronavirus e che la vera sfida da vincere è quella del prendersi cura dell’altro, farsi carico dei suoi problemi, preoccuparsi del suo domani.
E allora vaccinarsi non è più solo un “dovere sanitario” ma qualcosa di molto più grande.

«È un atto d’amore – ha detto Francesco il 18 agosto nel videomessaggio alle popolazioni dell’America Latina –. E contribuire a far sì che la maggior parte della gente si vaccini è un atto di amore. Amore per se stessi, amore per familiari e amici, amore per tutti i popoli». Un’immagine che da sola abbraccia le tre linee guida, le tre chiavi del cammino verso la guarigione. Etica, responsabilità, fraternità si riassumono in un’unica parola: amore. È l’amore il punto di partenza. È l’amore la meta. È l’amore il clima che deve accompagnare il viaggio.

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