Così la disinformazione russa viene alimentata dai putiniani a loro insaputa

Franco Gabrielli, in conferenza stampa, ha reso noto che esiste da tempo un’opera di monitoraggio sulla disinformazione i cui esiti vengono periodicamente raccolti e pubblicati in un Bollettino che «compendia l’attività di uno specifico tavolo creato nel 2019, coordinato dal Dis (Dipartimento delle informazioni per la sicurezza, ndr)». Pertanto nessun dossieraggio; nessuna lista di proscrizione. A me, però, è rimasta l’impressione che il sottosegretario abbia voluto ricondurre a normale routine l’azione di monitoraggio, allo scopo di ridimensionare, nell’opinione pubblica, la gravità del fenomeno disinformazione.

Negli Stati Uniti le operazioni informative di Vladimir Putin sono state prese sul serio. Il Congresso ha impiegato tre anni di indagini, ha pubblicato un rapporto di mille pagine con la seguente conclusione: nel 2016 ci fu una grande rete di contatti tra la Russia di Putin e diversi consiglieri della campagna elettorale di Donald Trump per interferire sulle elezioni presidenziali a favore di Trump. 

Il rapporto della commissione Intelligence del Senato (dove il partito repubblicano aveva la maggioranza) conferì un imprimatur bipartisan ai sospetti che da tre anni hanno assediato la Casa Bianca: il cosiddetto Russiagate non fu un’invenzione dei media ma una precisa strategia coordinata dal Cremlino che cercò di influenzare il risultato elettorale a favore di Donald Trump «quando possibile screditando» la sfidante democratica Hillary Clinton e «contrastando pubblicamente lei a favore di lui».

Nelle elezioni del 2021, invece, uno degli elementi chiave della strategia di Mosca è stato quello di sfruttare persone legate all’intelligence russa per diffondere accuse infondate (per colpire l’opinione pubblica americana) contro il presidente Biden attraverso media, funzionari e personalità di spicco americani, alcuni dei quali, come già anticipato, molto vicini al presidente Donald Trump e alla sua amministrazione.

Se si approfondiscono meglio le modalità della attività di influenza informatica, ci si imbatte in uno stillicidio di fake news che viaggiano sui social allo scopo di raggiungere il maggior numero di persone possibile, per fare di loro degli ulteriori diffusori, ciascuno nel suo ambito; e, quando vi siano le condizioni, di influire sui media soprattutto televisivi. Non è però una storia solo americana.

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A oggi, il team di NewsGuard ha identificato e sta monitorando 229 domini – alcuni dei quali hanno già dato spazio in passato a propaganda e disinformazione filo-russe – che hanno pubblicato informazioni false sul conflitto tra Russia e Ucraina. Ben 25 trasmettono in lingua italiana. 

Da noi la rivista Affari Internazionali (dell’autorevole IAI) ha affrontato compiutamente i tre livelli operativi della propaganda russa: uno tattico per confondere le unità nemiche e guadagnare l’iniziativa militare; uno operativo e strategico per ammorbidire le popolazioni dei Paesi in cui l’esercito russo opera e minimizzarne la volontà di resistenza; e infine uno politico e strategico a lungo termine per influenzare le élites di un Paese terzo.

La guerra in Ucraina dimostra – secondo l’articolo – quanto queste tre dimensioni siano fra loro complementari e contribuiscano ad amplificare gli effetti delle decisioni politiche e militari assunte da Mosca. L’obiettivo di tali azioni è quello di infittire la nebbia di guerra, seminando dubbi sugli eventi al fronte e indebolendo la posizione di chi sostiene il diritto di Kyiv di difendersi da un esercito colpevole di crimini di guerra. 

A partire dal 24 febbraio 2022, la Russia ha provato effettivamente a raccogliere i frutti di quanto seminato nel corso degli ultimi dieci anni. In Italia tale campagna ha sfruttato in primis la spontanea prossimità delle élites del paese alle posizioni del Cremlino. 

Già nel 2019, venne osservato che, a prescindere dal loro colore politico, tutti i governi hanno favorito un dialogo incondizionato con la Russia. Il contesto politico italiano ha in ogni caso fornito alla dialettica russa un terreno fertile. 

Dopo il 2014-2015, il senso di subalternità politica a Berlino e Parigi è stato cavalcato mediante la diffusione di fake news riguardanti gli effetti delle sanzioni sull’economia italiana, prestando in tal modo argomenti per chi – a Roma – ha sempre favorito uno stretto rapporto commerciale con Mosca. Contribuendo a deviare l’attenzione del pubblico dall’aggressione russa verso dibattiti come quello sull’ipotetica co-belligeranza della Nato, Mosca cerca di sfruttare tendenze pregresse proprie del panorama dell’opinione pubblica italiana per indebolire la posizione politica di Roma e seminare zizzania nella comunità euroatlantica.

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Un vantaggio della propaganda indirizzata alle élite – spesso supportata da viaggi pagati nella Crimea occupata, facilitazioni agli investimenti, interviste esclusive o trattamenti di favore – risiede nel fatto che gli individui coinvolti agiscono da moltiplicatori di influenza, portando le narrazioni approvate dal Cremlino a diversi pubblici già da loro fidelizzati. Ciò permette di subappaltare de facto la parte più difficile delle operazioni propagandistiche, ovvero l’ancoraggio del proprio messaggio a specifiche situazioni politiche e la conversione di tali operazioni informative rivolte alle élite in una propaganda fruibile dall’intera popolazione.

In Italia, l’apice di questo approccio – secondo la rivista – è stata la missione delle forze armate russe nella zona di Bergamo durante le prime fasi della pandemia, missione che, nonostante il modesto contributo nella lotta al virus da Covid-19, ha dato lustro alla Russia e alla sua virus diplomacy.

Secondo Affari internazionali tuttavia la strategia russa rivolta ai leader d’opinione italiani sembra aver avuto un impatto limitato a fronte di una classe dirigente italiana mostratasi (grazie al governo Draghi) meno ricettiva, perché la propaganda e la disinformazione sono efficaci solo se il contesto politico lo permette. Ma proprio questo è il punto. 

La domanda che si pone la rivista è se abbia senso percepire come un successo russo attitudini politiche che sembrano piuttosto il portato di processi e percezioni tutti interni all’Italia e che trovano nella propaganda russa solo una propria espressione. Quest’ultima considerazione, ad avviso di chi scrive, costituisce la pietra d’angolo del dossier Ucraina. 

In sostanza, la disinformazione in certi ambienti viene prodotta in proprio; anzi – mi sentirei di aggiungere – capita che siano gli amici di Putin a loro insaputa a imbeccare la propaganda del Cremlino. Un caso per tutti: la versione di Sergei Lavrov a proposito della cosiddetta messa in scena sulla strage di Bucha, ha il copyright di un ex corrispondente di guerra italiano, la cui ricostruzione è stata diffusa dai nostri talk show, praticamente senza contraddittorio con i corrispondenti che si trovavano sul posto. 

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L’area filo-russa si interseca – fino a giustapporsi in taluni casi – con quella collaudata dei no vax, tuttora operativa. Questo movimento si è dotato di una vera e propria piattaforma molto attiva e presente di controinformazione, ha fondato una casa editrice che pubblica gli scritti dei santoni antivaccino, promuove iniziative che hanno parecchio influenzato l’opinione pubblica, giocando su più livelli di narrazione: quella popolare/politica attinente alle congiure dei poteri forti, al profitto di Big Pharma, al grande reset tramite iniezione, quella pseudo scientifica sugli effetti collaterali e/o sulle terapie alternative. 

Tutto ciò premesso – anche nella prospettiva di una nuova guerra fredda – dovrebbe essere di conforto sapere che i servizi stanno vigilando. 

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