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Cronaca

«Così studiamo l’uomo e il clima nel rifugio più alto d’Europa»

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«Innanzi a questa grandezza di ghiacciai tace il dubbio misero, e la Fede si alza forte e vivace insino a Dio!». A incidere queste parole su una tavoletta di legno, servendosi di una punta arroventata, fu nientemeno che la Regina Margherita. Era l’agosto del 1893 e l’augusta sovrana era salita fino ai 4.554 metri della Punta Gnifetti, una delle più alte del Monte Rosa, per inaugurare una vera meraviglia da esposizione universale: il rifugio più alto d’Europa, che avrebbe recato il suo nome.

Più volte rinnovata e ampliata, con un mese di eventi promossi dalla sezione del Club Alpino Italiano di Varallo Sesia, cui il Cai centrale ha affidato la gestione della struttura, la vertiginosa capanna–osservatorio festeggia in questi giorni i 40 anni della sua più recente ristrutturazione. Oggi la Margherita, che è aperta con servizio alberghiero per tutta l’estate, è una monumentale costruzione in legno di tre piani, coibentata con lana di vetro e rivestita di rame. Sotto i piedi di chi si affacci ai suoi scenografici balconi, duemila metri di vuoto e intorno tutti i giganti della catena alpina. Ma all’interno dispone di 70 posti letto e di un centinaio di posti a tavola.

«Così studiamo l’uomo e il clima nel rifugio più alto d’Europa»

Arrivare quassù è un’ascensione di cinque ore, legati in cordata su ghiacciai molto crepacciati. Ma trascorrere una notte alla Margherita è un’esperienza indimenticabile. In una nottata di luglio vidi il tappeto lucente della pianura padana ricoprirsi lentamente di nubi e poi un temporale accendersi di bagliori, mentre in alto scintillavano infinite le stelle. L’aria rarefatta non rende facile il soggiorno e anche i custodi devono alternarsi periodicamente per tutelarsi da un eccessivo aumento dei globuli rossi.

Fino dall’Ottocento la Margherita è stata un laboratorio scientifico di prim’ordine, riconosciuta fra l’altro dal Consiglio internazionale delle accademie di Londra e dall’Accademia delle scienze di Washington. Il nome della Margherita richiama immediatamente quello di Angelo Mosso, il pioniere della fisiologia moderna d’alta montagna: fondamentale il suo Fisiologia dell’uomo sulle Alpi, scritto avendo come cavie dieci alpini agli ordini di un medico militare.

«Così studiamo l’uomo e il clima nel rifugio più alto d’Europa»

«Per vent’anni i fisiologi svizzeri hanno svolto qui ricerche sul mal di montagna» spiega Annalisa Cogo, docente di Pneumologia, che ha spesso lavorato alla capanna. «Ma a partire dagli anni Ottanta la Commissione medica del Cai e diverse università, da Torino a Milano, da Heidelberg a Tübingen, da Colonia a Londra, si sono avvicendate in questi locali. Per studiare i meccanismi respiratori, vascolari, metabolici e renali alla base dell’acclimatazione, ma anche per estrarre carote di ghiaccio che ci danno preziose informazioni sulle variazioni climatiche, o per analizzare il trasporto degli inquinanti».

«Anche se sei un ricercatore e hai ben chiaro cosa accade a 4.500 metri — ricorda Annalisa Cogo — qui alla Margherita ti dimentichi dove sei e magari sali le scale di corsa per recuperare un documento. Ma subito ti ritrovi senza fiato e devi applicare le tecniche che insegni ai pazienti: respiro lento, labbra socchiuse, uso del diaframma. Poi dai uno sguardo al saturimetro e scopri che hai dei valori che ti allarmerebbero immediatamente su un paziente al livello del mare. Ma ti dici: sono alla Margherita».

30 agosto 2020 (modifica il 30 agosto 2020 | 21:06)

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