Cresce il dissenso dei docenti sul Green Pass. Ma anche la minaccia di purghe

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In vista della ripresa delle lezioni nelle scuole e nelle università, c’è aria di epurazione. Il Green Pass è stato reso obbligatorio per i docenti e per il personale, nelle università anche per gli studenti. Non tutti i professori ci stanno, come gli oltre 800 docenti (fra cui il famoso storico Alessandro Barbero) che hanno firmato un appello contro una norma discriminatoria. Ma il mondo dei media si è messo in moto per attaccarli. E anche il presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane dichiara che l’università “sta a fianco del governo”. Carlo Lottieri, uno dei firmatari, spiega alla Bussola il perché di una protesta pacifica contro una norma ingiusta e anche diseducativa, perché contraria allo spirito dell’università.

In vista della ripresa delle lezioni nelle scuole e nelle università, c’è aria di epurazione. Il Green Pass è stato reso obbligatorio per i docenti e per il personale, nelle università anche per gli studenti. In certe università particolarmente zelanti anche per gli esami a distanza (come a Trieste). Non tutti i professori ci stanno. In un appello, ora firmato da oltre 800 docenti, si chiede di non imporre una norma che discriminerebbe cittadini di serie A da quelli di serie B. Ma contro di loro, così come a suo tempo contro l’intervento dei filosofi Cacciari e Agamben, si sta scatenando una campagna stampa dai toni sempre più minacciosi. E anche molti mostri sacri, come Alessandro Barbero, ne sono investiti. Ci si fermerà alla campagna stampa?

Nell’appello dei professori contrari all’obbligo di Green Pass, non si trova alcuna posizione no-vax. «Molti tra noi hanno liberamente scelto di sottoporsi alla vaccinazione anti-Covid-19, convinti della sua sicurezza ed efficacia». Lo scopo della protesta degli intellettuali è infatti un altro: «Tutti noi, però, reputiamo ingiusta e illegittima la discriminazione introdotta ai danni di una minoranza, in quanto in contrasto con i dettami della Costituzione (art. 32: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”) e con quanto stabilito dal Regolamento UE 953/2021, che chiarisce che “è necessario evitare la discriminazione diretta o indiretta di persone che non sono state vaccinate” per diversi motivi o “che hanno scelto di non essere vaccinate”».

Contro i professori si sono però mossi subito i grandi media. Prima con toni canzonatori: Gramellini, nel suo consueto “caffè” del Corriere della Sera ha preso di mira lo storico Alessandro Barbero nel suo corsivo Le invasioni barberiche. Subito dopo Aldo Grasso, critico televisivo sempre del Corriere della Sera, ha scritto un articolo solo per dirci che gli era “crollato un mito”, quello del professor Barbero. Fra le ragioni del crollo c’è anche il dibattito sulle foibe (Barbero considera che l’istituzione del Giorno del Ricordo sia una mossa politico-ideologica e sostanzialmente anti-storica), ma non è un caso che il pezzo di condanna sia uscito solo dopo la firma del manifesto contro il Green Pass. La vera ragione, per Grasso e per molti seguaci, della fine del mito Barbero. Dalla irrisione si passa in breve alle minacce con un pezzo di Stefano Feltri, su Il Domani in cui si invita a boicottare “gli evasori vaccinali”: «Studenti e professori vaccinati dovrebbero rifiutarsi di collaborare con chi, per un capriccio antiscientifico, vuole esporli al rischio di contrarre la peste della nostra epoca. Studenti e docenti dovrebbero rifiutarsi di avere a che fare con docenti e colleghi senza Green Pass. Chi si indigna per le posizioni di Barbero, o di Massimo Cacciari può smettere di comprare i loro libri».

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Poi seguono le lezioni, ai professori, come è il caso di Carlo Nordio, ex magistrato, che esordisce nel suo editoriale su Il Messaggero, così: «Tutti conoscono la storia di Apelle e del suo monito Ne ultra crepidam sutor! Un ciabattino (sutor, appunto) osservando un personaggio dipinto dall’artista, aveva notato un difetto nella riproduzione di un sandalo e l’aveva fatto presente all’autore. Con la modestia del saggio, Apelle corresse il particolare nel senso indicatogli. Inorgoglito dal successo, il calzolaio cominciò a criticare anche il ginocchio. Al che il Maestro, tra lo stizzito e il bonario, lo ammonì nel modo di cui sopra: “Non andare oltre il sandalo, ciabattino!”». L’intento della metafora è chiaro e il resto dell’articolo lo dimostra. Il senso è: non disturbare il manovratore. Il manovratore non è soltanto il politico, che magari non ha neppure un diploma di maturità, ma la “scienza”, che deve dare indicazioni su cosa fare al politico e la “legge”, a partire dalla Costituzione. Per Nordio la contestazione di chi ritiene che il green pass sia incostituzionale e discriminatorio, non ha sostanzialmente capito nulla: «Quanto all’aspetto discriminatorio, non possiamo che ricordare quanto detto dal Presidente Mattarella, dal premier Draghi e persino dal Sommo Pontefice: qui non si tratta di limitare le nostre libertà, ma di tutelare il diritto collettivo alla salute contro il pericolo del contagio».

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Il professor Carlo Lottieri, uno dei firmatari dell’appello, docente di Filosofia del Diritto all’Università di Verona, risponde punto per punto all’argomento di Nordio: «Il nostro appello è contro il ricatto della tessera verde, senza la quale la vita diventa oggettivamente difficile – scrive il filosofo su Il Gazzettino del 12 settembre – ma è anche in difesa di quanto c’è al cuore dell’università: la libertà di ricerca e la missione di educare le giovani generazioni. Se in pochissimi giorni abbiamo superato le settecento sottoscrizioni (ora sono più di ottocento, ndr) è perché chi lavora in università non può credere alla scienza come a un pacchetto predefinito di dogmi».

L’argomento della salute collettiva è spiegato spesso con la frase “la tua libertà si ferma dove inizia la mia”, una delle più citate (attribuita a Voltaire) e usata per tappare la bocca a chiunque rivendichi la libertà di non vaccinarsi, o semplicemente si opponga all’obbligo di Green Pass. «Anche mettere a rischio la vita degli altri è, in senso lato, un comportamento aggressivo –spiega alla Nuova Bussola Quotidiana Carlo Lottieri,– Ma cosa vuol dire mettere a rischio la vita degli altri? Due elementi: a) un danno possibile elevato e b) un’alta probabilità che questo avvenga. Un aereo che vola sopra le nostre case, ad esempio, ha uno dei due requisiti: il danno possibile è molto elevato, se precipita. Ma la probabilità è molto bassa, dunque nessuno pensa di vietare il passaggio degli aerei. Il che non vuol dire che non sia possibile: ogni tanto gli aerei cadono. La domanda è: una persona non vaccinata, davvero uccide chi incontra? Prendiamo ad esempio la frase più citata di Draghi: chi invita a non vaccinarsi, invita a morire. Il semplice fatto di non essere vaccinato non è una condanna a morte del prossimo. Prima di tutto perché ci sono molti altri metodi per evitare il contagio, come abbiamo visto in un anno prima che il vaccino venisse distribuito. Inoltre il vaccinato stesso può contagiare ancora. E se anche ti infettassi, non è detto che tu muoia. Non credo assolutamente che una persona non vaccinata sia un criminale che mette a rischio la vita altrui». Il problema di questo dibattito è anche e soprattutto: «…che si dà per scontato che il vaccino sia l’unica soluzione. È anch’esso una soluzione, ma non l’unica. Un’altra soluzione è evitare assembramenti, come far funzionare meglio i trasporti ed evitare affollamento nelle scuole. Ma soprattutto si sta trascurando la medicina di base, che andrebbe rafforzata. E se ne parla pochissimo. Per motivi politici, si è preferito concentrare tutta l’attenzione sul vaccino».

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Per Carlo Lottieri, come per altri docenti firmatari, l’università deve continuare ad essere «un luogo plurale e capace di rafforzare lo spirito critico, per chiedere il rispetto di ogni minoranza, per evitare che il governo Draghi trascini l’intera società in una contrapposizione tra “buoni e saggi” in lotta contro i “cattivi e ignoranti”». Il rischio è anche educativo: «Con l’introduzione dell’obbligo di Green Pass si creano meccanismi diseducativi. Conosco giovani che non avrebbero voluto vaccinarsi, ma che alla fine hanno chinato il capo per avere una vita quasi normale. Sono stati spinti ad essere passivi, obbedienti, conformisti: ad essere morbida cera nelle mani di chi comanda. Non è questo però il ruolo dell’università che deve invece formare una classe dirigente di persone, non solo competenti, ma anche originali e coraggiose».

Ma i rettori potrebbero non essere d’accordo. L’Università di Verona, in cui insegna, è la stessa che ha allontanato il professor Paolo Bellavite, per due minuti di intervista in una trasmissione televisiva di La7. Ed è lo stesso presidente della Conferenza dei Rettori delle Università italiane, Ferruccio Resta che, a nome di tutti, dichiara: «L’università sulla salute non negozia. L’università non ha mai ingaggiato trattative con lo stato. L’università sta con il green pass». La dichiarazione si conclude con: «L’università sta a fianco del governo (corsivo nostro, ndr) che ha emanato un decreto doveroso, scientifico, serio. Nessun cedimento, nessun passo indietro. Nessuno».

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