Crisi di governo, Conte: “Insultati e disprezzati era impossibile proseguire”

In mattinata la tentazione della fiducia, poi arriva lo strappo. Gli affondi del premier ricompattano il M5S, scissione congelata

Giuseppe Conte, a fine giornata, appare soddisfatto: «Oggi i cittadini hanno capito perché eravamo a disagio in questo governo», dice ai cronisti. È convinto che le parole scagliate da Mario Draghi contro il superbonus e il reddito di cittadinanza, provocando lo strappo definitivo, faranno sbiadire la memoria di come è iniziata questa crisi: con i bizantinismi dietro cui si sono nascosti i Cinque stelle per non votare la fiducia al governo sul decreto Aiuti. Adesso invece, per il leader M5S, resta solo «l’atteggiamento sprezzante del premier Draghi», oltre agli «insulti del centrodestra e alla deliberata volontà di cacciarci dalla maggioranza».

Di fronte a tutto questo, il partito si è persino ricompattato. Le voci di una scissione imminente si affievoliscono. Davide Crippa, che doveva guidare il nuovo esodo, esce da palazzo Madama con il morale a terra. Si era detto convinto di votare la fiducia se da Draghi fossero arrivate risposte convincenti sulle questioni sociali poste da Conte, ma come dice il leader alle telecamere che lo attendono sulla soglia del Senato, «tutte le misure che avevamo messo in campo sono state criticate, disprezzate, e siamo diventati bersaglio di un attacco politico che nulla aveva a che fare con le emergenze del Paese. Siamo stati messi alla porta. Non c’erano le condizioni per proseguire». Qualche voto di fiducia a Draghi, oggi alla Camera, potrebbe arrivare, ma il drappello di 20 deputati «governisti» si è svuotato.

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Per un momento, però, anche in Conte c’è stata la tentazione di votare la fiducia. In mattinata erano state recapitate al leader M5S rassicurazioni su possibili aperture di Draghi alle sue richieste. Conte arriva in Senato alle 9, con tutti i suoi dubbi, e si chiude nell’ufficio della capogruppo Mariolina Castellone per fare una «analisi del testo» del discorso di apertura del premier. Da quel momento inizia l’ennesima riunione fiume a cui partecipa un po’ chiunque. Ci sono Crippa e Castellone, alcuni deputati in gita, ogni tanto arriva un ministro, i senatori abbondano, spuntano anche i vicepresidenti. Insomma, chi passa da quelle parti entra e, se vuole, dice la sua. «Sembra di stare alla riunione fricchettona di un centro sociale», commenta con un sorriso un senatore grillino. Ma a Conte serve anche questo per non sentirsi isolato nel momento della scelta.

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Dal Pd e da Leu tentano per tutto il giorno di convincerlo a votare la fiducia. A metà pomeriggio il ministro per i Rapporti con il Parlamento Federico D’Incà porta sottobraccio il dem Dario Franceschini fin nella sala riunioni dei Cinque stelle. Poco dopo li raggiungeranno anche Conte, Roberto Speranza ed Enrico Letta, ma tutto naufraga nel momento in cui arriva la replica del premier. «Draghi non sta offendendo la mia dignità personale, ma quella del M5S, e io questo non posso permetterglielo», dice lapidario Conte ai pontieri. Quando però i Cinque stelle decidono di non partecipare al voto di fiducia, tenendo di fatto in vita l’esecutivo, i pontieri dem riprendono le telefonate di convincimento notturne. Si vorrebbe tentare alla Cameraun’operazione di salvataggio disperata, ma dal Movimento, quando si è ormai vicini alla mezzanotte, continuano a puntare i piedi: «Non parteciperemo al voto neanche a Montecitorio»

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