Crisi M5s, “cade il governo?”. La sentenza di Matteo Renzi sul processo a Di Maio: “Hanno paura di andare a casa”

Christian Campigli

La paura fa novanta. Il sentimento più intenso, più difficile da controllare rischia di costringere i parlamentari dei Cinque Stelle a doversi sopportare ancora per almeno sei mesi. Ne è convinto Matteo Renzi, che ha commentato, col solito sarcasmo, la presunta spaccatura all’interno dei grillini. “È solo una piccola questione di potere che non serve al Paese, parlano del secondo mandato, ad esempio, mentre siamo di fronte a guerra e carestia”. Così il nativo di Rignano, ospite questa mattina di Rtl 102.5. “Succederà qualcosa al governo? No, hanno paura di andare a casa, e gli tocca poi chiedere il reddito di cittadinanza”.

Una tesi che, a microfoni spenti e lontani da occhi indiscreti, sono numerosi gli esponenti della maggioranza, dem in primis, a sostenere. Due gli aspetti che, ad oggi, appaiono chiari e lampanti. Il primo riguarda la riforma, voluta proprio dai Cinque Stelle, che taglierà, di netto, il numero di deputati e senatori. Se a questo vi si aggiunge che, da un incredibile 33%, il movimento fondato da Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio potrebbe non arrivare nemmeno al 10%, è facile comprendere quanti parlamentari dovranno tornare alle loro vite comuni. Senza politica. Una seconda angolazione per analizzare il momento è rappresentata dalle tre linee politiche, molto diverse tra loro, che si fronteggiano all’interno del partito trionfatore alle elezioni del 2018.

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Un primo gruppo fa capo a Giuseppe Conte, convinto dell’alleanza con il Pd, ma, al tempo stesso, pronto a fare cadere il governo Draghi sull’invio di nuove armi in Ucraina. Vi è inoltre la visione ideologica più vicina al Ministro degli Esteri, Luigi Di Maio. Formata da quei deputati che vorrebbero ricandidarsi anche oltre il secondo mandato. Governisti, che guardano al centro, ma son pronti ad ogni tipo di alleanze. Infine, la corrente “movimentista”, guidata dal Che Guevara di Roma Nord, Alessandro Di Battista. Uno scontro totale, sistematico e non solo di facciata. Approcci alla politica diversi anni luce tra loro. Che rischiano di creare, all’interno dell’esecutivo, tensioni pressoché quotidiane.  Una rottura che porterà alle elezioni anticipate di settembre o, ob torto collo, li terrà uniti in nome di un sostanzioso assegno da dodicimila euro al mese? 

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