Crisi M5S, i Cinquestelle sono alla fine ma il populismo sopravvivrà


Riccardo Mazzoni

Il tramonto del grillismo, che sembra ormai avere tratti irreversibili, non coinciderà con la fine della stagione populista, un fenomeno radicato in tutto l’Occidente, tanto che il suo massimo tribuno, Donald Trump, riuscì a conquistare la Casa Bianca e rischia perfino di tornarci. Venti anni di crisi a catena (finanziaria, immobiliare, pandemica, ora anche bellica) hanno impoverito il ceto medio, asse portante di ogni sistema democratico, allargando così pericolosamente l’area del malessere sociale.

In Italia, l’ascesa del Movimento 5 Stelle ha avuto una doppia matrice: il vincolo esterno del Patto di stabilità, che ha privato la politica tradizionale degli strumenti clientelari divenuti nel tempo una stabile sovrastruttura del welfare. Grillo ha furbescamente intercettato questo disagio, spargendo l’illusione che cacciando i ladri dal Palazzo ci sarebbero state risorse da distribuire per tutti, e quindi avanti col reddito di cittadinanza e la decrescita felice fino all’utopia del reddito universale.

Un italiano su tre è salito su questo treno dei sogni finito inevitabilmente sul binario morto della demagogia e dell’incompetenza, ma bisogna avere l’onestà intellettuale di ammettere che la ricerca del consenso per via populista non è stata una prerogativa solo del grillismo, ma una costante della politica italiana nella seconda Repubblica. Berlusconi vinse le elezioni grazie alla solida credibilità che si era conquistato come grande imprenditore, ma anche per la sua dichiarata volontà di cacciare per sempre «i professionisti della politica», e non era forse questo protopopulismo? Così come Renzi, nella sua formidabile parabola ascendente, si fece spazio nel Pd come rottamatore della nomenclatura sopravvissuta al Pci, proponendo non solo un ricambio generazionale, ma anche un modello leaderistico che qualche tratto populista indubbiamente lo aveva.

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E deve far riflettere il fatto che il declino renziano sia coinciso proprio con le riforme del suo governo culminate nel ridisegno delle istituzioni: è stato cacciato a furor di popolo, perché in questo Paese il populismo paga, il riformismo no. Quindi non ci illudiamo: nonostante il fallimento conclamato dei Cinque Stelle, l’humus sociale resta fertile per qualche altro pifferaio capace, con altri simboli e in altre forme, di vendere fumo a chi ha maturato un’avversione irreversibile per la politica tradizionale e diserta sistematicamente le urne.

La crisi di governo in atto, nata con il niet di Conte al termovalorizzatore di Roma, è solo una delle tante spie del dilagante luddismo barricato nella trincea del no a tutto, si tratti dell’Alta Velocità, del gasdotto pugliese, delle trivelle in mare o del nucleare, e sarebbe riduttivo circoscrivere questo fenomeno alla ridotta grillina. D

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raghi si è dimesso per non finire nella palude dei veti incrociati, perché ogni partito di maggioranza ha un referente da preservare nell’Italia delle corporazioni e del «mai nel mio giardino», e in queste condizioni riforme come quella della concorrenza, che tocca corde elettorali troppo sensibili, finirebbero per derubricare la loro portata liberale. Nessuno dunque, anche se con diversi gradi di responsabilità, può dirsi immune dalla tendenza a privilegiare, alla prova dei fatti, il proprio orticello rispetto al bene comune. Se Giolitti un secolo fa diceva che governare gli italiani «non è difficile, è inutile», oggi non cambierebbe certo idea. La prova? Al primo punto dell’agenda nazionale c’è la questione dell’energia, con il rischio di dover presto affrontare misure d’austerity mai viste negli ultimi cinquant’ anni: se Putin deciderà di tagliare in toto le forniture di gas, un lockdown energetico sarà inevitabile. Non a caso Draghi con sei ministri ieri è volato in Algeria nel tentativo di limitare i danni.

Ebbene, a fronte di questa emergenza, e mentre si mette giustamente all’indice Conte per il veto ideologico sul termovalorizzatore romano, a Piombino si è ricomposta un’unità nazionale di segno opposto per protestare contro la nave rigassificatrice che il governo ha deciso di ormeggiare nel porto per i prossimi tre anni. Populismo e anti-populismo uniti nella lotta, perché nella notte dei localismi e delle rivendicazioni corporative tutti i gatti diventano sempre grigi.

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