Da ‘soldato’ di Cosa nostra a pentito in appena 8 mesi: ecco chi è il nuovo collaboratore di giustizia

Da “soldato” di Cosa nostra a “pentito” in appena otto mesi e senza essere stato neppure mai arrestato. E’ la parabola – senza precedenti – di Filippo Di Marco, l’ultimo collabortatore di giustizia che ha dato un contributo all’inchiesta “Vento”, che ha smantellato il clan di Porta Nuova e che è scattata in seguito all’omicidio di Giuseppe Incontrera, ucciso a colpi di pistola il 30 giugno alla Zisa. Una parabola che dà l’idea di come sia ridotta Cosa nostra, costretta ad affidarsi anche a personaggi di bassissima caratura criminale, che non solo mollano in pochi mesi, ma si presentano poi da soli e spontaneamente alle forze dell’ordine e rivelano senza alcun problema quel (poco) che sanno.

“Quanti ne arrestano, impressionante…”

A dare la misura delle difficoltà delle cosche, come emerge dall’inchiesta dei carabinieri, coordinata dal procuratore aggiunto Paolo Guido e dai sostituti Giovanni Antoci, Luisa Bettiol e Gasapare Spedale, è un’intercettazione in cui Giuseppe Giunta diceva proprio a Giuseppe Incontrera: “Noialtri, siamo rimasti noi e lui (cioè Giuseppe Di Giovanni, ndr)… Vero che quanti ne arrestano, impressionante…”. E gli arresti continui tolgono “personale” a Cosa nostra, costretta quindi – anche per colpa della “Cittadinanza”, come sosteneva Incontrera in un’altra conversazione, riferendosi al reddito di cittadinanza che avrebbe creato difficoltà a trovare manovalanza – a ripiegare un po’ su chi capita.

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La “militanza” di appena 8 mesi

Di Marco appartiene proprio a questa categoria: è stato “soldato” della famiglia di Borgo Vecchio per pochissimo tempo tra il 2020 ed il 2021 e poi, senza che nessuno gli contestasse nulla, ha deciso di collaborare con la giustizia. Le informazioni che Di Marco può fornire agli investigatori sono quindi abbastanza limitate, ma su molti punti sono importanti perché forniscono un riscontro a quelle di un altro pentito, ben più “qualificato”, Alessio Puccio.

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“Zu Pietro era cammurriuso, pesante pure in galera”

Di Marco, il 3 marzo scorso, ha per esempio riferito qualcosa sul boss Calogero Lo Presti, “Zu Pietro”, dopo averlo riconosciuto in una foto mostrata dagli investigatori: “Posso dire che ho sentito parlare dello Zu Pietro, si diceva che era camurriuso e quando qualcuno sbagliava si dovevano dare legnate… Si diceva che era pesante ed assillante pure in galera”. Il collaboratore parla però de relato.

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Le rivelazioni sulla piazza di spaccio del Borgo

Di Marco ha poi riconosciuto anche Nicolò Di Michele, detto “Nico”, allo stato irreperibile, attribuendogli il ruolo di fornitore del fumo al Borgo, alla Vucciria e alla Zisa. L’interrogatorio assume dei contorni un po’ grotteschi e permette ancora una volta di capire lo spessore del pentito: “Allora Nico Di Michele l’ho conosciuto sia in carcere a Nico Di Michele, a Pagghiarieddi… Lui si occupa del fumo, dottore, materiale, si occupa di usicre il fumo e lo dà al Borgo Vecchio, un fornitore sì…”. Il pm chiede allora ripetutamente: “Quando parliamo di fumo parliamo di hashish?”, ma Puccio risponde: “Un fornitore sì”; il pm: “Quando parla di fumo parla di hashish, giusto?” e Di Marco: “No di quantità, grosse quantità, tipo fornitore…”. Il pm insiste: “Quando parla di fumo parliamo di hashish?” e il pentito: “Il fumo è quello che si fuma, questo sento dire io”, allora il pm la gira diversamente: “Dico non è la marijuana, non è erba?” e Di Marco: “No, no marijuana, fumo, fumo, fumo…”. Il pm ribadisce: “Quindi quello che per lei è fumo è quello che normalmente viene chiamato hashish, giusto?” e il collaboratore finalmente: “No, no, io fumo, noi lo chiamavamo fumo, o hasish”.

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Le forniture alla Vucciria e alla Zisa

Di Marco aggiunge poi sul conto di Di Michele che: “Lui lo so che pure lo dava alla Vucciria, u scinneva a Vucciria, a Zisa”. Il pm chiede cos’altro sa: “No, alloria io di lui so queste cose, perché ci vedevamo pure di sabato sera al pub e ci bevevamo qualche cosa assieme, di qua… Lui fa pare della famiglia Lo Presti… mafioso… come diciamo noi ha la parola in capitolo… questo lo so perché con lui ci frequentavamo, bevevamo qualche cosa assieme e lui mi diceva…”.

L’omicidio di Emanuele Burgio

Il neopentito ha però fornito anche indicazioni importanti sul ruolo di Leonardo Marino, che avrebbe controllato la piazza della Vucciria e su diversi restroscena che riguardano anche l’omicidio di Emanuele Burgio, avvenuto a maggio dell’anno scorso. Secondo Di Marco, il clan di Porta Nuova avrebbe meditato vendetta contro gli autori del delitto e un cugino della vittima, a suo dire, gli avrebbe chiesto di procurargli una calibro 9.

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