Dai Black Lives Matter all’assalto al Capitol Hill, oggi protestiamo solo se teletrasmessi

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“La rivoluzione non verrà teletrasmessa” cantava Gil Scott-Heron. Ma era il 1971 e il funky-soul di protesta, antesignano del rap, aveva ancora un suo ingenuo senso. Cinquant’anni dopo, la situazione appare completamente stravolta, ribaltata. Rivoluzionata. Non ha tanto senso analizzare la finta rivoluzione, farsesca, dell’assalto a Capitol Hill dai fanatici trumpiani vestiti da Davy Crockett, con le categorie ultrà che subito ha adottato il Giornalista Collettivo, quanto chiedersi il senso di una simile pantomima, inserirla nella temperie.
Il dibattito sulla crisi della democrazia liberale non è inedito, ha trenta, quarant’anni, ne discutevano Rahl come Sartori, senza peraltro trovare soluzioni, la stessa profezia di Fukuyama, la fine del tempo politico coronato dall’avvento irreversibile della liberaldemocrazia è stata sconfessata (anche dall’autore, che in seguito si è corretto). Per banalissime condizioni storiche: un regime con qualche secolo sulle spalle fatalmente si logora, si sfilaccia, il welfare che ne è, in misura crescente, un corollario ineludibile, la nobilita ma anche la ammala dall’interno se è vero che le istanze diventano aspettative che diventano diritti che diventano pretese, i “bambini viziati della democrazia” di Ortega y Gasset tendono a esigere sempre più tutele da uno stato che, d’altra parte, sentono come sempre più invasivo e soffocante.

Nel frattempo il mondo si complica, si dilata e insieme si concentra, la rivoluzione, quella sì, tecnologica lo rende alla portata di tutti ed è lei a rimescolare le carte in modo a volte incomprensibile. La progressione telematica, informatica a cavallo tra i due millenni è stata talmente potente da scardinare tutte le regole, i lineamenti stessi delle democrazie capitaliste. Intanto, tutti gli attori in campo, incluse le comparse, agiscono in modo diverso: influencer gli uni e gli altri, i politici anzitutto e quindi i cittadini-sudditi, gli amministrati. Oggi un uomo di potere si muove quasi solo per i social, dove può costruire la sua fortuna e insieme cadere rovinosamente nel tempo di un messaggio sbagliato, frainteso o strumentalizzato; da parte loro, i cittadini si sono abituati ad una percezione distorta della democrazia per la quale il politico “deve” fare ciò che essi stessi si aspettano – via Twitter o Facebook.
Ma la democrazia liberale rappresentativa funziona in modo diverso: gli elettori eleggono, gli eletti agiscono, imponendo priorità in ragione sì delle istanze a monte, ma senza farsele dettare; dopo un certo periodo, la verifica elettorale rimanda la decisione ai cittadini che scelgono se confermare o silurare il loro delegato. Niente di tutto questo oggi: la filiera decisionale è (apparentemente) condivisa e immediata, e il politico, che lo sa, si sforza di porsi non come stratega di lungo periodo, anche disattendendo le attese più immediate e più pedestri, ma come demagogo a tempo pieno, e a suon di frasi ad effetto, foto mangerecce, Nutella e tortellini, petali e panza all’aria.

Nella propulsione alla notorietà condivisa, al riflettore perenne, si spegne la propensione alla riflessione. Atti, invettive, trovate da avanspettacolo si affastellano in un coacervo che somiglia più all’anarchia delirante che alla democrazia e qui il cortocircuito si completa. Per questo non pare abbia molto senso stabilire se Trump sia una vittima delle circostanze o un maldestro, pericoloso attore, o, peggio ancora, una vittima delle sue stesse azioni. Quello che appare, che conta, che urge, è che la più potente democrazia del pianeta, come gli americani amano percepirsi, già in crisi come le altre, esprime proteste ormai fuori controllo per senso e per impatto: prima le escandescenze, violente, violentissime, anche se fa gioco spacciarle per inermi, dei Black Lives Matter; quindi l’invasione demenziale di esagitati in costume da nativi americani o cacciatori di bisonti – e ci scappano i morti. Trattasi di proteste che, con ogni probabilità, non eromperebbero, o lo farebbero in modo diverso, senza la consapevolezza di venire teletrasmesse: l’aformisma di Gil Scott-Heron, alzate il culo, scendete in piazza, non c’è televisione che tenga, mezzo secolo dopo è ribaltato, rivoluzionato: uscite da casa, sfasciate tutto ma non dimenticate i vostri dispositivi, feticci di quel superliberismo contro il quale vi battete. Altrimenti tutto sarà inutile, sarà come l’albero che cade nella foresta e, siccome non c’è nessuno a osservarlo, è come non fosse mai caduto.
Le escandescenze nutrite da narcisismo populista, i commenti all’insegna di un protagonismo personalistico, tutto come implosione dell’ego. La rivoluzione sarà teletrasmessa o non sarà. In Italia non mancano quelli che, con vezzo qualunquistico, chiosano: però gli americani queste cose le fanno, la rivoluzione la fanno, noi invece… Ma si guardano bene dall’intraprendere, a qualsiasi titolo, qualcosa del genere: aspettano ci pensi l’altro. La situazione è soffocante, qualcosa di sempre più simile a un regime impone sacrifici, reclusioni anche astruse, lo scontento monta ma si vagheggiano pastorali americane in forma di rivoluzione. Scene eclatanti che non servono a niente, se non a far parlare un po’ di sé. Negli USA il fomentatore conciato in pelli e corna è già un divo, c’è la corsa alla biografia, all’intervista, forse finirà in qualche reality; da noi, mancando adeguato substrato storico, dovranno escogitare un Pulcinella, un Masaniello. Non sarà la stessa cosa, ma pur che sia teletrasmesso.

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