Dal Covid alla flat tax, il programma delle destre è solo un insieme di slogan incostistuzionali

I partiti della coalizione di centrodestra, favorita al voto del 25 settembre, ancora non hanno un documento programmatico ufficiale. Ma dopo giorni di negoziati tra gli emissari di Lega, Fratelli d’Italia e Forza Italia ci sono le prime bozze anticipate dall’agenzia AdnKronos che permettono di farsi un’idea di cosa vogliono promettere agli elettori. 

COVID. Il punto 7 prevede «il contrasto alla pandemia di Covid-19 attraverso la promozione di comportamenti virtuosi e adeguamenti strutturali – come la ventilazione meccanica controllata e il potenziamento dei trasporti – senza compressione delle libertà individuali secondo il principio del convincere per non costringere».

Ma cosa vuol dire in vista dell’autunno? La ventilazione meccanica controllata e il potenziamento dei trasporti non sono cose che si fanno in pochi giorni (nessun governo, nazionale o regionale, finora è riuscito davvero a intervenire su bus e metro). L’unica parte applicabile è la seconda, quella sul rifiuto di comprimere le libertà individuali.

Il centrodestra sta dicendo che anche di fronte a una recrudescenza della pandemia come quella che stiamo osservando, e che con l’abbassarsi delle temperature potrebbe peggiorare, non introdurrà altre restrizioni, darà soltanto consigli.

Col risultato prevedibile che i contagi saliranno ma che gli elettori no-vax, no pass e no-mask di destra saranno più esposti.

ENERGIA. Il centrodestra promette: «Ricorso alla produzione energetica attraverso la creazione di impianti di ultima generazione, compreso il nucleare pulito e sicuro, senza veti preconcetti». Il nucleare pulito e sicuro, semplicemente, non esiste, le tecnologie di fusione nucleare vengono studiate da settant’anni ma non sono neanche lontanamente vicine ad applicazioni commerciali realistiche. Quindi questo punto indica solo una generica disposizione favorevole all’atomo, un posizionamento.

Anche il resto delle promesse energetiche vogliono dire poco: «Transizione energetica sostenibile attraverso l’aumento della produzione dell’energia rinnovabile; Diversificazione degli approvvigionamenti energetici e realizzazione di un piano per l’autosufficienza energetica; Pieno utilizzo delle risorse energetiche nazionali, anche attraverso la riattivazione e nuova realizzazione di pozzi di gas naturale, in un’ottica di utilizzo sostenibile delle fonti energetiche».

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L’autosufficienza energetica è semplicemente impossibile: l’Italia è importatrice netta di energia, come tutti i paesi europei, per 121.9 milioni di tonnellate di petrolio equivalenti (dato Eurostat 2018), solo la Germania è più dipendente di noi dall’estero (201 milioni). A fine 2021, le riserve accertate dell’Italia erano 79 milioni di tonnellate di petrolio e 44.5 milioni di metri cubi di gas.

L’autosufficienza, nel senso di importazioni nette, è impossibile, a differenza di quello che millanta il programma di centro destra. Che quindi va preso sul serio solo nella parte in cui promette la i«nuova realizzazione di pozzi di gas naturale», proposta già dal governo Draghi con il ministro Roberto Cingolani, ma assai difficile da inserire «in un’ottica di utilizzo sostenibile delle fonti energetiche». Perché il gas è una fonte fossile.

IL PONTE. Se c’è Silvio Berlusconi in coalizione, non poteva mancare il ponte sullo stretto di Messina, al quale per un po’ si era convertito pure il Movimento Cinque stelle di Giuseppe Conte con aperture anche dal governo Draghi. Il ponte che non esiste è già costato un miliardo di euro di progetti, contenziosi, stipendi.

Anche il governo Draghi ci ha messo altri 50 milioni, ma lo stesso ministro delle Infrastrutture Enrico Giovannini ha chiarito che non è finanziabile con i fondi europei perché il Pnrr esclude opere che portino «danni significativi» all’ambiente. Da oltre trent’anni tutti gli studi escludono fattibilità e senso economico, ma in campagna elettorale rispunta sempre.

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POVERI. In un paese piagato dall’inflazione e con l’ombra della recessione, il centrodestra non osa promettere la cancellazione del reddito di cittadinanza, ma una più indecifrabile “sostituzione” con “misure “più efficaci di inclusione sociale e di politiche attive di formazione e inserimento nel mondo del lavoro”. Anche se la parte che del reddito ha funzionato meno è è stata proprio quella delle politiche attive: il Comitato di valutazione presso il ministero del Lavoro ha concluso che il reddito non scoraggia dalla ricerca del lavoro, ma lavoratori poveri e poco qualificati trovano solo contratti a termine molto brevi (1-3 mesi) e faticano a uscire dalla trappola della povertà. Le vaghe promesse del centrodestra su “sussidi universali” non dicono nulla su come affrontare questi problemi.

LIBRO DEI SOGNI. Il centrodestra condensa in poche righe proposte tanto vaghe quanto minacciose per la tenuta dei conti pubblici: “Flessibilità in uscita e accesso alla pensione” (come? A che condizioni? Con che impatto sulle casse dello Stato? Non si sa), “innalzamento pensioni minime” (quanto? Per quanto?),  e non poteva mancare il “rilancio dell’edilizia pubblica”.

ALL’ASSALTO DEL FISCO. Neanche un numero sulle promesse fiscali, ma i principi sono chiari: meno tasse e più evasione. Il centrodestra promette «riduzione della pressione fiscale per famiglie, imprese e lavoratori autonomi», dall’elenco mancano i lavoratori dipendenti, cioè gli unici che non possono evadere, per i quali evidentemente il carico fiscale deve rimanere invariato.

E poi via «i micro tributi», non meglio specificati, niente «patrimoniali dichiarate o mascherate» (qui il riferimento è alla analisi del catasto promessa dalla delega fiscale, ora ferma in parlamento, per far emergere le attuali sperequazioni) e, infine, non poteva mancare la solita promessa di condono: «Pace fiscale e saldo e stralcio: accordo tra cittadini ed Erario per la risoluzione del pregresso».

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FLAT TAX. Torna, pure, la flat tax per le partite Iva fino a 100.000 euro. Il problema di queste flat tax, oltre alla costituzionalità assai dubbia, per quanto limitate a chi ha la partita Iva, è che rendono fiscalmente molto vantaggioso il lavoro dipendente rispetto a quello subordinato. Perché assumere qualcuno se puoi solo pagargli una fattura?

Il costo occulto, oltre a quello che deriva al fisco dal mancato gettito dovuto ad aliquote basse, è di scardinare il mercato del lavoro, con i dipendenti attuali tartassati, e quelli futuri spinti a un destino da partite Iva con poche tasse ma ancor meno diritti e tutele.

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