De Benedetti: Anche l’America teme la vittoria della destra

Intervista a Carlo De Benedetti: «Il modello di Giorgia Meloni è Orbán: con lei alla guida diventeremmo come l’Ungheria. Il Pd? Partito borghese, senza rapporti con le classi popolari. I 5 Stelle? Bisogna imbardare anche loro. E Draghi è il meglio che abbiamo»

«Corriamo il pericolo più grave nella storia della Repubblica».

Addirittura, ingegner De Benedetti?
«Mai finora avevamo vissuto il rischio di uscire dalla nostra collocazione internazionale, di rompere le nostre alleanze storiche. Neppure nel 1948».

Allora c’erano i comunisti.
«Ma dopo l’attentato a Togliatti furono proprio i sovietici, nel loro cinismo, ad avvertire i comunisti di casa nostra di non provare a fare la rivoluzione. La linea era tracciata: c’era stata Yalta; poi ci sono stati i trattati di Roma che hanno creato l’Europa. L’Italia è stata messa sui binari. Ora, per la prima volta, rischia di deragliare».

Perché dice questo?
«Perché la vittoria della destra alle prossime elezioni sarebbe una catastrofe».

Centrodestra. C’è pure Berlusconi.
«Destra. Berlusconi non c’è più. Ci sono le sue badanti, che rispondono a Salvini. E c’è la Meloni. Ha visto il suo discorso in Spagna, dai franchisti di Vox?».

Ha riconosciuto di aver sbagliato i toni.
«I toni erano inequivocabilmente e tecnicamente fascisti. Del resto la sua storia, la sua cultura è quella. Ma i contenuti sono anche peggio».

Perché? Giorgia Meloni ha espresso posizioni di destra.
«No. Non è una questione ideologica. Qui non abbiamo di fronte i conservatori britannici. La nostra destra è biecamente fascista e nazionalista. La Meloni ha detto in sostanza: abbasso Bruxelles, viva le nazioni. Il suo modello è Orbán. Con lei alla guida, l’Italia diventerebbe come l’Ungheria».

Ma l’Europa ormai c’è. E ci sono i fondi del Pnrr.
«Con questa destra tutto è a rischio, anche il Pnrr. Bruxelles, Parigi, Berlino ci frapporrebbero ogni sorta di ostacolo, per evitare il contagio. Si ricordi che in Germania hanno Alternative für Deutschland. In Francia Marine Le Pen è al 42% e ha portato novanta deputati all’Assemblea Nazionale. Poi c’è l’America».

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Che c’entra l’America?
«So per certo, dalle mie fonti nel Dipartimento di Stato, che l’amministrazione americana considera orripilante la prospettiva che questa destra vada al governo in Italia».

Le sue parole accenderanno polemiche. L’Italia è un Paese sovrano. La gente vota. E decide.
«Certo. Ma la gente deve essere informata. Deve sapere a cosa va incontro. Questa destra va fermata. E per fermarla si deve costruire un fronte repubblicano, con un programma marcatamente riformista».

È la formula che ha usato Calenda.
«Lodevole. Ma non sufficiente. Perché va allargata il più possibile».

Calenda in effetti dice che da trent’anni si chiede di votare contro qualcuno, e poi non si riesce a governare.
«Non è così. È vero, si chiedeva di votare contro Berlusconi. Ma Berlusconi non metteva a rischio la democrazia e la collocazione internazionale dell’Italia».

Proprio lei lo dice, che di Berlusconi è stato l’avversario storico?
«Berlusconi significava il degrado del civismo, l’evasione fiscale eretta a sistema, le leggi ad personam sulla giustizia. Ma non gli è mai passato per l’anticamera del cervello di rompere con l’Europa e con gli Stati Uniti d’America».

Proprio lei, in un’intervista al «Corriere», due mesi fa ha criticato la linea atlantista sull’Ucraina.
«Che c’entra? Ho detto che secondo me l’Italia sbaglia a mandare armi che alimentano la guerra. Ma considero Putin il peggior criminale su piazza. Non la penso certo come Salvini».

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Salvini le sembra meno peggio della Meloni?
«Salvini è un personaggio da bar. Ha aperto la campagna elettorale proclamando che con lui non entrerà un solo immigrato. Che fa, gli spara a vista? Siamo seri. Salvini mi ha pure querelato, quando gli diedi dell’antisemita. E ho vinto la causa».

Perché antisemita?
«Perché ha corteggiato Casapound e Forza Nuova. Se non sono fascisti quelli… Lui si è proclamato amico di Israele; ma una cosa è Israele, un’altra sono gli ebrei».

Chi dovrebbe entrare nel fronte repubblicano?
«Tutti. Letta, Renzi, Calenda, Speranza, Brunetta, Gelmini…».

Anche i 5 Stelle?
«I 5 Stelle sono finiti; non possono provocare altri danni. Hanno fatto una sola cosa giusta: il reddito di cittadinanza, perché non possiamo lasciar morire la gente di fame. Solo che non l’hanno capita, e si sono inventati i navigator…».

Perché quindi imbarcare pure i 5 Stelle?
«Perché dobbiamo entrare in una logica di Cln. Nel Comitato di liberazione nazionale c’erano tutti, comunisti e monarchici, azionisti e cattolici: perché bisognava combattere un nemico comune, Mussolini».

Ingegnere, oggi in Italia non c’è Mussolini.

«Certo che no. La storia non si ripete mai due volte. La Meloni e Salvini non ci metterebbero in camicia nera. Ma metterebbero a rischio la democrazia, l’Europa, i nostri valori. E isolerebbero l’Italia. Proprio come fece Mussolini».

Chi dovrebbe essere il candidato premier del Fronte repubblicano? Draghi?

«Se lui se la sentisse, certo. Ma credo che Draghi voglia fare il presidente del Consiglio europeo al posto di Michel, nel 2024. Il candidato premier non è così importante. È importante lo spirito con cui bisogna unirsi. Anche rinunciando ai simboli di partito».

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Perché il Pd dovrebbe rinunciare al suo simbolo?
«Perché da solo non ce la farà mai. Il Pd è un partito borghese, votato da persone di buon senso. Ma ha perso i rapporti con le classi popolari. Le disuguaglianze sono ormai insostenibili, e non mi pare che Letta se ne occupi».

Draghi come ha governato?
«Draghi è il meglio che possiamo mettere in campo. Ha riportato in alto il prestigio del nostro Paese, ha affrontato bene la pandemia, sostituendo Arcuri con Figliuolo. Il bilancio dei suoi 17 mesi è positivo. Resta il fatto che l’Italia oggi è più povera, più indebitata, più ingiusta rispetto all’inizio della legislatura. E una vittoria di questa destra sarebbe il colpo finale, con una recessione severa in arrivo».

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