De Luca gioca col fuoco: esplode il lanciafiamme


U na lunga giornata di violenze verbali, una lunga notte di violenze reali. Premessa la condanna di ogni forma di violenza fisica che è sempre una sconfitta della civiltà, e detto che non c’è nessuna legge che provi un rapporto di causa-effetto tra i due fenomeni, un qualche legame tra il grandguignol linguistico di De Luca e le scene pazzesche della notte napoletana eppure c’è. Da un lato il pugno duro del Governatore sulle misure restrittive, dall’altro una protesta selvaggia anche contro le forze dell’ordine, anche contro i giornalisti, inseguiti.
Il politicamente corretto di sinistra ha dato una lettura semplificata dei disordini. Come fanno i cattivi giornalisti sportivi che separano gli eccessi degli ultrà dalla purezza del calcio, così chi è sceso in strada è feccia organizzata che nulla c’entra con i bravi cittadini partenopei. Essendo il presidente della Campania del Pd, è stato assolto da ogni colpa. Metà delle sue metafore in bocca a Salvini avrebbe spinto Saviano a parlare del fumoso clima di odio che tutto giustifica. Eppure da tempo De Luca, rieletto con numeri bulgari, gioca con il lanciafiamme della retorica con le fiamme della situazione reale, specie del sistema sanitario regionale. Chiedere con vigore il rispetto delle regole è sacrosanto, ma evocare ogni giorno l’apocalisse somiglia, come metodo, a chi alza la polvere per non far vedere la realtà. Anche Mattarella si è da poco espresso, giustamente, contro le disuguaglianze aumentate dal Covid, e gli studiosi da maggio ci fanno vedere le tabelle della forbice dell’ingiustizia che avanza. Non è un bel risultato per la nostra democrazia, ma non è certo una mia idea, né un mio pregiudizio, che in Campania l’accesso ad alcuni diritti previsti dalla Costituzione, vedi sanità, è diseguale rispetto a molte altre regioni, soprattutto del Nord. L’analisi delle cause storiche è lunga e forse risaputa, quel che conta dire ora è che il virus ha peggiorato le cose e che chi governa, anziché scagliarsi su Halloween, ha il dovere giorno dopo giorno di recuperare, fin dove è possibile, nel breve, quel dislivello.
Non è una mia idea, né mi fa piacere scriverlo, che la Campania è la regione italiana con la più bassa aspettativa di vita, per motivi sanitari ma anche socio-economici. Non è una mia idea che molti cittadini campani migrano in altre zone dell’Italia per curarsi. Quelle prestazioni devono essere rimborsate e magari quei soldi potevano essere investiti sul territorio. È su queste cose di primaria importanza che ci vuole ora collaborazione tra governo e poteri locali, in termini di regole e di finanziamenti. Non si può scaricare tutto o quasi sui comportamenti. Non si può scioccare l’opinione pubblica con le immagini di una lastra con i polmoni malridotti di un giovane malato di Covid, soprattutto non si può evocare un lungo lockdown (30-40 giorni) quando la parola spaventa lo stesso governo e lo stesso premier Conte che ha i sondaggi negativi sottomano.
Pure molti scienziati, essendo il 95% dei positivi asintomatici, sono dubbiosi sull’efficacia di una chiusura collettiva. L’occhio va preoccupato ai numeri della terapia intensiva, ma in questi mesi, al di là della Campania, oltre alle discussioni sul Mes, che si è fatto? Quella parola, confinamento, spaventa soprattutto la gente, impoverita e senza più uno sguardo sereno sul futuro. Gli arrestati di Napoli sono due pregiudicati, è vero, ma occhio anche a come si usa il Discorso pubblico, perché la tensione è alle stelle.



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