Decisivo e irrilevante. Il sud è vittima dei partiti

«La lunga strada nel Pd per me finisce qui», ha annunciato ieri Gianni Pittella, l’uomo del partito in Basilicata, già vice presidente del parlamento europeo. Ma il suo non è stato l’unico addio degli ultimi giorni. Con una tessera tagliata a metà, spedita il 18 agosto al segretario provinciale del Pd di Salerno Enzo Lucano, Alfonso Andria ha annullato la sua iscrizione al partito: «Da tempo non sono più a mio agio. Il ripiegamento entro logiche padronali, il ricorso continuo a metodi assolutamente opposti ai principi ispiratori del Pd, pur di affermare un’egemonia, spesso basata sull’esercizio muscolare, di fatto ne mortificano la funzione e la natura, fino a contraddire la sua stessa denominazione! Non è un partito politico, ma un edificio dalle porte girevoli del quale servirsi a seconda delle convenienze. Per me basta così!». Andria, settant’anni compiuti il 27 maggio, il giorno dopo la scomparsa dell’amico Ciriaco De Mita, è un galantuomo di altri tempi, una figura eminente del Partito democratico meridionale e nazionale.

Tessere tagliate

23/03/2018 Roma, Aula del Senato, prima seduta della XVIII legislatura per l’elezione del presidente, nella foto Gianni Pittella, urna

È stato presidente della provincia di Salerno, eletto europarlamentare nel 2004 nella lista dell’Ulivo nella circoscrizione sud con 176mila preferenze, capodelegazione del partito nel parlamento europeo insieme a Pittella, senatore nel 2008 e ministro ombra delle Politiche agricole con Walter Veltroni.

Nel suo curriculum pesa la sconfitta al comune di Salerno contro Vincenzo De Luca che si candidò con una lista personale per battere il candidato ufficiale del centrosinistra e vinse. L’origine di una lunga inimicizia.

Nella tessera tagliata si vede anche il nome del circolo di appartenenza, intitolato ad Angelo Vassallo, il sindaco di Pollica ucciso nel 2010, in queste settimane la procura di Salerno ha riaperto le indagini sul suo omicidio ipotizzando una complicità tra trafficanti di droga e uomini dello Stato, clan mafiosi e ufficiali dei carabinieri.

Il Pd si ferma a Eboli

LaPresse

La tessera divisa in due da Andria con un colpo di forbici va oltre il suo caso personale. Riassume una cesura ancora più profonda. È la metafora della faglia che divide il Partito democratico e il centrosinistra dal sud che va al voto. Il Pd si ferma a Eboli, come progetto di partito nazionale.

Ma è tutto il sistema politico che in questo inizio di campagna elettorale si sta separando dal mezzogiorno. Una frattura storica di cui la compilazione delle alleanze e delle liste elettorali è solo ultima espressione.

Spostamenti, rinunce, ricorsi, dimissioni. Le scosse di terremoto sulle candidature per il voto del 25 settembre che non hanno smesso di investire il Pd neppure a poche ore dalla presentazione ufficiale delle liste si concentrano nelle regioni meridionali.

Il bradisismo ha colpito in particolare la Basilicata. Il capolista alla Camera Raffaele La Regina, vicino al vicesegretario Giuseppe Provenzano, costretto a lasciare dopo la pubblicazione dei suoi tweet anti Israele, è stato sostituito dal sottosegretario Enzo Amendola.

L’effetto, come direbbe Andria, sono state le porte girevoli: il napoletano Amendola guiderà la lista in Basilicata, il lucano Roberto Speranza sarà il primo a Napoli. A catena, i fratelli Gianni e Marcello Pittella hanno annunciato ieri l’addio al partito. «Delusione umana e politica». Marcello sarà candidato con il polo di Carlo Calenda e Matteo Renzi.

Prima di La Regina ha rinunciato alla candidatura il senatore di Leu Federico Conte, figlio dell’ex ministro socialista Carmelo Conte, in polemica con i paracadutati nelle liste. Nella Puglia del presidente Michele Emiliano gli esclusi hanno presentato ricorso alla commissione di Garanzia contro le candidature regionali. «Le liste del Pd, prima che invotabili, sono inguardabili», si è scomposto perfino l’ex dalemiano consigliere regionale Michele Mazzarano, che non certo è madre Teresa di Calcutta.

Seggi insicuri

Si scrive candidatura, ma si legge seggio garantito. La posizione in lista o la collocazione nel collegio uninominale significano elezione certa. È l’effetto perverso della pessima legge elettorale Rosatellum mescolato con il taglio del numero dei parlamentari. I difensori della riduzione, nel referendum popolare di due anni fa, hanno preso in giro gli elettori promettendo una maggiore qualità dei parlamentari e una nuova legge elettorale che avrebbe messo gli elettori nelle condizioni di scegliere i rappresentanti.

Il taglio dei parlamentari e il sì al referendum, voluto dai Cinque stelle, fu approvato grazie allo sconsiderato via libera del segretario del Pd Nicola Zingaretti. Era il sigillo del patto Pd-M5s attorno al governo Conte II.

I risultati sono gli occhi di tutti. E i capi partito si barricano dietro le condizioni da loro stessi create per giustificare lo scempio. Mai le liste sono state composte in modo così feroce, asfissiante. Dal Movimento 5 stelle del pluri paracadutato ministro Stefano Patuanelli al Pd di Enrico Letta, dal Terzo polo che fa piovere in Calabria Maria Elena Boschi, che nel 2018 figurava come deputata eletta a Bolzano, al trio Forza Italia, Lega e Fratelli d’Italia, tra i candidati c’è spazio assicurato per i fedelissimi e i parenti, i rientranti che si salvano in virtù del buon rapporto con il leader, i capicorrente che amministrano il loro club ristretto.

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Per tutti gli altri, la famosa società civile sedotta e abbandonata, ma anche per le risorse interne ai partiti senza santi in paradiso, ci sono solo i posti in piedi o l’acqua da portare.

La distribuzione dei seggi blindata da segretari sotto assedio penalizzerà le zone più periferiche e deboli. E in vista del voto è destinata ad aggravare la questione meridionale, come ha denunciato uno dei nomi più interessanti, il sindaco di Napoli Gaetano Manfredi (“Repubblica”, 12 agosto), collegando la disattenzione verso il sud all’assenza di rappresentanza politica: «Il tema del Mezzogiorno è fuori dall’agenda dei partiti. E la legge elettorale, con collegi così grandi, non aiuta i cittadini a riconoscersi nei propri rappresentanti. Se uniamo questi elementi alla crisi economica, potremmo avere massicci fenomeni di astensione, un vero e proprio rigetto del voto».

Una penisola blu

Nella ormai famosa cartina dell’Istituto Cattaneo, utilizzata dai partiti per la spartizione dei collegi, da Roma in giù è una unica macchia blu, a varie tonalità, che definiscono il grado di sicurezza: blindati, buoni, abbastanza buoni. Il blu del centrodestra che punta a fare il pieno. È la novità più evidente rispetto al 2018, ma anche al 2013, con un altro sistema elettorale (si votava con il Porcellum). Una storia che ha conosciuto le sue giornate simboliche.

Napoli, 22 gennaio 2013, vento e gelo sul lungomare, nell’hotel Excelsior, il palco come un catafalco, ore di attesa per l’addio al parlamento dell’uomo forte di Silvio Berlusconi in Campania, il deputato Nicola Cosentino. La conferenza stampa si trasforma in una baraonda inaudita. Fans scatenati, clienti affannati: «Nicola non devi mollare!».

Urla di sconforto: «Silvio ci hai tradito, pensi di vincere al nord sulla nostra pelle!». Cosentino, colletto slacciato sotto i flash, sorriso tetro, si rifugia in una saletta circondato dalla polizia, riemerge da un tendone verde per rovesciare la sua rabbia sui compagni di partito: gli Alfano – «non sono venuto alle mani con lui, non ho niente contro i perdenti di successo» – i Caldoro, i Bocchino «i fighetti di palazzo».  «La sinistra governava la regione e l’85 per cento dei comuni, un dominio assoluto. Nel 2008 io ho portato il Pdl al 48,7 per cento, non me l’hanno perdonato».

Il passaggio di consegne avviene qualche ora dopo. In galleria Umberto arriva Beppe Grillo, in cerca di voti per il Movimento 5 stelle nello Tsunami Tour. Vestito da cavaliere bianco, impermeabile candido su pantaloni candidi, a metà tra l’inquisitore domenicano e l’angelo sterminatore, la chioma sconclusionata.

Sul palco con lui, per la prima volta sale il candidato numero due nel collegio Campania 1 della Camera. Luigi Di Maio, 26 anni di Pomigliano dìArco, steward in tribuna allo stadio San Paolo e cameriere, studente di giurisprudenza e video maker. Anche lui indossa una giacca a vento bianca, come il suo leader, circondato da un certo timore reverenziale: «Diventa sicuramente deputato». Lo stato nascente, il cambio di un’egemonia.

Il sud a Cinque stelle

Foto AGF

Nel 2013 il movimento di Beppe Grillo conquistò 2,5 milioni di voti nel sud. Giocò da partito pigliatutto, strappando voti al Pd, ma anche al Pdl berlusconiano. Ma era solo l’inizio. Nel 2018 il Movimento 5 stelle trionfò al sud con la proposta del reddito di cittadinanza. Il 47,3 per cento alla Camera, il 46,6 al Senato, un’unica onda gialla, la quasi totalità dei seggi uninominali. Aumento di più di venti punti percentuali nell’intero mezzogiorno (+27,3 per cento in Campania, +20,1 in Basilicata, +19,4 in Puglia, +18,6 in Calabria).

Intercettò i voti in uscita dal Pd, dal centrodestra e dal non voto. Nella circoscrizione Campania 1 i consensi superarono la maggioranza assoluta con il 54 per cento. Nel suo collegio di Pomigliano D’Arco Di Maio superò il 63,4 per cento.

In questi cinque anni M5s ha portato al governo una classe dirigente a trazione meridionale, come non accadeva da tempo. Lo sconosciuto avvocato del popolo Giuseppe Conte da Volturara Appula, 383 abitanti, è stato il primo premier nato a sud di Roma dai tempi di Ciriaco De Mita, a palazzo Chigi tra il 1988 e il 1989. Il super ministro Di Maio è napoletano come il presidente della Camera Roberto Fico.

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È al sud che il Movimento 5 stelle ha vinto. Al sud è stato infranto il bipolarismo tra il centrodestra e il centrosinistra tipico della Seconda Repubblica. Al Sud, infine, saranno più vistose le conseguenze del fallimento del campo largo tra il Pd di Letta e M5s di Conte. ù

Un’alleanza elettorale avrebbe riaperto la competizione nazionale, al sud e nel paese. L’impossibilità di un accordo rischia di riprodurre la mappa elettorale del 2008, l’epoca di Cosentino nel Pdl, con il trionfo del centrodestra. Gli antichi retaggi e i nuovi problemi.

La politica senza sostanza

16/12/2018 Bari, Assemblea di Fronte Democratico raggruppamento interno al Partito Democratico facente capo a Michele Emiliano. Nella foto Michele Emiliano

«La lotta qui, come in molti altri luoghi d’Italia, piuttosto che da principi politici, fermamente stabiliti, conosciuti e accettati, è ispirata da aderenze, da parentele, da satellizii operanti per le lotte municipali amministrative, da clientele, o sudditanze, da affetti locali e da interessi – ma soprattutto da interessi…», scriveva Francesco De Sanctis nel suo viaggio elettorale. «Qui non c’è politica, o meglio politica c’è, ma è nome senza sostanza, pretesto di altri interessi e di altre passioni…».

Era il gennaio 1875, l’illustre studioso girava l’Irpinia da candidato. Il retaggio antico dell’autoconservazione delle classi dirigenti che si tramandano il posto come una proprietà è visibile 150 anni dopo. Liste composte da consanguinei e staff.

Il centrosinistra governa da decenni le due principali regioni meridionali, con Vincenzo De Luca in Campania e Michele Emiliano in Puglia. Ma è difficile catalogarli o inserirli in una identità politica definita, De Luca e Emiliano, i due caballeros del Pd meridionale (il terzo, Pittella, se n’è andato), amministrano un potere personale con pugno di ferro e esercizio muscolare, come scrive Andria.

Nella circoscrizione di Salerno il capolista è Piero De Luca, che di Vincenzo è il figlio. All’uninominale c’è Fulvio Bonavitacola, che di De Luca è una specie di politico fratello minore. A proposito di Nicola Cosentino, nel collegio di Somma Vesuviana nelle liste del Pd c’è la consigliera regionale Paola Raia, che fu al consiglio regionale anche con il Pdl dell’allora ras berlusconiano: il fratello è direttore dell’Agenzia regionale Campania turismo piazzato da De Luca.

Vecchi ritorni

07/12/2016 Roma, Aula del Senato, approvazione della legge di bilancio, nella foto Renato Schifani

In Puglia Emiliano ha fatto l’en plein dei capolista: il vicepresidente della regione Michele Piemontese a Foggia, il segretario regionale Marco Lacarra a Bari, il deputato uscente Ubaldo Pagano a Taranto, il capo di gabinetto Claudio Stefanazzi a Lecce. E al Senato? C’è il lettiano-emiliano Francesco Boccia.

Nel centrodestra spicca il ripescaggio del 72enne Renato Schifani come candidato alla presidenza della regione Sicilia, dopo quasi trent’anni di parlamento nazionale e il balletto con l’eterno Gianfranco Miccichè che torna al Senato e forse farà il ministro.

In Fratelli d’Italia guiderà il partito in Puglia Raffaele Fitto, che fu eletto presidente della regione nel 2000, ventidue anni fa. Matteo Salvini corre da capolista al Senato in Calabria e conferma in un collegio uninominale Domenico Furgiuele, nonostante il suocero condannato per estorsione e considerato dalla procura di Catanzaro un punto di riferimento dei clan. Anche l’ex premier Conte ha blindato le liste: la tavola rotonda dei 15 fedelissimi di Giuseppi, il suo ex sottosegretario a palazzo Chigi Marco Turco sarà capolista in Puglia.

«Io sono semplicemente il leader», ha detto ieri con la consueta modestia Giuseppe Conte da Lucia Annunziata su Rai3. E scelgo chi mi pare, è il corollario. Il suo listino, infatti, è stato presentato alla Rete come un prendere o lasciare.

Una politica friabile, flegrea, in cui si lascia il partito per mancanza di posto. Ma quale sarebbe l’alternativa, se i partiti sono privi di altri collanti: una cultura politica, una comunanza di ideali, un carico di esperienze vissute insieme? La fine di quelle entità collettive che sono stati i partiti, non certo solo al sud, porta al ritorno di organizzazioni più elementari e prossime: le famiglie, le tribù, i clan.

La frammentazione della rappresentanza, la difesa ferina degli spazi per chi è dentro e l’esclusione per chi è fuori. Siamo ben oltre i micro notabili di cui parlò Mauro Calise nove anni fa.

Perché, nel frattempo, il notabilitato si è ancora più ristretto, è diventato più micro. Nel raggio di azione, nelle prospettive, negli obiettivi. La politica democratica da sempre si è proposta di inserire queste spinte un un quadro generale, andare nella direzione opposta significa indebolire il tessuto democratico del paese.

Il difficile obiettivo del Pnrr

Con questa rappresentanza parlamentare il sud si prepara ad affrontare le prossime sfide. L’ultimo rapporto Svimez prevede un biennio 2022-2024 difficile per famiglie e imprese alle prese con l’inflazione e il rincaro dell’energia, il crollo dei consumi, la difficoltà di attuare il Pnrr.

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«Rispetto al dato nazionale (1.007 giorni), i comuni del mezzogiorno impiegano mediamente circa 450 giorni in più per portare a compimento la realizzazione delle infrastrutture sociali», si legge nel report. I sindaci e gli amministratori, a partire dal sindaco di Napoli Manfredi, fin dall’inizio hanno lamentato la carenza di personale per la progettazione delle opere.

Non c’è molto tempo: gli investimenti dovrebbero essere avviati entro fine ottobre 2022 per riuscire a a concludere nell’agosto 2026. La mancanza di una politica industriale, aggiungono i ricercatori dello Svimez, spinge il Pnrr delle imprese a «anteporre l’obiettivo del consolidamento dell’esistente a quello della coesione». Che è una sintesi della situazione generale: conservazione dell’esistente, nessuno sguardo al futuro.

Fallimenti al sud

Roma 28/11/2017, assemblea fondativa della formazione politica Rinascimento Italiano. Nella foto Giulio Tremonti

Tra l’agosto del 2022 e l’agosto del 2026 c’è lo spazio della legislatura, il parlamento che sta per essere eletto. Il sud viene così riconsegnato ai suoi eterni stereotipi, i viceré e i masanielli, gli amministratori del potere per conto del sovrano di turno e i ribellisti che fanno gli imprenditori politici del disagio sociale, come il Movimento 5 stelle e l’ex sindaco di Napoli Luigi De Magistris, in corsa con Unione popolare.

La classe dirigente nazionale si ritrae. Il tentativo di Salvini di trasformare la Lega in un partito nazionale con lo sfondamento al Sud è fallito, l’elettorato di destra guarda a Fratelli d’Italia, in cui spunta la candidatura di Giulio Tremonti, il più puro esponente in anni lontani dell’asse del nord Forza Italia-Lega che ispirava i governi Berlusconi degli anni Duemila.

L’ipotesi di una lista elettorale guidata da Di Maio e Mara Carfagna all’insegna della declinazione meridionalista dell’agenda Draghi si è infranta sul no di Carlo Calenda a ogni contaminazione con gli ex Cinque stelle. E il segretario del Pd Letta si candida a Vicenza, affida il sud ai potentati locali.

Un granaio di voti

Il sud torna a essere così per i capipartito nazionali un granaio di voti e un problema irrisolvibile, un capitolo da scrivere svogliatamente nei programmi elettorali, ma senza protagonismo perché senza leadership riconosciute e autorevoli, in grado di indicare un orizzonte più largo della prossima tornata elettorale

E di questo muore il mezzogiorno. Di mancanza di progettazione e di visione. A dispetto di una società civile intensa e di una vitalità soprattutto giovanile visibile nei piccoli comuni, che lottano disperatamente per non finire. Nulla di tutto questo si ritrova nelle scelte dei candidati e dei programmi.

Eppure tutte le politiche di inclusione, di coesione, di sviluppo e di crescita – parola dimenticata a destra e colpevolmente anche a sinistra – passano di qui. E qui l’incastro della mancanza di politici meridionali in grado di parlare a tutto il paese, l’assenza di progettazione e il pericolo di disperdere i fondi del Pnrr possono trasformarsi in una morsa micidiale.

Così, ancora una volta, il sud è condannato a essere elettoralmente decisivo e politicamente irrilevante. I partiti si allontano dai problemi del mezzogiorno, ma si meridionalizzano nella modalità di gestione del potere e nel rapporto con la cittadinanza che soffoca partecipazione e impegno.

Il sud diventa lo specchio di una campagna elettorale povera di idee e distante: i territori calpestati, i corpi intermedi ignorati, la lontananza della chiesa che in tutta Italia, e al sud in particolare, mantiene il ruolo di organizzazione del sociale e di supplenza ma si tiene lontana dalla contesa elettorale.

Tutto l’elettorato italiano si ritrova oggi nella stessa situazione degli elettori del sud. «Il resto di niente», come si intitolava il romanzo di Enzo Striano sui moti rivoluzionari del 1799 a Napoli. Quel niente è la politica italiana, con i suoi riti vuoti, le sue ossessioni, la sua rappresentanza spezzata.

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