Decreto Aiuti, il voto di fiducia in Senato: bivio cruciale per il Governo


Parlamento

L’aula del Senato ha avviato la discussione generale sul Decreto Aiuti. Lo strappo di Conte: i 5 stelle non voteranno la fiducia, crisi di governo a un passo. Il video in diretta dell’aula.

L’aula del Senato nella mattinata di giovedì 14 luglio ha avviato la discussione generale sul Decreto Aiuti, licenziato dalla commissione Bilancio di Palazzo Madama senza il mandato al relatore e già approvato dalla Camera. Secondo quanto si apprende, sono previste circa due ore di discussione, poi sarà posta la questione di fiducia e verso mezzogiorno dovrebbero cominciare le dichiarazioni di voto. La «chiama» dei senatori è prevista a partire dalle 13,30 e l’esito del voto dovrebbe arrivare tra le 14,30 e le 15.

Lo strappo di Conte

I 5 stelle non voteranno la fiducia al decreto aiuti. L’annuncio del leader Giuseppe Conte, aprendo mercoledì sera l’assemblea congiunta dei parlamentari pentastellati al termine di una giornata convulsa e contraddittoria, mette i governo a un passo dalla crisi. L’orientamento era emerso nel corso del Consiglio nazionale dei pentastellati. Non sono bastate le promesse di un nuovo patto sociale e di nuove misure contro i bassi salari a convincere il M5s e alla vigilia del voto di fiducia in Senato il partito si divide su una decisione sofferta che potrebbe essere prodromica ad altri «strappi» dentro al Movimento, sancendo la rottura netta con il governo Draghi. «Chiederemo di fare una verifica per capire se questa maggioranza c’è ancora o no», ha detto in tarda serata il segretario del Pd Enrico Letta, secondo cui è «evidente che la scelta annunciata da Conte e dal M5s rimette in discussione molte cose, e in una maggioranza così eterogenea ci sono dei distinguo. Ma io non mi preoccupo, esiste il voto di fiducia che è fondamentale». Immediata er astata la replica della Lega: «Se i 5Stelle escono dall’Aula, la maggioranza non c’è più: basta con litigi, minacce e ritardi, parola agli italiani».

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Salvini e Meloni: elezioni

Senza un appoggio chiaro, avrebbe ribadito il premier Mario Draghi direttamente a Conte nel corso di una telefonata, l’esperienza del governo è da considerarsi finita. Il Pd e la Lega lo mettono a verbale, qualsiasi strappo segnerebbe la fine dell’esperienza a Palazzo Chigi. E si andrebbe – avvertono Salvini e Letta – dritti verso nuove elezioni. Con il partito di via Bellerio che rimarca: «Senza il voto dei pentastellati la maggioranza non c’è più». E Giorgia Meloni che aggiunge: «Basta, pietà. Tutti a casa: elezioni subito!». In Senato «non possiamo che agire con coerenza e linearità» rispetto a quanto fatto alla Camera sul dl aiuti, «i cittadini non comprenderebbero una soluzione diversa», ha spiegato Conte, che nella telefonata con Draghi ha registrato «la sua disponibilità» ma senza accontentarsi di«impegni: occorrono concrete misure». L’ex premier rivendica al M5s il ruolo di «unica forza politica che sta incalzando il governo sulle emergenze», e anche l’importanza del Reddito di cittadinanza, avvertendo – anche alzando la voce – che «non permetteremo mai che venga smantellato».

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Il dibattito

La difficoltà di prendere la decisione dell’Aventino per il M5s è stata evidente: il Consiglio nazionale, dopo cinque ore è stato costretto ad aggiornarsi, i vertici sono tornati a vedersi in serata, e poi si sono riuniti anche senatori e deputati. Conte ha sentito il premier che resta irremovibile sulle posizioni espresse pubblicamente il giorno prima in conferenza stampa, o dentro o fuori. La stella polare dell’esecutivo è «fare», su gran parte dei nove punti dell’agenda cinquestelle il premier ha dichiarato di registrare «convergenze» ma quello che viene considerato inaccettabile è ricevere diktat, da chiunque. E la palla è tornata inesorabile nel campo dell’avvocato: «Farò quello che posso», avrebbe chiosato al termine del colloquio, secondo quanto riferito in ambienti parlamentari. Ma Conte si è trovato di fronte ad un bivio cruciale: chiedere di votare sì nell’Aula di Palazzo Madama ai suoi e rischiare di spaccare senza ritorno il Movimento, compromettendo la sua leadership; oppure assecondare chi da giorni è in pressing per consumare una rottura definitiva con Palazzo Chigi. Ha prevalso la seconda strada. Ma le pressioni su Giuseppe Conte non sono certo solo interne.

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