Destra e sinistra si distinguono nelle politiche fiscali, mentre il M5s ignora ancora il problema

A brevissimo si voterà per il nuovo Parlamento. M5s, Lega, FI e FdI non hanno votato la fiducia al governo tecnico di Mario Draghi, sostenuto invece dal Pd, ed è da notare la convergenza del Movimento né di destra né di sinistra con i partiti tradizionalmente più di destra dell’arco costituzionale: infatti gli amici di Beppe Grillo possono pensare quello che vogliono del Pd, ma è difficile credere che lo si possa considerare a destra di Lega o FdI o FI.

Da molto tempo i concetti tradizionali di destra e sinistra non funzionano più e richiedono una revisione. Il comunismo sovietico è finito con Gorbachev nel 1991, quello cinese si è trasformato insensibilmente in un capitalismo di stato. In Italia il Pci si era allontanato dal Pcus già dal 1968. L’ideologia comunista classica, che prevedeva la nazionalizzazione dell’industria, è oggi abbandonata e la sinistra moderna, come la destra, prevede la coesistenza di stato, libera impresa e mercato. Inoltre, in qualunque società moderna, anche la più ricca, una frazione importante della popolazione ha accesso a limitate risorse economiche e qualunque destra moderna, come la sinistra, deve prevedere delle politiche sociali, pena la perdita di una quota sostanziale di voti. Quindi in un certo senso è vera la frequente affermazione qualunquista del “sono tutti uguali”. Dove la destra e la sinistra si distinguono in modo netto, soprattutto – ma non solo – in Italia, è nelle politiche fiscali, che devono reperire le risorse per sostenere il costo di quegli interventi sociali che sia i partiti di destra che di sinistra devono garantire.

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In Italia la destra berlusconiana (ma prima di lei anche la Dc e il Psi) si è distinta per la finanza allegra: riduzione delle tasse e interventi sociali largamente scaricati sul debito pubblico. Il Pds-Pd ha invece in genere lavorato a ridurre, o quantomeno a contenere l’aumento del debito pubblico, a volte anche adottando misure impopolari. Ovviamente la politica fiscale della destra è stata insostenibile e ha più volte condotto a situazioni critiche, la più grave delle quali portò nel 2011 alla caduta del governo Berlusconi e al governo tecnico di emergenza presieduto da Mario Monti e sostenuto soprattutto dal Pd. Berlusconi era la malattia del paese, Monti la cura; ma gli elettori, con scarso senso di gratitudine e scarsa comprensione politica, se la presero con la cura che era amara anziché con la malattia e Scelta Civica, il partito fondato da Mario Monti, ebbe vita breve.

Il Movimento 5 Stelle si è presentato agli italiani come “né di destra, né di sinistra” e ha adottato un’agenda fortemente orientata al sociale ma completamente priva di coperture. Tutti ricordiamo che il futuro ministro Di Maio garantiva per il Reddito di Cittadinanza coperture approvate dalla Ragioneria Centrale dello Stato, che invece non esistevano (qui le preoccupazioni della Corte dei Conti nel 2019 nel rapporto sul coordinamento della finanza pubblica): nella migliore tradizione democristiano-craxiana-berlusconiana l’intervento era fatto a debito e il suo costo veniva scaricato sulle generazioni future.

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La polemica attuale sulle alleanze a sinistra e sulla cosiddetta “agenda Draghi” è per molti versi una riedizione di polemiche precedenti tra destra e sinistra sul problema dei costi delle politiche sociali, con la variante che mentre la destra di Lega-FdI-FI è sempre stata esplicita su flat tax, abolizione dell’Imu sulla prima casa, riduzione delle tasse di successione, etc. e il Pd è sempre stato altrettanto esplicito sull’appoggio al rigore di Monti o di Draghi, la posizione del M5s è quella di ignorare il problema: non una parola sulla fiscalità se non per fare, insieme alla Lega, il decreto sulla “pace fiscale”.

Il fallimento dello Stato non conviene a nessuno ma soprattutto non conviene ai poveri, e se veramente si vuole limitare il ricorso ai governi tecnici (come diceva Beppe Grillo) la prima cosa da fare è tenere sotto controllo la spesa pubblica. E no, non è vero che “se si vuole i soldi si trovano”: i soldi si trovano perché vengono spostati da un capitolo di spesa a un altro, sanità invece di scuola, o RdC invece di sanità. O debito pubblico, che però costa a sua volta per gli interessi e riduce la libertà di scelta politica del governo, che anziché rispondere agli elettori deve rispondere ai creditori.

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