Donne che odiano le donne: perché non abbiamo ancora appreso il valore della solidarietà?

C’è un posto speciale all’inferno per le donne che non aiutano le altre donne

L’ha detto una segretaria di Stato americana, Madeleine Albright. E ce lo ripete ora Chadia Rodriguez, giovane rapper di origine marocchina giunta da poco agli allori della notorietà, nel nuovo singolo “Donne che odiano le donne” : da quando ce l’ho fatta sto mangiando solo cattiveria e invidia (delle donne, chiaramente).

Per dire quanto la misoginia, l’odio e la competitività siano declinate anche al femminile.

Ma perché, in un mondo dove il monopolio del potere e dei suoi simboli, è ancora saldamente nelle mani degli uomini, e così l’immaginario culturale e tutte le sue derive e derivati, le donne non hanno ancora appreso il valore della solidarietà?

Non c’è fatto di cronaca, quotidiana, giudiziaria, politica, incentrata su un’offesa o peggio una violenza inflitta a una donna, che non trovi la- anzi le- detrattrici di turno, che accusano la vittima di essersela cercata, se non di essere addirittura lei la colpevole. Pensiamo ai recenti episodi di revenge porn, con la preside che licenzia la giovane docente, e il coro delle comari che lapidano la perseguitata. Pensiamo al silenzio che soffia dalle donne di sinistra quando a essere dileggiata è una consorella (o sorellastra) di destra.
Pensiamo ai video e meme di catfighting, liti tra gatte, divenuti un vero e proprio genere filmico e un luogo abusato nei talk show, nei reality.

Guarda come se le danno quelle due, quelle ridicole donnicciole, per i motivi più futili, anzi, per motivi che fanno capo a una mentalità maschile profondamente assimilata e fatta propria.

Ma perché?

Eppure non c’è niente di più bello e più appagante di una donna che ne sorregga un’altra. Non c’è tesoro più grande di un’amica che ti comprenda, e nessuno che ti sa comprendere meglio di un’amica. Perchè il vissuto femminile, per natura, assume sfumature e coinvolge sfere diverse da quello maschile.

Eppure, è un fatto personalmente sperimentato, molte donne odiano le rappresentanti del loro sesso.
Non c’è solo il mito a narrarcelo (la guerra di Troia scoppiò per una rivalità tra dee), le favole ( la matrigna è una potenziale assassina, e le sorellastra godono a ridurti in schiavitù davanti a un camino spento). Ma la quotidianità, il vissuto, le esternazioni feroci sui social, il mainstream.

Tra le immagini letterarie che conserverò sempre come simboliche e preziosissimi strumenti esegetici dell’esperienza umana, c’è quella dei capponi manzoniani. Renzo va a chiedere consulto all’Azzeccagarbugli in merito all’indicibile sopruso di non poter sposare la sua Lucia perché Il signorotto di turno se ne è incapricciato-e, come viatico, porta i capponi legati per le zampe, ancora vivi. Scampati al banchetto delle nozze annullate, non scampano al terremoto di quelle mani agitate dall’ira;  e non comprendendo da dove viene loro tanto tormento, quelli si becchettano e si lacerano, rendendo ancora più atroce la sorte dei compagni di sventura.

Oltre che uno sguardo pietoso sulla sofferenza animale, quella di Manzoni è una luce gettata sulla psicologia del dolore, delle vittime, degli oppressi, che, la vista ottenebrata dalla miseria, dall’ignoranza, non mettono a fuoco il vero responsabile della loro condizione.

E questo torna utile all’oppressore, per veicolare la rabbia contro obiettivi prestabiliti e propagandati.

Lo facciamo quando pensiamo che sia l’immigrato a toglierci il lavoro. Lo facevano i Polacchi nei confronti degli Ebrei. Lo facciamo noi donne contro le altre donne.

In parte si tratta di un fatto evolutivo. La femmina dell’uomo, impegnata per numerosi anni nei compiti di cura della prole, deve assicurarsi, almeno per un periodo di tempo sufficiente, la collaborazione del maschio dell’orda primitiva. E le seduzioni di un’altra femmina rappresentano un vero e proprio pericolo per la sopravvivenza, di sé e dei figli.

Qualcosa di primordiale, oltre che un sentimento ancestrale di frustrazione, scatena ancora oggi molte donne contro le consorelle, potenziali usurpatrici della sicurezza e del potere derivanti dal monopolio, almeno economico e sociale, di un maschio. Perché il potere, in fin dei conti, per una massa considerevolissima di donne, in termini economici, e lo status di persona a tutti gli effetti, ce l’ha lui. Quindi come le favorite di un harem o di un despota assoluto, non esitano a farsi guerra, in tutti i modi possibili. E sono di frequente le nuove compagne a far terra bruciate delle precedenti, persino dei figli di primo letto, di cui non di rado pretendono la cancellazione dalla bibbia familiare.

Esagero? Neppure un poco. Basta sentire qualche avvocato esperto in diritto di famiglia per rabbrividire.

Ma ora le donne lavorano, hanno possibilità di carriera, spesso arrivano ai vertici di aziende e istituzioni, basta guardare l’Europa. Allora?

Varie sono le ragioni di questa resistenza di una certa mentalità femminile ad abbracciare totalmente la sorellanza. Secondo la professoressa Shawn Andrews, autrice, consulente e relatrice in tema di leadership, la ‘regola del potere tra pari’, radicata nel vissuto culturale femminile e quindi innestata nell’inconscio, prevede che i rapporti femminili funzionino bene solo quando potere e autostima si mantengono pari: se una delle donne rompe l’equilibrio, le altre si sentono in diritto di ostracizzarla o sminuirla. C’è anche da dire che le donne sono spesso i numi tutelari, le mediatrici, il veicolo di diffusione intergenerazionale della cultura in cui sono nate. Perché ha dato loro l’unica identità possibile, un posto, uno status, e al di fuori è il pericolo, il rischio, l’esilio, la morte. La ragazza incinta senza marito era messa fuori di casa col consenso della madre, il coro che condanna Bocca di rosa è composto dalle voci stridule delle donne del paese.

 Una seconda ragione, sempre secondo la studiosa, risiede nel fatto che le donne, per farsi strada in un mondo di uomini (specialmente in ambiti lavorativi molto maschili), assumono gli stessi comportamenti dei vertici consolidati, maschili, ben accetti dalla società patriarcale, quasi a far dimenticare un difetto atavico, quello del loro sesso di appartenenza. Avete presente il parvenu che si vergogna del suo background? Chi fa il salto di classe, di specie, di genere, rinnega spesso le sue origini.

 “Per le donne ai vertici”, spiega Andrews, “parte del loro successo è convincere gli uomini che non sono come le altre donne” e in questo modo finiscono per mettersi in competizione tra loro.

A ciò si aggiunge il fatto che i posti di potere riservati alle donne sono ancora nettamente inferiori, in termini percentuali, rispetto a quelli occupati dagli uomini, e che più che aiutare le altre a raggiungere le medesime posizioni, molte si arroccano su quelle conquistate.

Insomma, le ragioni per cui molte amicizie, molti legami femminili, si sciolgano all’apparir del maschio e delle sue promesse, malie, incantamenti- sono numerose. E comprensibili.

Non condivisibili, però, e da sradicare con più veemenza e impegno possibili. Perchè ogni uomo che ci dice che “tu sei diversa” ci offende. Offende il nostro genere, fa leva sulla nostra identità traballante, ci vuole separare da chi meglio potrebbe comprenderci e sostenere. E infine ci manipola.

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