Draghi agli sgoccioli, Italia alla frutta, ovazione M5S. Ma non sarà elezioni subito

Conte annuncia ai senatori M5S: “Non voteremo, non parteciperemo al voto di fiducia al governo sul Decreto Aiuti (una quindicina di miliardi di sostegni pubblici ndr)”. Ovazione dei senatori, ovazione di M5S, M5S esulta in un entusiastico finalmente! Dopo quattro anni filati di partecipazione al governo (tutti i governi, quello con Salvini, quello col Pd, quello con Draghi) M5S mostra felicità per potersi liberare di un fardello contro natura: governare appunto. Conte, M5S di Conte fuori si chiama. Più importante e meno faticoso del governare è il palcoscenico elettorale, qui, ora e subito. Conte e M5S muovono a inseguire il voto anti sistema perduto, quel voto oggi felicemente accasato in Fratelli d’Italia. Comunque vada la sua caccia al voto perduto, M5S valuta e sceglie questa come la sua missione.

Le richieste di Conte a Draghi

Bonus edilizi per tutti e per sempre o quasi, Reddito di Cittadinanza sine die e soprattutto entrambi senza limiti e controlli, il tutto confezionato in una azione di governo che risponda a inflazione, recessione o quel che sia con sempre e solo una sola mossa: stampare e spargere denaro pubblico a debito. Conte parla di “coerenza”. Ha ragione: solo un partito, un movimento, un pensiero di opposizione anti sistema possono tenere questa linea di agitata propaganda, nessuna forza politica, di destra o di sinistra, riformista o conservatore o populista che sia, possono farne una linea di governo. Governare solo e sempre distribuendo denaro pubblico a debito è impossibile a tutti. Coerentemente M5S declina la sua natura profonda che prevede e ricerca e omaggia l’inadeguatezza a governare. In più ci mette l’altro suo pilastro identitario: l’anti modernità letteralmente ad ogni costo, il No a strutture e infrastrutture, con banche, rigassificatori e termovalorizzatori accumunati alla rinfusa.

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Draghi agli sgoccioli

Dopo che M5S si sarà sottratto al votare la fiducia al governo, il governo Draghi entrerà prima politicamente e poi istituzionalmente in quella che si chiama crisi. Draghi non farà il supplente di se stesso, non accetterà di guidare un governo sostenuto da una maggioranza ridotta non tanto nei numeri quanto nella voglia e capacità di agire. Senza M5S i voti per una maggioranza di governo ci sono ma non c’è più l’agibilità politica per un governo di sostanziale unità nazionale. Agibilità politica che da mesi andava restringendosi. Nel suo governare fin qui Draghi che doveva essere la carta e la risorsa migliore o comunque più alta e più forte per riformare il sistema socio economico italiano ha constatato come più forte sia invece la sostanziale irriformabilità italiana.

Draghi ha mantenuto a galla il paese, ha evitato l’accumularsi del peggio. Ma nessuna vera riforma è stata possibile a Draghi, non quella del Fisco, non quella della Concorrenza, men che mai quella della spesa pubblica. Lo mostrava una coincidenza a suo modo più che eloquente: nel giorno in cui M5S ritrovava se stesso nel picconare il governo, Palazzo Chigi (e il centro di Roma) erano assediati e invasi da tassisti con voglia di menar le mani, tassisti che intimano al governo non trattativa ma resa. E almeno due partiti della maggioranza, Lega e Forza Italia, ma facciamo due partiti e mezzo perché anche il Pd sotto traccia…premevano per dare ragione e soddisfazione agli assedianti. L’irriformabile Italia teneva sia la Piazza che il Palazzo.

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Tre cose impossibili

La prima era che M5S e Conte in fregola di opposizione identitaria decidessero di votare la fiducia (sia detto per inciso, alla Camera hanno già votato Sì a quel decreto che oggi rifiutano, ma questo fa parte dell’aspetto ormai clownesco che caratterizza la politica show). E infatti non voteranno. La seconda è che Draghi accetti di guidare un governo Draghi-bis. La terza è che si voti subito, si vada subito ad elezioni anticipate. Il perché è scritto nei numeri: con una campagna elettorale d’estate e un voto d’autunno e una successiva formazione di nuovo governo non si riesce ad adempiere alle condizioni per incassare la terza (e poi la quarta e poi le altre) rata del Pnrr. Una ventina di miliardi in meno. Cui va aggiunto il costo ben più alto di uno spread che dovrà misurare il costo complessivo di inflazione vicina al 10 per cento e nuova spesa pubblica promessa in campagna elettorale di almeno 50 miliardi. Comprare debito italiano sarà giudicato ad alto rischio, vendere debito italiano sarà attività ad alto, altissimo tasso di interesse, chiunque governi. Aggiungere una pandemia dirompente d’estate, figurarsi d’autunno. Aggiungere l’incombente necessità di risparmi nei consumi energetici, se non di razionamento. Aggiungere il danno reputazionale e sostanziale della guerra avvolta e venduta nella ingannevole e per nulla seria confezione da campagna elettorale. Aggiungere una legge di Bilancio da fare appunto in campagna elettorale…Probabilmente neanche l’irriformabile e irresponsabile macchina corporativa-demagogica che ha fatto dell’Italia il suo habitat ce la può fare a reggere questo aggiungere e aggiungere e aggiungere. Anche se giunta alla frutta, l’Italia non può reggere un conto così.

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Quindi un altro governo, piccolo e corto

Quindi dopo il governo Draghi che doveva essere grande nell’azione e lungo nel tempo ci sarà un altro governo. Piccolo nelle ambizioni e programma: evitare il peggio del peggio. E corto nel tempo. Stilerà una legge di Bilancio appena appena per on perdere i miliardi Ue e non perdere totalmente il controllo dello spread, poi già a gennaio comunicherà una data ravvicinata il più possibile delle elezioni politiche. Questa l’ipotesi più plausibile. Draghi? Sic transit…alla fine sono più forti i tassisti perché in Italia, partiti politici e gente comune, siamo di fronte alle riforme e alle riforme serie e sul serio, tutti…tassisti.

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