Draghi cade, campo largo fallito e nessun Mélenchon ma Giorgia Meloni, la ‘madre cristiana’ all’orizzonte

E’ finita nel modo peggiore.  Alla sfida di Draghi ai partiti, “siete pronti a ricostruire il nostro patto di fiducia?”, ben tre gruppi della maggioranza ieri al Senato hanno risposto negandogli il voto. Colpito e affondato. Prima da Conte, che ha aperto la crisi non votando la fiducia al decreto aiuti, e per ultimo dal duo Salvini-Berlusconi, due pugili suonati che dall’angolo dove era stati relegati hanno afferrato al volo la spugna elettorale che una politica impazzita ha inopinatamente lanciato sul ring. Nomi e immagini hanno un peso nel più truccato dei match combattuti su quel quadrato.

L’ex premier “pescato dal Tide” (come i pupazzetti che si trovavano nel detersivo), secondo l’ennesima felice metafora di Bersani, che lancia il sasso e poi nasconde la mano e se stesso nel giorno della verità. Calderoli, quello del “Porcellum”, che presenta la mozione per un Draghi bis senza grillini sapendo che non potrà mai passare e quindi sfascerà tutto.

Casini, il più democristiano dei democristiani accasato da Renzi nel Pd, che ne presenta un’altra indigesta a Lega e Forza Italia. Berlusconi, svegliato dalle sue badanti, eccitato al pensiero di essere tornato alla discesa in campo nel 1994 e della vittoria al fianco di una Meloni in fetish, che rovescia il tavolo e nega la fiducia a Draghi, fino a un minuto prima il suo pupillo.

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Letta, con l’elmetto pro-premier pro-Biden pro Zelensky pro guerra, che non ne azzecca una arrivando ad annunciare “una bella giornata” alla vigilia della Caporetto. Questi gli uomini. L’immagine, invece, è quella dell’accoglienza di Draghi con standing ovation stamane alla Camera, con i ministri dei partiti che ieri lo hanno sfiduciato o si sono dati malati che ora si spellano le mani per lui, che appare commosso, sorridente, perfino pronto alla battuta sul cuore dei banchieri, per niente dispiaciuto di lasciare. 

Non c’è limite al peggio. Quanta ipocrisia! Quanta falsità nel teatrino triste della politica italiana. Mentre la guerra rischia di allargarsi, la crisi climatica è allo zenit, la pandemia fa ancora 100-150 morti al giorno, i miliardi del PNRR sono ancora in gran parte da portare a casa, il prezzo dell’energia è alle stelle, il lavoro è sempre più precario e peggio retribuito, diseguaglianze e povertà dilagano, con la crisi sociale e un autunno-inverno da incubi alle porte, questa politica malata e fuori dal mondo discute sull’inceneritore di Roma e gli sbarchi a Lampedusa, si divide sul superbonus facciate, le licenze dei taxisti, le concessioni dei bagnini e il reddito di cittadinanza.

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Manda a casa un premier che fuori dal contesto economico-finanziario è apparso piuttosto deludente, tutt’altro che “whatever it takes” in politica, un liberal-liberista che a me, persona di sinistra,  non è mai piaciuto, ma che rimane comunque uno degli uomini di maggior prestigio internazionale che abbiamo.

Ci lascia senza governo in uno dei momenti più delicati della nostra storia e ci manda a votare, probabilmente il 2 ottobre, con il “campo largo” finito anch’esso nell’inceneritore di Roma, la sinistra sempre più dispersa, un centrosinistra da ricostruire senza nessun Mélenchon all’orizzonte, la prospettiva di consegnare il Paese nelle mani di Giorgia, che è “donna, madre, cristiana” ma “anche un po’ fascista”, come ha giustamente sottolineato Corrado Augias, del Salvini del Viminale e del Papeete e di un Berlusconi ormai completamente sotto tutela. Il tutto nel centenario della marcia su Roma e dell’ascesa del fascismo. Teniamoci stretti. 

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