Draghi, il piano per evitare la crisi

IMAGOECONOMICA

Il premier è disposto a fare aperture a Conte ma soltanto sui temi sociali. La richiesta di scostamento resterà inascoltata, scontro rinviato a giovedì

Doveva andare diversamente. Sarebbe dovuta andare che giovedì il M5S avrebbe voltato le spalle all’aula in Senato dove è atteso il voto di fiducia al governo e al decreto Aiuti, e che subito dopo Mario Draghi sarebbe salito al Colle per affrontare il nodo della maggioranza con il presidente della Repubblica Sergio Mattarella. Era così che fino a ieri mattina tutti pensavano sarebbe finita. Invece, la mossa di Silvio Berlusconi, che ha chiesto una verifica di governo, immediatamente rilanciata da Matteo Salvini, ha impresso un’accelerazione agli eventi.

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La maggioranza è sull’orlo della sua fine politica. Draghi ha anticipato quello che avrebbe fatto dopodomani. E lo ha fatto anche per preparare assieme al Capo dello Stato un percorso più ordinato per tentare di scongiurare la crisi. Tenendosi pronto a qualsiasi scenario. A Mattarella, il presidente del Consiglio ha anticipato cosa dirà oggi ai sindacati. Un appuntamento che l’ex numero uno della Banca centrale europea considera cruciale nella strategia di sminamento del M5S. Per Draghi è come se al tavolo con Cgil, Cisl e Uil sarà seduto anche Giuseppe Conte. Gran parte dei nove punti del documento consegnato dall’avvocato al premier saranno affrontati oggi a Palazzo Chigi. E Draghi è pronto ad aperture che considera significative, su reddito di cittadinanza, salario minimo, cuneo fiscale, rinnovi contrattuali, e aiuti a famiglie e imprese. Non arriverà fino ad attivare la richiesta di scostamento di bilancio, cosa che vorrebbe Conte, perché, come ha confidato ad alcuni ministri, tra i vari motivi per non farlo c’è che sarebbe rischioso in una situazione in cui nessun altro Paese europeo lo ha chiesto. Ma i soldi che il governo è pronto a mettere a disposizione saranno tanti. A quanto pare, ben oltre i 10-12 miliardi a cui, secondo le indiscrezioni degli ultimi giorni, era previsto arrivasse il decreto da licenziare tra fine luglio e inizio agosto. La lotta all’evasione ha prodotto i suoi frutti e tra gli effetti dell’inflazione c’è un aumento considerevole di incassi da Iva. Un extragettito che si tradurrà in soldi per le bollette delle famiglie, crediti d’imposta energetici per le imprese, ma anche interventi su salari e potere d’acquisto. Non è ancora certo, ma Draghi potrebbe già oggi annunciare un taglio del cuneo fiscale, strutturale su più anni.

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Le proposte facevano già parte dell’agenda, tengono a precisare da Palazzo Chigi, anche per smussare l’impressione di un cedimento. Ma se servono anche a placare Conte, e ancora di più i suoi parlamentari convinti che non ci sia alternativa allo strappo, tanto meglio sfruttare la tempistica dell’occasione offerta dal confronto con i sindacati.

Il futuro della maggioranza e del governo si gioca su uno scambio di segnali. Le concessioni del premier rispondono al documento di Conte e preparano la giornata decisiva in Senato di giovedì. A Palazzo Madama non è possibile il doppio binario previsto alla Camera, dove il M5S ha votato la fiducia al governo ma ieri, al momento di esprimersi sul decreto Aiuti che contiene il contestatissimo inceneritore di Roma, ha lasciato l’emiciclo. In Senato il voto è unico e, di fatto, uscendo dall’Aula il M5S non voterà la fiducia al governo. A quel punto andranno gestite le conseguenze. In teoria, i numeri della maggioranza, grazie alla scialuppa degli scissionisti di Luigi Di Maio, ci sarebbero pure. Ma si porrebbe un problema politico enorme. Tutto dipenderà dalla volontà di Draghi e di Conte. Dopo il voto, Il M5S uscirà dalla maggioranza? Conte ritirerà i ministri? Se non lo farà, si potrebbero porre le condizioni per mantenere in vita l’attuale maggioranza, anche se in un equilibrio politicamente instabile. L’incontro di ieri al Colle è servito anche a questo. Ad ammortizzare prima gli effetti di giovedì. Da quanto risulta, il premier sarebbe anche disposto a non drammatizzare il passaggio parlamentare di un decreto su cui a Palazzo Chigi avevano già introiettato il no del M5S, un no dichiarato che non è all’intero pacchetto ma rivolto a un solo, singolo punto. Draghi è pronto a circoscrivere l’incidente e a «guardare oltre» ma a un paio di condizioni. «Che il sostegno al governo non sia a piacimento» – un messaggio rivolto a tutti i partiti – e che a sua volta Conte dia un segnale, dopo il voto. Un messaggio, in qualunque forma, un comunicato o una dichiarazione, che impegni il Movimento alla lealtà nei confronti dell’esecutivo. Ci potrebbe anche essere una telefonata tra i due, prima di giovedì, come ulteriore segnale di buona volontà. Certo, dipenderà dall’esito dell’incontro con i sindacati. Se invece Conte non farà alcuna mossa per andare incontro a Draghi allora scatterà lo scenario B, quella della verifica richiesta da Berlusconi.

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Draghi si è complicato da solo la vita, sostenendo pubblicamente che non avrebbe guidato un altro governo in questa legislatura senza il M5S. Nessuno dei leader della maggioranza, in realtà, crede al fatto che possa davvero lasciare il Paese in condizioni socialmente così precarie. E i partiti infatti si stanno attrezzando. Per isolare il Movimento, e spingerlo -come ha iniziato a fare Forza Italia – fuori dalla coalizione di unità nazionale. 

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