Draghi in Israele, l’accordo per avere il gas sotto il mare: si punta sul super – metanodotto Eastmed

La presenza contemporanea del premier Mario Draghi e della presidente della Commissione di Bruxelles, Ursula von der Leyen, raccontano dell’importanza che sta assumendo il gas israeliano nel quadro di una politica che entro il 2027 vuole ridurre drasticamente la dipendenza dell’Europa dalle importazioni russe e diversificare le fonti di approvvigionamento energetico.

 

 

Il percorso

Al centro dell’attenzione dell’incontro di ieri gli enormi giacimenti off-shore scoperti tra il 2009 e il 2010 a largo di Israele: il primo, Tamar, con una capacità di 369 miliardi di metri cubi; il secondo, Leviathan, che prende il nome dalla creatura mitologica a forma di serpente marino citata nella Bibbia, addirittura con una potenzialità di quasi 620 miliardi di metri cubi. Ma se la disponibilità di questo gas pompato sotto il mare a una profondità di oltre 5 chilometri c’è, resta ancora da risolvere il problema di come farlo arrivare nel nostro paese e poi in Europa. Il progetto esiste, anzi ne esistono due, ma quello che al momento appare di maggiore interesse è la costruzione di un gasdotto, chiamato Eastmed e lungo 1700 chilometri, che passerebbe attraverso Cipro e la Grecia. Il secondo vede invece interessata la Turchia. Progetti costosi e di non semplice realizzazione che però l’Europa sembra ora incoraggiare e sostenere perseguendo un accordo le cui basi sembrano già gettate. «Lavoriamo per rafforzare la partnership su energia, sicurezza alimentare» ha confermato ieri von der Leyen .
Ma i temi della visita di Draghi qui in Israele sono anche molti altri. Nel primo appuntamento, con il presidente dello Stato di Israele, Isaac Herzog, sono stati ricordati i valori, la storia comune, e «il grande potenziale di collaborazione su ricerca e sviluppo e innovazione tecnologica», come ha commentato lo stesso Herzog. E di «cooperazione e del rafforzamento dei legami esistenti» e della situazione all’indomani della guerra in Ucraina parla anche il ministro degli esteri Lapid in un tweet dopo l’incontro di ieri sera che ha concluso la giornata.

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L’interesse comune

La guerra ha anche portato in primo piano altre questioni di interesse comune, a cominciare dalle difficili strade da percorrere per arrivare alla pace con Draghi che presto – forse già giovedì – volerà a Kiev con Emmanuel Macron e Olaf Scholz. Un percorso sempre in salita come lo è quello per sbloccare la crisi del grano e lo spettro di una carestia biblica di proporzioni mondiali. Ci sono poi da affrontare i dossier più specifici relativi alla geopolitica nella regione che Draghi affronterà proprio oggi con l’omologo israeliano Naftali Bennett e poi a Ramallah con il palestinese Shtayyeh, e quella che Israele considera la più seria minaccia alla propria sicurezza, la politica nucleare iraniana e sollecita una solidarietà più convinta e concreta.

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I negoziati

L’appuntamento meno formale, ma non meno atteso dalla comunità italiana, è stata la visita al Museo di arte ebraica e al Tempio e l’incontro con i rappresentanti di una collettività che tra qui e Tel Aviv conta oltre 25mila persone. «Lo sviluppo della comunità italiana è direttamente legato ai terribili fatti del Ventennio», ha esordito il premier, ma dal dopoguerra ad oggi – ha aggiunto – i rapporti si sono rafforzati nella ricerca, nell’economia, nella cultura , dalla letteratura al cinema, dall’architettura fino al design. Le istituzioni italiane sono impegnate nella lotta all’antisemitismo e nel promuovere la conoscenza della cultura ebraica e coltivare il dialogo tra religioni. «In momenti di crisi di incertezza e di guerra come questo – ha detto Draghi – è ancora più importante opporsi con fermezza all’uso politico dell’odio. Dobbiamo promuovere tolleranza, rispetto reciproco, l’amore per il prossimo, questi i veri ingredienti di una pace duratura». Il Tempio proviene da Conegliano Veneto, dove la sua ultima funzione fu celebrata durante la prima guerra mondiale, nel 1917. Poi tutti gli arredi e le strutture furono portate a Venezia e l’allora giovane rabbino capo della città lagunare, Elio Toaff, decise di farne dono a Gerusalemme. Il Tempio fu ricostruito esattamente com’era e da allora, nella Pasqua del 1952, è diventato «un pezzo d’Italia in Israele» come lo ha definito il premier.

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