Draghi non può farsi logorare

Draghi non può farsi logorare

L’abbiamo scritto molte volte, lo ripetiamo oggi: Mario Draghi deve abbandonare gli indugi e affrontare lo show-down che il Paese attende. Dopo di esso, qualunque sia il risultato, tutti assumeranno le proprie responsabilità di fronte agli italiani che, finalmente, potranno ridisegnare con il voto la geografia politica del loro Parlamento.

L’inquilino del Quirinale, di scuola morotea, di scuola attendista, temporeggiatrice ha tratto dalla propria tattica alcuni risultati significativi per la stabilità dell’istituto presidenziale, forse non altrettanto significativi per l’efficacia dell’azione politica. Penso al primo governo Conte, per la cui formazione Mattarella attese oltre l’immaginabile sino a chiamare Carlo Cottarelli («l’uomo del trolley»), mancato premier per l’intesa trovata in extremis da Salvini e Di Maio. E non voglio dimenticare l’atteggiamento del Quirinale dopo il referendum costituzionale del 2016, il cui esito avrebbe imposto per regola politica, lo scioglimento delle camere e nuove elezioni, che Mattarella non volle consentire.

Oggi, a 5 anni e mezzo, il Quirinale ha, di certo, un peso determinante in questa sfibrante tattica di Draghi: ricucire sempre anche di fronte all’inconciliabile politico e all’inconciliabile etico, a ciò che è controproducente e dannoso per l’Italia. La sensazione è che questo governo di ampia concentrazione nazionale abbia esaurito la sua funzione e che oggi la sua permanenza al potere rappresenti una manifestazione di masochismo istituzionale, frutto avvelenato di un metodo politico obsoleto e decrepito, visto che risale alla stagione d’oro della Democrazia cristiana morotea.

Ci sono diversi dossier sui quali occorre far chiarezza, senza rinvii. Dalla questione «armi all’Ucraina» un atto più simbolico che di reale utilità per Kiev, il cui unico risultato positivo per le forze armate italiane è quello di un profondo rinnovamento e aggiornamento del materiale bellico in dotazione. Dalla questione «reddito di cittadinanza», sul quale Draghi si appresta a piegarsi, sull’onda della demagogia grillina e che costituisce un tragico «non-sense»: c’è un file intero da resettare. Aggiornare e rendere realistici i criteri di valutazione della ricchezza e della povertà, visto che gli 11 milioni di poveri indicati da Conte (Giuseppe)&suoi è del tutto irrealistico, come irrealistici sono i metodi di calcolo.

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Si tratta di una questione fondamentale per il Paese che viene ristretto nei lacci di un cinico pauperismo e di un assistenzialismo dissipatore, di cui i beneficiari netti, quelli che ne necessitano effettivamente, sono una piccola percentuale di cittadini, mentre il resto costituisce quella linea grigia di fecondo, lucroso e crescente lavoro nero che lo Stato tollera e promuove con una serie di norme di comodo dei partiti, di tutti i colori, e della relativa frazione di italiani.

Questa complicità, un vero e proprio «concorso esterno», riguarda tutti coloro che in varie posizioni politiche si oppongono a piccole operazioni di aggiornamento, di precisazione in fondo alle quali c’è la fine o il grande contenimento delle evasioni fiscali, patologie che favoriscono sì gli evasori del lavoretto nero, ma soprattutto l’ampio mondo del crimine organizzato. Il crescere della informatizzazione dei pagamenti è lo strumento finale (ostacolato da evasori e da alcune forze politiche) perché esso rappresenta un modo efficace per circoscrivere l’area dell’evasione e dell’elusione.

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Ci sarebbe un’altra operazione, a suo tempo tentata da Gianni Goria e miseramente crollata sul nascere: introdurre nelle valutazioni tributarie un principio di coerenza tra gli utili dichiarati o le retribuzioni dichiarate e le spese sostenute. Un principio di coerenza che colpirebbe tanti politici, tanti manager pubblici, tanti operatori commerciali, evidenziando ricavi non dichiarati, spesso frutto di operazioni illecite.

E poi, le solite cose: i lidi, i tassisti (che meriterebbero, finalmente, la lezione di una legge liberalizzante il settore), i notai, insomma tutte le aree di rendita di posizione a favore delle quali si spende il caro Matteo Salvini che, con la gentile Giorgia Meloni, si oppongono anche all’aggiornamento del catasto, strumento essenziale per mettere in evidenza le storture del sistema e le rendite illegittime o illecite che vi si annidano. Una lotta di destra che ancora una volta dimostra la distanza siderale tra questa destra e quella storica del buon governo, della difesa del bilancio, dell’onestà civile e politica.

Per non parlare della stupidità elevata a sistema di potere, nel caso dei 5Stelle che si oppongono alla realizzazione del primo dei tre termovalorizzatori di cui Roma ha vitale necessità e che si oppongono, masochismo filo-russo, alla riapertura delle ricerche di gas e petrolio in Adriatico.

Sappiamo bene che lo show-down non si realizzerà in questo torrido luglio. Draghi, obbediente al Quirinale, medierà mantenendo in piedi una sorta di «conventio» volta, in sostanza, a rinviare lo show-down a settembre e nella forma di un disimpegno leghista e grillino.

Questo comporterà un ulteriore logoramento che un gentiluomo come Mario Draghi non merita e un dannoso ritardo nel coagulo di uno schieramento politico votato alla continuazione della politica europeista e riformista che, felicemente, era stata introdotta in Italia dal suo governo nel febbraio 2021.

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Mentre Di Maio ha rotto gli indugi e nuota in mare aperto, diventando oggettivamente un benemerito della Patria, l’area dei maldipancia leghisti è ancora nel limbo dell’incertezza. A settembre si vedrà.

A proposito, perché tutta questa flessibilità di Salvini e Conte sino a settembre? Perché a settembre scatta il termine al di là del quale la legislatura diventa valida ai fini pensionistici.

Il che definisce in modo indiscutibile la miserabilità di un ceto politico, chiamato ad affrontare un tornante della Storia e teso a conquistarsi una pensioncina.

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